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“Veli svelati”. Soggettività del velo islamico (Interviste di Donatella Romanelli, Italia 2007)

“VELI SVELATI” Soggettività del velo islamico.

“[…]La finestra distoglie lo sguardo dal mondo e inizia a guardare me […]” (Fatima Na’ut, “ Un fiore sulla mano di una donna” in: Colombo 2007)

Sui corpi velati delle donne islamiche si è discusso molto negli ultimi anni probabilmente a causa della rottura che creano con una normatività corporea e culturale di tipo occidentale che è maggiormente sul versante “svelato” piuttosto che “velato”.
La controversia sul velo islamico sembra esser partita in Francia dove i musulmani sono tra i tre e i sette milioni. A tal proposito vi è un’ampia letteratura soprattutto dal 1989. Quell’anno fu caratterizzato dall’increscioso episodio che coinvolse tre studentesse musulmane del collège Gabriel Havez di Creil, alle quali fu impedito di seguire le lezioni finché non si fossero tolte il velo.

Da allora si è scritto molto sulla questione spaziando dalla produzione giornalistica a quella antropologica e sociologica, tralasciando però l’ambito psicologico che purtroppo risente ancora di una scarsa o quasi nulla letteratura a riguardo. Questo dato già ci informa rispetto ai modi in cui la questione del velo è stata trattata sul fronte europeo. Il velo della donna emigrata islamica, infatti, è stato al centro di numerosi dibattiti politici, religiosi, ma soprattutto mediatici che hanno utilizzato il velo per accrescere nell’opinione pubblica paure e retoriche legate all’alterità. Tutto ciò è divenuto più esacerbante dopo l’11 settembre, momento in cui tra i due mondi, quello occidentale da una parte e quello islamico dall’altra, si è creata una frattura. Ed è così che la disputa sul velo si riaccende nuovamente, ma questa volta con episodi di maggior xenofobia che coinvolgono tutto l’ambiente europeo.
Nell’ottobre 2003 in un liceo di Aubervillers in Francia, due studentesse, Alma e Lila Lévy, sono espulse perché sospettate di essere costrette dalla famiglia a indossare il foulard. In realtà le ragazze, cittadine francesi, figlie di un avvocato francese, ateo di famiglia ebraica, e di un’insegnante francese di origine cabila, di famiglia musulmana, dichiarano che la loro scelta è del tutto individuale. Fatti analoghi si susseguono in Inghilterra con il caso di Aishah Azmi insegnante bilingue di sostegno in una scuola multietnica di Dewsbury sospesa per essersi rifiutata di togliere il velo durante le lezioni e in Italia con il caso di Fatima Mouayche. Quest’ultima, maestra per l’infanzia, è stata esclusa dallo stage di un asilo nido di Ivrea, perché il suo hijab mal si adattava a dei bambini, che avrebbero potuto spaventarsi e risentirne psicologicamente. Un vero e proprio gioco di “spostamenti” e “proiezioni” ove per fortuna la parte sana non desiste e continua a indossare con serenità parte della propria identità, rompendo così i meccanismi insani dell’“identificazione proiettiva”. Come si sa però, per non cadere in subdole “trappole” ci vuole una buona strutturazione psichica, che a 9 e 12 anni è difficile avere. Ci riferiamo al caso di Parma, in cui una bambina marocchina di 9 anni viene canzonata dai suoi compagni perché indossa il velo, e al caso di Jasmine 12 anni, studentessa musulmana presso una scuola media di Milano, che all’improvviso inizia a condurre una doppia vita: a casa indossa il suo velo, ma appena esce per andare a scuola lo nasconde in cartella. Per fortuna questa storia si contraddistingue per la sensibilità dei professori che si rendono conto del cambiamento della ragazza e cercano un dialogo con lei. Dopo i primi timori Jasmine racconta che ha smesso di indossare il suo hijab per sentirsi come tutti gli altri e per evitare i commenti, gli sguardi e le risatine di scherno che come pugnalate l’accompagnano nel tragitto da casa a scuola. Per mesi lei vive tutto in silenzio, senza dire nulla a nessuno, neanche ai suoi genitori. Il dialogo però finalmente irrompe nel silenzio e la ragazza può condividere i suoi timori con i genitori e con i suoi compagni, che la sollecitano a essere se stessa. Da qui la piccola Jasmine trova la forza di ritornare a scuola con indosso il suo foulard rosa raccogliendo per di più i complimenti dei suoi compagni. Jasmine oltre ad indossare il suo velo, torna a “indossare” la sua identità con orgoglio.
Questi casi d’islamofobia, sono solo alcuni tra i tanti verificatesi negli ultimi anni. Essi, inoltre, sembrano aumentare dopo l’approvazione della legge francese (228/2004) che vieta “segni e tenute” religiose nella scuola pubblica primaria e secondaria. Per l’anno scolastico 2004-05, si calcola con una certa approssimazione che almeno 500 ragazze siano state costrette o indotte ad abbandonare il liceo che frequentavano.
Questi fatti purtroppo ci portano ad ampliare la “letteratura” in merito e ad ammettere che esiste da parte di chi guarda un altro tipo di velo: il velo della diversità, il velo della paura, il velo della discordia. E’ fuori dubbio che la questione del velo è la punta dell’iceberg di un “retroscena” molto più complesso che lascia fuori il velo della soggettività.
Il velo, segno evidente di un’identità “Altra” e “pericolosa” è divenuto ricettacolo di paure portando ad un’alterazione, ad un misconoscimento e ad una negazione dei reali e molteplici significati che il velo porta con sé. La polisemia del velo riguarda la pratica religiosa, la tradizione, l’agency delle donne islamiche -che si manifesta diversamente da quello delle donne occidentali- la ribellione, l’affermazione di sé, la libera scelta, l’identità. La nostra prospettiva occidentale ha evidentemente negato tutto ciò, dando una lettura azzardata, semplicistica e soprattutto squalificante sulla questione. Il velo è stato associato al terrorismo, al fondamentalismo, all’analfabetismo, al patriarcato, al rigido sessismo, all’oppressione, alla violenza maschile sulle donne, all’infibulazione.
Con questo lavoro, invece, desideriamo, per così dire, "svelare i veli" ascoltando le soggettività delle donne che li portano o che hanno deciso di non portarli.
Questo lavoro, parte integrante di una tesi di laurea discussa presso la facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, è partito proprio di qua, da un desiderio di ascoltare le voci delle donne che il velo lo indossano o che hanno deciso di toglierlo.
Dopo uno studio della letteratura si è proceduto costruendo un’intervista che andasse ad indagare diversi ambiti: il retaggio culturale, la conoscenza del Corano, i modelli femminili della famiglia, il rapporto con il velo e con il proprio corpo, e infine le loro opinioni rispetto ai dibattiti attuali.
Le interviste tutte audio registrate sono state condotte con donne iraniane, marocchine e pakistane e sono state effettuate tra Carpi e Roma ad ottobre e novembre 2007. Ne riportiamo qui di seguito solo alcune.

(Donatella Romanelli, giugno 2009)

"Origini velate". Donna iraniana

“La conquista del velo”. Donna marocchina

"Veli di passaggio". Donna pakistana

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