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La frontiera tra l’Algeria e il Mali, terra di traffici e deportazioni

Il quarto quartiere della città di Gao, meglio conosciuto come il quartiere “arabo” è la roccaforte dei trafficanti. Gip dai vetri oscurati targate Algeria o completamente senza targa scorrazzano per le strade, alzando, indisturbate, la polvere del deserto. Due sono parcheggiate davanti alla Questura.

Dai muri delle case s’intravedono le cime dei camion, le sagome delle gip che serviranno per la traversata. Dietro gli stessi muri i migranti, ammassati, aspettano la notte della partenza. In una casa pitturata di bianco, le cui porte restano perennemente chiuse, sono rinchiuse le donne. Si sa che colui che porta una donna al trafficante ha il viaggio assicurato. Nella casa bianca le donne aspettano di pagare il prezzo del loro viaggio e di quello del loro accompagnatore.

Gao, porta del deserto, è da sempre il punto di passaggio dei flussi migratori. Vers nord montano i camion carichi di uomini per poi ridiscendere carichi di merce. Da qui partono i convogli dei migranti che prendono la direzione dell’Algeria, ma è qui che si ritrovano anche i migranti respinti alla frontiera algerina, dopo le deportazione nei campi di Tamanrraset, Djanet e In-Salah. Molti si fermano qua poiché il “viaggio della vergogna” verso il loro paese di origine sono in pochi che decidono di farlo. La motivazione è per quasi tutti la stessa: “l’Europa o la morte”; se in Europa non arrivano preferiscono morire piuttosto che subire la vergogna di tornare a mani vuote, dopo che tutta la famiglia ha messo nel loro viaggio i risparmi e le speranze di una vita diversa. La maggior parte rimane qui senza fare nulla, in attesa di un cambiamento che nessuno sembra sapere in che cosa possa consistere. Altri, soprattutto la comunità dei Nigeriani, hanno aperto delle piccole botteghe da barbiere o delle officine di pezzi di ricambio e hanno ricominciato a difficoltà la loro vita qui a Gao. Coloro che decidono di fare ritorno possono rivolgersi alla missione africana dei padri bianchi che da anni si occupa delle prime cure da dare ai migranti e di aiutare coloro che vogliono fare ritorno nel proprio paese di origine.

Verso nord…

Da Gao, le partenze dei camion carichi di uomini avvengano nella notte, i trafficanti abbandonano da subito la pista segnata che porta a Kidal per non lasciare tracce e per non farsi arrestare. Superano Kidal e Tisalit evitando i posti di polizia, fino ad arrivare a Bordj-Mokhtar, là abbandonano i migranti nelle mani d’altri trafficanti secondo la direzione, l’Algeria o il Marocco. L’altra rotta è quella che porta verso la Libia, da Gao si scende a Niamey per poi entrare in territorio algerino all’altezza di Djanet, e penetrare a Ghat.

Quasi tutti i migranti incontrati nel cammino vogliono andare in Europa, ma per farlo, però, bisogna fermarsi qualche anno a lavorare in un paese di prima frontiera per racimolare i soldi necessari per imbarcarsi. Per molti anni è stata la Libia il paese di destinazione dei centinaia di migranti che abbandonavano tutto alla ricerca di una vita migliore. Le operazioni di rastrellamento e deportazione che la Libia ha iniziato negli ultimi mesi, soprattutto in seguito alla firma degli accordi con l’Italia, e la crescita economica che sta vivendo l’Algeria, ha trasformato quest’ultima in una delle mete privilegiate dei migranti. Lo sviluppo dei settori dell’edilizia e dei lavori pubblici in Algeria, ma anche quello dell’agricoltura, ha fatto esplodere la necessità di mano d’opera a basso costo e chi – si devono essere chiesti nelle alte sfere del ministero delle Finanze - può essere sfruttato meglio dei subsahariani in marcia verso l’Europa? Secondo i dati forniti dall’Onu già nel 2005 c’erano circa 250.000 migranti sul territorio algerino

Le condizioni di vita dei migranti in Algeria sono tragiche, sfruttati nel lavoro - un giovane burkinabé incontrato a Bamako, mi racconta che lavorando come imbianchino guadagnava 3000 FCFA (4,50 euro) per una giornata di lavoro - e senza alcun tipo d’assistenza e protezione. Vivono nei « ghetti », case diroccate che pagano a caro prezzo e dove vengono ammassati centinaia di persone, o nelle grotte, come a Tamanrasset, alla mercé del freddo delle notti nel deserto.

Coloro che vivevano in Marocco o ad Orano e Algeri al momento dell’arresto, durante le retate che si moltiplicano nei ghetti dei subsahariani, vengono portati nella prigioni locali. Dopo qualche giorno la catena della deportazione entra in marcia: sono portati a In-Salah, detenuti una decina di giorni, il tempo di riempire il campo con altri migranti provenienti da altre retate. Da In-Salah la deportazione continua, sui camion militari, fino a Tamanrasset, dove, nel campo che può contenere fino a mille persone, s’incontrano i deportati della Libia, che hanno transitato per Djanet, con quelli che provengono dal nord e con tutti coloro che sono stati arrestati in città.

A 350 Km da Gao e a sette ore di traversata c’è Kidal, tristemente conosciuta per gli attacchi dei ribelli il 26 maggio 2006, che attualmente è a forte rischio in seguito alle tensioni nella regione. Nel cuore della città si trovano i due “ghetti” dei migranti: vengono chiamate così le abitazioni di fortuna dove sopravvivono dopo essere stati respinti alle frontiere marocchine, algerine e libiche. Quello vicino alla piazza è gestito da Modibou, partito nel 2003 dal suo villaggio nella regione di Kayes alla volta dell’Europa. Respinto alla frontiera, dopo pochi mesi di vita in Algeria, a Tinzaouaten, ha trovato un passaggio per Kidal e una volta qui ha deciso di restarci e di non fare ritorno nel suo paese d’origine.

Ed è davanti al ghetto di Modibu che li ho incontrati. In cerchio, i “deportati” raccontano a turno le loro storie, che si intrecciano, in una ricorrente escalation di violenze e brutalità.

Le interviste sono state raccolte nel marzo del 2008.

(Sara Prestianni, aprile 2008)

Le ghetto de Kidal, Mali, mars 2008

Abbandoné dans le desert, Kidal, Mali, mars 2008

Djanet-Tamanrasset-Tinzaouaten-Kidal la route du refoulement; Kidal, Mali, mars 2008

expulsés des Canaries, Kidal, Mali, mars 2008

Violences au camp de Djanet, Kidal, Mali, mars 2008

Djanet, la frontière Algerie-Libye; Kidal, Mali, mars 2008

après Ceuta et Melilla, Kidal, Mali, mars 2008

Je suis parti en janvier 2005 du Burkina Faso pour aller à chercher travail en Algérie, Kidal, Mali, mars 2008

Le refoulement d’Algerie mars 2008

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