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Kidal-Gao, Mali, marzo 2008 (foto di Sara Prestianni)

GAO

Il quarto quartiere della città di Gao, meglio conosciuto come il quartiere “arabo” è la roccaforte dei trafficanti. Gip dai vetri oscurati targate Algeria o completamente senza targa scorrazzano per le strade, alzando, indisturbate, la polvere del deserto. Due sono parcheggiate davanti alla Questura.

Dai muri delle case s’intravedono le cime dei camion, le sagome delle gip che serviranno per la traversata. Dietro gli stessi muri i migranti, ammassati, aspettano la notte della partenza. In una casa pitturata di bianco, le cui porte restano perennemente chiuse, sono rinchiuse le donne. Si sa che colui che porta una donna al trafficante ha il viaggio assicurato. Nella casa bianca le donne aspettano di pagare il prezzo del loro viaggio e di quello del loro accompagnatore.

Gao, porta del deserto, è da sempre il punto di passaggio dei flussi migratori. Vers nord montano i camion carichi di uomini per poi ridiscendere carichi di merce. Da qui partono i convogli dei migranti che prendono la direzione dell’Algeria, ma è qui che si ritrovano anche i migranti respinti alla frontiera algerina, dopo le deportazione nei campi di Tamanrraset, Djanet e In-Salah. Molti si fermano qua poiché il “viaggio della vergogna” verso il loro paese di origine sono in pochi che decidono di farlo. La motivazione è per quasi tutti la stessa: “l’Europa o la morte”; se in Europa non arrivano preferiscono morire piuttosto che subire la vergogna di tornare a mani vuote, dopo che tutta la famiglia ha messo nel loro viaggio i risparmi e le speranze di una vita diversa

KIDAL

...nel cuore della città si trovano i due “ghetti” dei migranti: vengono chiamate così le abitazioni di fortuna dove sopravvivono dopo essere stati respinti alle frontiere marocchine, algerine e libiche. “Da settembre 2007 sono passati da casa mia 583 migranti, o avventurieri come preferiscono farsi chiamare” dice “arrivano in condizioni molto precarie, spesso malati, senza più niente, neanche 300 FCFA (50 centesimi) per pagarsi un pasto”. Trovare lavoro a Kidal è praticamente impossibile, solo durante i periodi di costruzione i migranti vengono impiegati per mescolare il cemento nei cantieri. Ma tutte le mattine aspettano davanti alla porta del ghetto che qualcuno venga a chiamarli.

Ed è davanti al ghetto di Modibu che li ho incontrati. In cerchio, i “deportati” raccontano a turno le loro storie, che si intrecciano, in una ricorrente escalation di violenze e brutalità....

(Sara Prestianni, aprile 2008)

ingresso del "ghetto" dei migranti, Kidal, Mali, marzo 2008

camion in partenza per il deserto nel quartiere dei trafficanti di Gao, Mali, marzo 2008

un documento per l’espulsione, Kidal, Mali, marzo 2008

migrante nel "ghetto" di Kidal, Mali, marzo 2008

il "ghetto" dei migranti, Kidal, Mali, marzo 2008

il "ghetto" dei migranti Kidal, Mali, marzo 2008

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