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Migranti e capitali a oriente del Nordest (2001-2002)

Le interviste qui pubblicate indagano le vicende migratorie dei rumeni e degli ex-jugoslavi, e in particolare dei kosovari, e le loro conseguenze in Italia. Allo stesso tempo si analizzano le conseguenze del processo di mobilità del “capitale migrante”, cioè degli imprenditori italiani in Romania e degli operatori umanitari in Kosovo.

Sono state raccolte tra il 2001 e il 2002 per una tesi di dottorato in “Metodologie della ricerca nelle scienze umane” all’Università di Genova (“Lo scambio complesso. Migranti e capitali a oriente del Nordest”). Complessivamente erano state svolte 58 interviste e un focus group tra Italia, Romania e Kosovo. A parte tre interviste effettuate a personale “tecnico”, si tratta di soggetti che (a) hanno sperimentato direttamente momenti di conflitto sia attivamente sia passivamente, (b) erano in prossimità dei teatri di guerra e ne hanno subìto conseguenze significative per i loro percorsi di vita, (c) hanno vissuto profonde destabilizzazioni economiche e politiche, (d) vivono in aree toccate dai processi di ristrutturazione produttiva e sociale. La maggior parte delle interviste sono state condotte in italiano, altre in inglese e una piccola quota è invece stata eseguita grazie all’aiuto di un interprete.
La ricerca mette a fuoco la costruzione delle modalità attraverso le quali viene avviata al lavoro e inserita nelle dinamiche internazionali un’ampia fascia di popolazione precedentemente subordinata a normazioni lavorative e sociali differenti. Contrariamente dall’idea di un piano privo di increspature, il processo di penetrazione del capitale internazionale verso l’Europa orientale si caratterizza per balzi misurati, che seguono dappresso l’evolversi della situazione a livello politico, ma soprattutto ricalcano le orme – e le ombre – della conflittualità o della disponibilità operaia all’interno e all’esterno delle fabbriche. Si tratta di passaggi e di scambi continui in cui i confini simbolici e materiali rappresentano soglie di discontinuità sia per il flusso dei fattori produttivi sia più in generale per il flusso di individui.
Un aspetto rilevante degli scambi che attraversano i confini è una socializzazione a nuove modalità produttive che sussumono elementi locali, costringendo le imprese a rincorrere lavoro vivo. Nelle aree di immigrazione, come l’Italia, si assiste per contro a una relativa socializzazione della degradazione che oltre ai migranti colpisce in parte gli autoctoni che si ritrovano a operare in modo contiguo con i migranti stessi. In particolare, i profughi di guerra mettono in discussione anche le regole giuridiche che garantiscono l’ordine sociale e la costante riproducibilità delle forme della gerarchia. Il luogo di partenza dei migranti è centrale sia nell’ambito dei percorsi migratori sia nelle sistemazioni successive. Non si tratta, ovviamente, di processi monocausali ma l’esperienza di vita e di lavoro come la memoria di cui si è portatori, soprattutto in termini di rapporti sociali, sono fondamentali nel definire le traiettorie; nondimeno, le norme dei paesi di partenza, di transito e di sistemazione risultano altrettanti elementi da tenere in considerazione.

Devi Sacchetto, novembre 2007

Ljupco Horvat e Tanja Novakovic (coppia croata), Pordenone (Italia), luglio 2001 (interviste raccolte da Devi Sacchetto)

Afrim Rodiqi (kosovaro), Brescia (Italia), maggio 2002 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Damir Tomicic e Danilela Kakarić (bosniaci), Treviso (Italia), ottobre 2002 (interviste raccolte da Devi Sacchetto e Graziano Merotto)

Ionica Voinea (rumena), Padova (Italia), giugno 2002 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Ilir Bregu (albanese), Pordenone (Italia), Luglio 2001 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

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