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Esistenze sospese e resistenze al CARA di Mineo (Italia, gennaio 2012, a cura di Glenda Garelli e Martina Tazzioli)

Il 18 marzo 2011 viene inaugurato a Mineo, in provincia di Catania, il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, nell’ambito dello “stato di emergenza sul territorio nazionale” dichiarato dall’allora governo Berlusconi in risposta alle migrazioni verso l’Europa dai paesi del Nord Africa in rivolta e dalla guerra in Libia. Secondo il disegno governativo, il “Villaggio della Solidarieta’” di Mineo doveva produrre un modello made in Italy dell’accoglienza europea, riciclando in centro per richiedenti asilo la gated community costruita sul modello di un sobborgo americano per i militari statunitensi e che, allo scadere del contratto nel 2011, sarebbe stata lasciata vuota.

Le “cinque stelle” del residence trasformato in CARA, le sue 404 villette immerse in un paesaggio di aranceti, hanno fatto breccia in questi mesi sui siti ministeriali e nelle dichiarazioni degli osservatori e dei parlamentari UE. Sguardi da lontano sull’esperienza del CARA di Mineo che intercettavano, selettivamente e compiaciuti, edifici e paesaggio, tralasciando invece le vite che li abitano e ignorando il loro sfilacciarsi in questa sospensione protratta. Agli amministratori del calatino veniva chiesto di fare lo stesso, di ignorare queste persone quando, tavolo tecnico dopo tavolo tecnico, la squadra dell’ex ministro Maroni raccomandava di non parlare di “prigione dorata” e prometteva ricompense dal fondo PonSicurezza per le “esternalità” subite dai i 15 comuni dell’area.

Attivisti e giornalisti che hanno lavorato su Mineo hanno invece documentato la segregazione dei richiedenti asilo in un “inferno a cinque stelle”, un “non luogo”, una “prigione dorata”, un “lager di lusso” e le violazioni dei diritti delle oltre 5.000 persone che sono passate per il CARA di Mineo da marzo 2011. I richiedenti asilo e i rifugiati che vivono a Mineo lo chiamano “campo”, restituendo la precarietà delle loro “vite-da-campo” in questa esperienza di “accoglienza” italiana o “prison yard”, come precisa uno di loro, a indicare la cattura delle esistenze che questa sospensione produce.

Questo contributo si presenta come una raccolta e al tempo stesso una cronistoria di dati e racconti che documentano le strategie di resistenza dei migranti, le violazioni del potere, l’economia informale, le proteste, i controlli, che nella quotidianità costituiscono lo spazio emergenziale del CARA di Mineo: dal menu della mensa ai cicli mestruali saltati di molte abitanti del CARA, dall’orario dei bus per Catania al tempo che ci si impiega per raggiungere a piedi la fermata, dai paradossi del “pocket money” agli avvelenamenti da cibo, dalle infinite pause sigaretta dei commissari durante le audizioni all’assenza di mediatori culturali in grado di tradurre le storie dei migranti; dalla sconcertante gamma di prodotti offerta dal bazar interno al campo, ai prodotti che entrano ed escono informalmente, solo per fare alcuni esempi .

(Glenda Garelli, Martina Tazzioli, gennaio 2012)

Report Mineo (a cura di Glenda Garelli e Martina Tazzioli, gennaio 2012)

Letter from the Mineo “prison yard”, not a “camp” (Summer 2011)

This is not life, we know that. Letter from Prosper from Mineo (Mineo, Catania, January 2011)

Interview with three asylum seekers at the processing center in Mineo, Catania (Mineo, Catania-Gela State highway, december 2011)

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