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Mentone Ventimiglia: siamo tutti clandestini. Teatri dell’immedesimazione (Italia, aprile 2011)

Una distanza di 8 chilometri percorsa in tre ore, turisti carichi di valige alla ricerca affannosa di un taxi, esperienze di condivisione per potersi permettere i prezzi esorbitanti dei taxisti improvvisatisi esosi passeurs, pendolari della domenica che non sanno come ritornare a casa, alcune signore anziane, esauste, sui gradini della stazione a cercare di contattare qualche familiare dall’altra parte del confine per farsi venire a prendere. E’ una delle possibili cronache di questa domenica 17 aprile, alla stazione di Ventimiglia, ultima città dell’Italia prima della frontiera con la Francia. Dall’altra parte, a Mentone, la cronaca non è molto diversa.

Per non far passare il “treno della dignità” che una rete di associazioni italiane e francesi aveva organizzato per la mattinata nell’ambito della campagna di “Welcome. Indietro non si torna”, nell’intento di oltrepassare la frontiera insieme ai migranti tunisini, il governo francese ha pensato di sopprimere Schengen cancellando tutti i treni prima della frontiera. Soppresso, soppresso, soppresso, si poteva leggere per ore sul cartellone della stazione di Ventimiglia per i treni diretti in Francia. Una strana e inaspettata trovata, quasi più creativa di quella dei militanti delle associazioni che in pochi giorni avevano cercato di escogitare il modo per mettere in mostra tutte le contraddizioni dell’Europa di Schengen e del suo spazio di libera circolazione. Libera, in tutti questi anni, solo per alcune persone, quei cittadini dell’Unione europea che nella giornata di ieri, lì, tra le due frontiere, hanno vissuto per qualche ora l’esperienza di non attraversamento o di necessario aggiramento del confine che in questi stessi anni è stata concessa ai migranti privi di titoli di soggiorno.

Una pièce teatrale, con uno scenario di immedesimazione nell’esperienza dell’altro: è questo, in fondo, l’effetto della trovata di Claude Guéant, ministro dell’interno francese che ha risposto in questo modo, oltre che all’iniziativa delle associazioni per i diritti dei migranti, all’inventiva altrettanto fantasiosa con cui il suo omologo italiano pensava di poter chiudere il sipario dello spettacolo dai vari titoli, “invasione dei tunisini”/”tsunami umano”/”esodo biblico”, così magistralmente messo in scena in questi ultimi due mesi, dopo l’arrivo dei primi giovani tunisini sull’isola di Lampedusa. Un permesso di soggiorno temporaneo per non soggiornare, un permesso di soggiorno per sloggiare, era stata la trovata di Maroni, per chiudere in fretta i battenti del teatro mentre dalla platea, persino da parte degli spettatori abituati da anni all’applauso ad ogni nuova mossa di guerra contro i migranti, cominciavano i fischi. Lo spettacolo, infatti, era durato troppo a lungo per essere ancora credibile e già dopo le prime settimane era dagli abitanti dell’isola di Lampedusa che arrivavano le prime avvisaglie di un suo possibile fiasco. Sul palco, di fatto, il numero delle comparse lasciate lì per creare ad hoc la scena dell’invasione rischiava di congestionare il tutto, e l’eccedenza dei loro corpi rispetto ai luoghi a disposizione in cui negli anni passati i migranti dopo una prima apparizione venivano fatti scomparire ha permesso ai migranti in arrivo dalla Tunisia di prendersi sino in fondo la scena: non più comparse ma attori, non più corpi da trattare ma soggetti con cui interloquire, esseri umani con facoltà di parola per i giornalisti accorsi, come d’abitudine, a dar risonanza allo spettacolo, soggetti con cui scambiare esperienza per gli abitanti dell’isola. Soprattutto, giovani, meno giovani, giovanissimi che nella realtà dei fatti solo qualche settimana prima avevano messo in moto il movimento di insorgenza e rivoluzione che ormai da mesi sta attraversando l’intera area del Maghreb e del Mashreq. Soggetti, dunque, che prima ancora di conquistarsi il diritto alla parola che i giornalisti alla fine sono stati costretti a lasciare loro portavano con sé una parola e un’azione di troppo eccedenti rispetto a quell’orizzonte di “disperati nelle carrette”, “profughi in fuga” in cui le narrazioni su di loro hanno comunque cercato di racchiuderli, facendone saltare definitivamente le trame ormai consolidate.

La fantasia di Maroni, però, non aveva fatto bene i conti con l’orizzonte di fondo su cui da ormai più di dieci anni poggiano le politiche di contrasto all’immigrazione messe in atto dall’Unione europea: politiche comuni, certo, sinché per i nemici da respingere, per gli umani da far diventare non umani, per i corpi da espellere o da cancellare, c’era ancora a disposizione uno spazio dell’altrove in cui relegarli. Per questo, le politiche di contrasto non potevano che trasformarsi, nel corso degli anni, come infatti è accaduto, in politiche di esternalizzazione con il conseguente appoggio dei dittatori di turno a cui si è chiesto, di volta in volta, quella forma poliziesca e militarizzata di controllo del proprio territorio necessaria a farlo diventare o a farlo permanere spazio dell’altrove. “Ovunque, ma non in Europa”, è stata la retorica e l’azione di più di un decennio, con gli stati membri dell’Ue a seguito della loro armata d’avanguardia, Frontex, e delle sua filosofia: agire prima della frontiera, prevenire l’arrivo, respingere e cancellare i corpi prima del loro passaggio. A prestarvi attenzione, però, qualche crepa nella comune armonia, nel corso dei lunghi anni di esternalizzazione, si era già lasciata vedere. Soprattutto in mare, quando tra acque internazionali, acque nazionali ma in cui dispiegare l’esercito di Frontex con le sue missioni di cooperazione, zone Sar più o meno estese, acque territoriali degli stati del nord Africa trasformate in acque europee con qualche colpo di bacchetta magica e soprattutto con qualche scambio economico, gli stati membri si erano più volte accusati tra loro di inadempienza nei soccorsi. Ma i corpi non soccorsi, in quel caso, grazie al mancato soccorso dell’uno e dell’altro stato avevano pensato bene di trasformarsi in morti e, come si sa, i morti non parlano, per questo persino gli incidenti diplomatici e le reciproche rimostranze sulle altrettanto reciproche responsabilità potevano ben presto essere messe a tacere. Al di là delle prime frasi di accusa all’altro stato, inevitabili per dare l’apparenza di un minimo di umanità di fronte ai morti o a corpi ancora vivi lasciati galleggiare per giorni tra le gabbie dei tonni, ministri, viceministri, portavoce e funzionari, sapevano bene nel loro foro interiore quale fosse la realtà: tutti colpevoli, complici di inadempienza, con soccorsi mandati dopo ore, se non giorni, rispetto ai primi S.O.S. lanciati dalle imbarcazioni alla deriva, nella speranza che a soccorrere e a farsi carico dei corpi ancora vivi fosse l’altro stato nel suo territorio. Tutti colpevoli; dunque, meglio lasciar perdere, dimenticare i primi momenti di accusa con una stretta di mano e un’amicizia ritrovata nel rispetto della legge suprema del contrasto degli umani che inesorabile richiamava ognuno al dovere di contribuire in modo armonioso allo sforzo comune.

“Pericolo arabo. I democratici sbarcano in Europa” dice una vignetta francese in questi giorni sul web. Già, perché è proprio questo quello che è successo. Né disperati, né profughi, sono arrivati dagli ultimi giorni di gennaio e lungo tutto il mese di febbraio e di marzo a Lampedusa. Disperati, semmai, sono diventati man mano, giorno dopo giorno, mentre il ministro degli interni Maroni si serviva di loro per farli permanere sull’isola, allestendo il dramma di un soggiorno non temporaneo trasformando l’intera isola in un campo di detenzione per evocare ai suoi elettori e agli stati alleati europei il rischio dell’invasione, aspettandosi voti dagli uni e soldi dagli altri. Preparando, nel frattempo, tra le quinte, anche un possibile cambio delle già restrittive politiche di asilo. Nella confusione generale, il “residence degli aranci” di Mineo era diventato nei primi giorni di convulsione lo specchietto per le allodole da offrire a sindaci restii e società italiana più o meno civile come luogo di transito, di permanenza, o di deportazione in cui far scomparire, di volta in volta a seconda degli interlocutori a cui lo si spacciava per “villaggio della solidarietà”, i richiedenti asilo sparsi per l’Italia o i tunisini fatti prigionieri, insieme ai residenti dell’isola, a Lampedusa. Già allora, verso metà febbraio, a guardare i servizi stampa ad esso dedicati, non era insolito imbattersi nella solita compiacenza dei giornalisti, poco attenti alle differenze e facili alle confusioni e che, forse intuendo i tranelli di Maroni, avevano cominciato a riversare sulle pagine l’usuale linguaggio della disperazione quando dovevano nominare i migranti tunisini. A confondere ancor di più le cose, nei giorni subito successivi, sono venuti in soccorso gli insorti libici e l’amico di sempre, Gheddafi, con la sua guerra alla popolazione.

Da lì, allora, dalle spiagge della Libia, i rifugiati avrebbero effettivamente potuto cercare di fuggire, e soprattutto i rifugiati provenienti dal corno d’Africa che le politiche di respingimento in mare inaugurate dall’Italia nel maggio del 2009 avevano contribuito da ormai due anni a imprigionare tutti nei campi di concentramento libici. Nessuno stato membro Ue, infatti, avrebbe mai avuto quel piccolo barlume di umanità necessario a immaginare di evacuare, insieme ai propri cittadini, anche quegli umani non desiderati prima di prepararsi in grande fretta alla guerra dei “volenterosi”. E così è stato, infatti, con le conseguenze che tutti conosciamo. Corpi in mare, elencati tra i morti quando affiorano tra le onde, dati per dispersi quando le acque non lasciano alcuna traccia di loro. Di mezzo, però, continuavano ad esserci i tunisini, quelli vivi, oltre a quelli che hanno cominciato a morire o a “disperdersi” e che, come tutti i morti, potevano essere lasciati al loro destino, o, come tutti i dispersi, all’eventuale compianto “dimezzato” dei familiari a cui non prestare grande attenzione quando chiamano le autorità italiane sperando di imbattersi in una traccia della loro esistenza. Alla stazione di Ventimiglia, sabato, c’era la sorella di uno di loro: aveva stampato una foto del fratello e il nome, in fondo alla pagina un numero per contattarla. I superstiti del naufragio avvenuto il 7 aprile al largo delle coste della Tunisia le avevano detto che suo fratello si era gettato in mare, spogliandosi, prima ancora che l’imbarcazione andasse definitivamente alla deriva, nel tentativo di raggiungere a nuoto un luogo qualsiasi tra l’Italia e la Tunisia. Lo cercava a Ventimiglia, tra i tunisini in attesa del “permesso per sloggiare”, perché in Tunisia non era comparso, né vivo, né morto, e al telefono le autorità italiane non le avevano dato alcun ascolto. Un “fai da te” dei ritrovamenti, avviene anche questo tra “i democratici sbarcati in Europa”.

In Europa, appunto, quei democratici sono arrivati. E l’hanno fatto dopo aver tolto di mezzo, almeno in Tunisia, lo spazio dell’altrove in cui essere nuovamente relegati. Democratici e vivi. Democratici, vivi, e in cerca di democrazia, come molti di loro affermano quando evocano la possibilità di ritornare in Tunisia tra qualche mese, a processo di democratizzazione compiuto. Nel frattempo, da qualche parte vogliono stare. Democratici, vivi, in cerca di democrazia e, questa volta, con uno spazio dittatoriale bruciato dietro di loro, prima di bruciare le frontiere dell’Europa. Per questo, con quell’enorme pretesa, inaudita per gli stati europei, di corpi che stanno e che mettono in evidenza, con il semplice fatto dello stare, lo spazio di sospensione che le politiche di controllo delle migrazioni avevano riservato in generale ai migranti, prima di loro. Sospesi, infatti, dovrebbero ancora, anche loro, accettare di essere, per l’Unione europea tutta, dal momento che uno stato membro gli concede il permesso a sloggiare e gli altri componenti della confraternita si ribellano all’idea di un soggiorno sui loro territori.

Con ben stretto in tasca il loro permesso, alcuni di quei democratici, non molti per la verità, circa duecento, erano ieri alla stazione di Ventimiglia. Non tutti avrebbero preso il “treno della dignità”, perché alcuni ancora in attesa dell’appuntamento per ottenere quei due talismani – la carta elettronica del permesso e il titolo di viaggio, verde, come i vecchi passaporti italiani -, altri perché in cerca di altre strategie di “dignità”, meno collettive e pubbliche, altri ancora perché, senza parenti né lontani né vicini, né in Francia né in Italia, si giocheranno la loro chance proprio in Italia, dal momento che, pensato per farli andare, quel permesso dà comunque il diritto a restare. Facendo il calcolo, per circa cento migranti tunisini ieri lo spazio Schengen ha mostrato tutte le sue insolubili antinomie. Spazio di libera circolazione per alcuni, spazio di costretta sospensione per altri. E lo strascico di polemiche che oggi e nei prossimi giorni la decisione del governo francese si porterà dietro ne dirà tutta la verità. A guardar bene, quello spazio ha continuato a funzionare, come in tutti questi anni. Come spazio libero per alcuni, come spazio di sospensione per altri. Soppressi, però, erano i mezzi più utilizzati per la circolazione: i treni che percorrono in dieci minuti quel tratto di libera frontiera. E nel teatro dell’immedesimazione che ne è conseguito, i ruoli per alcune ore si sono invertiti. Migranti, privi di permesso a circolare se non con strategie individuali e collettive di aggiramento della frontiera, erano diventati i cittadini dei due stati, italiani e francesi, così come i cittadini di altri stati membri dell’Ue scaduti, nella giornata di ieri, a turisti della frontiera. Mobile, anche per loro. Come tutte le frontiere interne ed esterne, visibili e invisibili, escogitate dall’Ue nella sua guerra ai migranti. Per scendere con le valige le scalette che dalla stazione di Ventimiglia portano alla via principale della città, dove cercare un taxi collettivo per poter affrontare la modica cifra di 70 euro, ed arrivare così, all’agognata Mentone, quei nuovi migranti privi di mezzi di circolazione dovevano mostrare i loro documenti e il titolo di viaggio, il biglietto del treno, alla polizia che aveva circondato la stazione per impedire ai manifestanti, democratici italiani e tunisini, di arrivare al consolato francese. Anche lì una differenza, ai tunisini che anziché scendere volevano risalire per ritrovare nella piazzetta della stazione lo spazio abituale del loro soggiorno, la polizia chiedeva di aprire gli zainetti per disarmarli di qualche frutto e qualche pezzo di pane.

“Liberté” si urlava ieri alla stazione, nei dieci metri di strada che le tenute antisommossa avevano concesso al corteo, quando per sbloccare la situazione aveva deciso di muoversi verso il consolato. Manifestanti italiani e tunisini insieme. Una situazione paradossale, non diversa da molte altre quando a manifestare sono gli italiani. Ieri, però, a loro, a noi, si erano aggiunti “i democratici sbarcati in Europa”. E a rendere inconsueta e ancora più paradossale la situazione ci aveva pensato allora il ministro degli interni francese sceso in campo contro il “pericolo arabo”, oltre che al suo omologo “furbetto” italiano. Negando a tutti la “liberté”, ma regalandoci in cambio, con il suo gesto, persino la “fraternité” e l’”egalité”. “Siamo tutti clandestini” è stato in questi anni lo slogan che ha accompagnato le piazze di rivendicazione dei diritti per i migranti. Ieri, grazie a Guéant, quello slogan, per alcune ore, da rivendicazione retorica si è fatto realtà.

Storiemigranti è un sito in cui raccogliere e depositare le parole e le azioni dei migranti. Nella raggiunta uguaglianza di ieri, dopo le interviste raccolte già la settimana precedente tra i migranti tunisini, per rispettare il diritto alla parola di tutti, abbiamo deciso di intervistare i nuovi clandestini cittadini dell’Ue. “Welcome. Indietro non si torna” a tutti loro.

(Federica Sossi, 18 aprile 2011)

vedi anche:Lampedusa: la frontiera bruciata (febbraio 2011)

galleria di immagini (di Sara Chiodaroli)

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