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Marocco, rifugiati e richiedenti asilo (2006-2007)

Luglio 2006 e marzo 2007, Rabat e Casablanca, Marocco. Un gruppo di rifugiati, congolesi, ivoriani, angolesi, alcuni dei quali membri dell’associazione Consiglio dei migranti subsahariani in Marocco (CMSM), racconta la difficile vita nella “prigione” marocchina.

Per capire la loro situazione bisogna però fare qualche passo indietro, di alcuni anni, e spostarsi dal Marocco all’Europa, perché sono le politiche di controllo delle migrazioni dell’Unione europea che hanno determinato la politica marocchina rispetto ai migranti di passaggio in Marocco. Sino a qualche anno fa, infatti, il regno del Marocco, dagli anni Sessanta del secolo scorso terra di forte emigrazione, era considerato dai migranti degli altri paesi africani unicamente come un luogo di passaggio per raggiungere la Spagna e l’Europa attraverso lo stretto di Gibilterra o attraversando l’Oceano Atlantico verso le due isole più a Nord dell’arcipelago delle Canarie, Fuerteventura e Lanzarote.
Poi, i sistemi di controllo creati dalla Spagna, le barriere poste tra il Marocco e le due enclaves spagnole Ceuta e Melilla, ma soprattutto le pressioni esercitate tanto dalla Spagna quanto dall’Unione europea sul regno del Marocco affinché controllasse le sue frontiere, così come i finanziamenti forniti a tal fine, hanno trasformato questo paese, come qualcuno dice, in un “gendarme dell’Europa”. Già la legge 02-03, relativa “à l’émigration et l’immigration irrégulières”, promulgata dal regno marocchino nel novembre 2003, è significativa a tale proposito, ma sono soprattutto gli episodi di Ceuta e Melilla a segnare una vera e propria svolta: nelle notti tra il 28 e il 29 settembre e il 5 e il 6 ottobre del 2005, le forze dell’ordine marocchine e la Guardia Civil spagnola sparano sui migranti che, abitanti da mesi o da anni nelle due foreste che si erano formate accanto alle enclaves, avevano deciso di scavalcare tutti insieme le barriere che dividono il territorio spagnolo dal regno del Marocco. 11 i morti ufficiali e decine e decine i feriti. Nei giorni successivi tutti deportano: deporta la Spagna, che riporta in Marocco i migranti che erano riusciti a passare, mentre il Marocco deporta verso l’Algeria e la Mauritania i migranti che, dopo l’azione collettiva, avevano abbandonato le foreste e l’Algeria deporta i migranti che il Marocco aveva lasciato nel suo deserto.
Da quelle due notti per i migranti ancora presenti in Marocco tutto è cambiato, dal momento che il regno da luogo di passaggio si è trasformato in un’immensa palude da cui non si sa come uscire. Alcuni hanno abbandonato il regno in un percorso all’indietro, nel tentativo di trovare un altro percorso che li conducesse in Europa. Per molti, però, per vari motivi, trovare una via di fuga è stato impossibile e lo è stato soprattutto per i rifugiati e per i richiedenti asilo che, riconosciuti dall’Alto commissariato per i rifugiati, sperano che il loro status valga qualcosa. Anche in questo caso è necessario un passo indietro: al 2004, per lo meno, l’anno in cui, dapprima come proposta lanciata dalla Gran Bretagna, poi come progetto dell’Acnur, dall’Europa parte una politica di esternalizzazione del diritto di asilo. L’Alto commissariato si installa in Maghreb con dei progetti pilota che, lì dove “funzionano”, come in Marocco, creano una situazione paradossale: sans papiers rifugiati e sans papiers richiedenti asilo è il risultato di tale politica, poiché i documenti riconosciuti ai migranti dall’Alto commissariato non valgono nulla per le autorità marocchine che continuano a trattare tutti, rifugiati e richiedenti asilo compresi, come indesiderati. La grande retata del 23 dicembre 2006 lo sta a indicare, con convogli che partono da Rabat, e nei giorni successivi anche da altre città marocchine, alla volta di Oujda, alla frontiera con l’Algeria, dove rifugiati, richiedenti asilo e migranti privi di documenti vengono deportati. Nei mesi successivi, sebbene più in sordina di quanto sia avvenuto alla fine di dicembre, la politica delle deportazioni continua: sveglia nelle prime ore del mattino, passaggio al commissariato della città in cui si viene arrestati, e furgoncini o pullman che partono verso l’Algeria. Poi, in alcuni casi, il ritorno verso la “fac” di Oujda, non una facoltà, ma la “facoltà dei migranti”, uno spazio all’aperto accanto al campus universitario che i deportati cercano di raggiungere dopo essere stati abbandonati alla frontiera o già in territorio algerino. Non tutti, però, riescono a ritornare. Molti si perdono nel deserto, alcuni muoiono, altri riescono a reinventare la loro vita in Algeria, altri, ancora, si ritrovano alla frontiera con il Mali, scaricati lì dai poliziotti o dall’esercito algerino.

(Federica Sossi, luglio 2007)

Pastore Wylli, Rabat (Marocco), 3 luglio 2006 (audio: 29 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi)

Maman, Rabat (Marocco), 3 luglio 2006 (audio: 22 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi)

Makiese, Rabat (Marocco), 3 luglio 2006 (audio: 11 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi)

Paulin Kaunzambi, Casablanca (Marocco), 4 luglio 2006 (audio: 1 ora e 17 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi)

Fiston, Rabat (Marocco), 26 marzo 2007 (audio: 1 e 18 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi)

Roger Lelo a Blanchard Hitombe, Rabat (Marocco), 27 marzo 2007 (audio: 1 ora e 14 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi)

Carla Domingas, Rabat (Marocco), 30 marzo 2007 (audio: 33 minuti, intervista raccolta da Federica Sossi, in lingala, con la traduzione in francese di Fiston Massamba)

Keita, Rabat (Marocco), 30 marzo 2007 (audio: 38 minuti, intervista raccolta a Federica Sossi)

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