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Identités d’emprunt/Identità in prestito (Giulia Herzenstein, France, 2010)

Identità in prestito

Le 4 interviste che vengono qui pubblicate sono state raccolte tra marzo e maggio 2010 a Parigi.
Le persone intervistate sono tutte originarie dall’Africa sub-sahariana e, quasi tutte, vivono in Francia da vari anni senza permesso di soggiorno. La loro esperienza è emblematica per illustrare il fenomeno del prestito d’identità, una pratica molto comune tra i sans-papiers in Francia ma generalmente poco conosciuta.

Identità in prestito

Le 4 interviste che vengono qui pubblicate sono state raccolte tra marzo e maggio 2010 a Parigi. Fanno parte di una ricerca sul campo svolta nell’ambito del mio corso di laurea in antropologia (Master 2 "Migrations et relations interethniques, Paris 7)
Le persone intervistate sono tutte originarie dall’Africa sub-sahariana e, quasi tutte, vivono in Francia da vari anni senza permesso di soggiorno. La loro esperienza è emblematica per illustrare il fenomeno del prestito d’identità, una pratica molto comune tra i sans-papiers in Francia ma generalmente poco conosciuta.

A causa delle politiche migratorie francesi ed europee sempre più restrittive e finalizzate alla lotta contro l’immigrazione irregolare, i migranti senza permesso di soggiorno hanno crescenti difficoltà per trovare un lavoro. E le possibilità che si aprono loro sono sempre comunque confinate all’ambito dell’illegalità : lavoro in nero, falso permesso di soggiorno, ed infine l’utilizzo, su previo accordo, dei papiers (la carta d’identità o il permesso di soggiorno) di un’altra persona. Per lo più i migranti fanno ricorso alla pratica del prestito d’identità quando non riescono a trovare un lavoro in nero e spesso, nel corso degli anni, possono trovarsi a combinare tutte e tre le strategie lavorative. Il prestito d’identità si caratterizza quindi per essere strettamente legato al lavoro e, in particolare, al momento della firma del contratto. A contratto firmato, il sans-papiers non ha più tra le mani il documento del "prestatore" e, nella sua vita quotidiana, utilizza esclusivamente (a parte qualche eccezione) il suo proprio nome.

Inoltre, questa pratica si distingue per l’ambigua relazione che s’instaura tra il sans-papiers et il "prestatore". Dalla mia ricerca emerge che, nella maggior parte dei casi, il "prestatore" risulta essere un amico, un familiare o un conoscente del sans-papiers. I due stabiliscono una somma che il sans-papiers deve versare ogni mese in cambio del favore fatto, somma che può rappresentare anche il carico maggiore di tasse che il "prestatore" si trova a dover pagare alla fine dell’anno. Questa relazione è di per sé asimmetrica – giacché é il "prestatore" ad avere il coltello dalla parte del manico e a poter decidere come e quando rompere l’accordo – e mette il sans-papiers in una situazione di totale dipendenza. Per cominciare, il salario del sans-papiers arriva sul conto in banca del titolare del documento utilizzato al momento dell’assunzione e quest’ultimo versa poi al sans-papiers la somma stabilita. Le perversioni che questa situazione può generare sono molteplici : il "prestatore" può essere tentato di trattenere più soldi del previsto, può versare i soldi in ritardo o un po’ alla volta, e può anche cominciare a pretendere compensi sempre più elevati minacciando il sans-papiers di denuncia per furto di documenti e per usurpazione d’identità.

Se la pratica del prestito d’identità può mettere in luce alcune dinamiche di solidarietà tra immigrati – quando il "prestatore" vuole semplicemente aiutare il proprio amico sans-papiers – spesso e volentieri sono le relazioni conflittuali che si instaurano tra immigrati ad imporsi.

Dalle interviste effettuate emergono ulteriori aspetti caratteristici del prestito d’identità.
Uno di essi è la sofferenza psicologica generata dall’obbligo di dover dissimulare la propria identità sul posto di lavoro. Infatti, generalmente, il sans-papiers deve fingere di essere un’altra persona (nome, cognome, età, paese di origine, storia di vita) per non far sorgere sospetti tra i colleghi e, soprattutto, per non essere smascherato dal datore di lavoro. Il sans-papiers costruisce quindi delle barriere per scoraggiare qualunque tipo di amicizia o di intimità con i colleghi e vive con la paura costante di essere denunciato.
Un altro aspetto è la complicità dei datori di lavoro rispetto a questo fenomeno. Dal singolo datore di lavoro, alle grosse aziende, alle imprese che gestiscono il lavoro interinale, questa pratica è ampiamente conosciuta e tollerata poiché permette al datore di lavoro di assumere un lavoratore che ha tutte le apparenze della legalità ma che può essere più facilmente sfruttato, manipolato o licenziato su due piedi quando la situazione lo richiede. Inoltre, rispetto al lavoro in nero, l’utilizzo dei documenti di un’altra persona, dal momento che la vera identità del lavoratore viene scoperta, non lo protegge dagli abusi dei datori di lavoro.

Per concludere, attraverso queste interviste ho cercato di evidenziare la situazione di precarietà e di esclusione che caratterizza i sans-papiers, costretti dalle leggi in vigore a ricorrere ad ogni tipo di stratagemma per lavorare. Tutto sommato, prendere in prestito l’identità di un’altra persona risulta essere una soluzione poco avvantaggiosa per il sans-papiers. Le interviste mostrano quindi i sentimenti e le percezioni dei sans-papiers rispetto a quest’esperienza, e soprattutto le loro frustrazioni. Ultimi beneficiari del prestito d’identità – di cui datori di lavoro e "prestatori" ricavano i più grossi vantaggi – i sans-papiers si confrontano inoltre a enormi difficoltà per essere regolarizzati, tanto più che i periodo di lavoro effettuati con l’identità di un’altra persona sono praticamente irriscattabili.

(Giulia Herzenstein, 4 febbraio 2011)

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