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Senegal, 2006

Alcune piroghe variopinte stanno all’inizio di questa storia che, in pochi mesi, ha cambiato i rapporti tra due continenti, l’Europa e l’Africa, entrambi apparentemente travolti da quel centinaio di barche.

Tutto inizia verso il mese di novembre 2005, quando alle isole più a Sud dell’Arcipelago spagnolo delle Canarie, si vedono arrivare queste strane imbarcazioni con a bordo i migranti.
In realtà, a osservare bene il fenomeno, nulla dovrebbe apparire così strano e travolgente: né le piroghe, più o meno colorate, normali imbarcazioni da pesca sulle coste dell’Africa occidentale ormai impoverite dagli accordi di pesca con l’Unione europea e con altri paesi del mondo, né quel lungo viaggio che i migranti avevano cominciato a inventare, cinque giorni di Oceano Atlantico se si parte dalla Mauritania, qualche giorno in più partendo dal Senegal. Né, in fondo, le centinaia e centinaia di persone annegate tra le acque di quello scuro tratto di mare.
Da quando lo stretto di Gibilterra si era fatto impraticabile, in seguito agli episodi di Ceuta e Melilla, in cui il Marocco e la Spagna avevano sparato sui migranti che cercavano di scavalcare le barriere che dividono le enclaves spagnole in Marocco dal territorio del regno marocchino, era evidente che i migranti africani avrebbero dovuto inventare un altro percorso per raggiungere l’Europa. E così hanno fatto. Dalle coste della Mauritania, dapprima, del Senegal poi, ma anche da paesi ancora più a Sud, hanno preso quelle imbarcazioni colorate, spesso ormai in disuso per la crisi della pesca locale, si sono forniti di Gps e salvagente e hanno dato il via all’avventura. 31.000 arrivi sull’Arcipelago nel corso del 2006, in prevalenza uomini, tanti senegalesi, ma anche qualche donna e via via sempre più minori.
Allarmata e cercando di allarmare l’Unione europea, la Spagna è corsa ai ripari: qualche campo di detenzione in Mauritania, costruito dal proprio esercito sceso in quel paese per dare un contributo “tecnico” alla costruzione dei campi in cui far transitare i migranti deportati, lasciando così qualche giorno di tempo alla Mauritania per organizzare i convogli verso le frontiere del Mali e del Senegal; e, poi, soprattutto, la discesa in forza di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, istituita nel 2004 e con sede in Polonia, che l’Unione europea ha messo a disposizione per fermare quella che tutti chiamavano ormai una “valanga umana”.
Si tratta, in realtà, di una percentuale bassissima delle migrazioni verso la Spagna, il 4,9% del totale, ma quelle migliaia di giovani, per la maggior parte senegalesi in rivolta rispetto alle scarse opportunità di lavoro offerte dal proprio paese, hanno fatto scendere a pattugliare le coste africane elicotteri, motovedette, aerei da varie parti d’Europa. Dalla Spagna, ovviamente, ma anche dall’Italia, dalla Francia e dal Portogallo. La prima operazione di pattugliamento congiunto, battezzata Hera, è iniziata lungo le coste della Mauritania, con scarsi risultati e qualche dissapore tra gli stati membri dell’Unione europea, alcuni dei quali avevano annunciato la loro partecipazione ritirandosi poi ad operazione avviata.
Subito dopo è stata la volta del Senegal, con l’operazione Hera II, di cui si parla in una di queste interviste. Durante l’operazione Hera II, nei paesi di partenza sono stati intercettati in tutto 3.900 migranti e 58 piroghe o cayucos. Dopo questi primi esperimenti, ormai stabili sulle coste occidentali dell’Africa, Frontex pattuglia anche il Mediterraneo tra la Libia, Malta e l’Italia e nei mesi di aprile e maggio del 2007 nell’ambito dell’Unione europea ha preso il via un progetto che prevede una rete europea di pattuglie di frontiera (Epn - European Patrol Network) che, sempre in collaborazione con Frontex, potrà svolgere attività di pattugliamento anche in acque internazionali.
Ma ancor prima del Frontex, in Senegal erano arrivati i rimpatriati. Dal Marocco, i primi, a fine maggio, senza alcun problema per i due paesi, dal momento che già negli anni passati avevano firmato un accordo di rimpatrio. Dalle isole Canarie subito dopo e con mille polemiche. Quella dei rimpatriati, innanzitutto, che si sentivano ingannati dal loro paese e dal presidente Wade che, sulla scia di quello che gli chiedeva l’Europa e delle leggi già promulgate in alcuni paesi del Maghreb, aveva cominciato a parlare di “tolleranza zero contro l’emigrazione clandestina”. Ma alle prime voci di protesta dei rimpatriati si erano aggiunte quelle dei loro parenti e, in fondo, dell’intero Senegal, paese a forte tasso di emigrazione.
Gravava sul tutto il forte interrogativo: dove sono gli accordi? E quali? Mentre dalla Spagna i media pubblicizzavano gli incontri diplomatici e le firme per i rimpatri, e il Senegal si interrogava e accusava il proprio governo, da Wade e dai suoi ministri arrivavano le smentite. Nessun accordo di rimpatrio, ma unicamente degli accordi presi volta a volta, per evitare che lo scontento dei giovani e delle loro famiglie che avevano raccolto i soldi per farli partire si rivelasse un boomerang per la rielezione di Wade, nel febbraio 2007. Proprio per questo, il governo senegalese, più che sugli accordi di rimpatrio, ha insistito su altri accordi economici con la Spagna. Gli aiuti al Piano Reva, il ritorno all’agricoltura voluto da Wade, ma, soprattutto, gli accordi per i visti di lavoro che la Spagna avrebbe concesso. Su quest’ultimi i ruoli si sono invertiti e mentre il governo del Senegal annunciava tali accordi ad ogni conferenza stampa, la Spagna, a dicembre, faceva sapere che a breve avrebbe concesso 75 visti di ingresso.
Piccolo problema: non ai rimpatriati dalla isole Canarie, che avendo già toccato il suolo spagnolo non potranno rientrare regolarmente nel territorio Schengen per alcuni anni. Ulteriore problema: che fare, dopo l’avvio di Frontex, delle persone bloccate in mare o ancora sulle coste senegalesi in procinto di salire su una piroga? Una pacca sulla spalla e un semplice “non provarci di nuovo” non sarebbe bastato né alla Spagna, né all’Unione europea, e, in fondo, nemmeno al Senegal che per la collaborazione con Frontex aveva messo a disposizione tutte le sue forze dell’ordine e che, tra l’altro, conosceva bene il desiderio di emigrazione dei suoi giovani, pronti a ripartire alla prima occasione. In modo pratico ma un po’ sbrigativo rispetto alla giurisprudenza, si pensa allora di riesumare la legge sulla “traite des personnes et l’exploitation de la mendicité d’autri” già entrata in vigore il 29 aprile del 2005, ben prima che le piroghe iniziassero a partire.
Ed eccoci così alla scena attuale: si fanno entrare nei tribunali i migranti intercettati in quanto li si considera vittime della tratta e li si fa uscire come colpevoli, in quanto attori di un’“auto-tratta”. Lo stato protegge la vittima e condanna il colpevole, non importa che vittima e colpevole siano la stessa persona. La legge è uguale per tutti, persino in Senegal, che consegna ai propri secondini quegli individui schizofrenici, colpevoli di attentare alla propria dignità di esseri umani “auto-trattandosi”, che l’Europa gli aveva chiesto di bloccare.

(Federica Sossi, luglio 2007)

Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), intervista a Laurent de Boeck, Dakar (Senegal), 5 dicembre 2006, (intervista raccolta da Cristina Sebastiani, Ilaria Scovazzi e Federica Sossi)

Ministère de la jeunesse, Dakar (Senegal), 12 dicembre 2006 (intervista raccolta da Ilaria Scovazzi e Federica Sossi)

Abdou Khafor Touré, Dakar (Senegal), 12 dicembre 2006, Commissione tecnica rimpatri del Ministère de la jeunesse (intervista raccolta da Ilaria Scovazzi e Federica Sossi)

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