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Dream act (Usa, dicembre 2009)

WE HAVE A DREAM

“We have a Dream”. Certo, non sono in molti a dirlo, anzi, uno sparuto gruppetto di giovani, per lo più studenti, che portano in giro per le strade o nelle aule universitarie il loro sogno collettivo. A sostenere il sogno, e ancor prima a promuoverlo, alcuni senatori e deputati, altri rappresentanti politici, associazioni e ong impegnate nell’ambito delle migrazioni, e ultimamente pure qualche rappresentante religioso.

Nella chiesa metodista di Chicago, il 4 dicembre 2009, i presenti, duecento persone all’incirca, si sono alzati in piedi dopo i discorsi ufficiali previsti per il raduno e hanno pregato Dio non tanto per la realizzazione di quel sogno, per il quale è necessario piuttosto un ennesimo passaggio al Congresso, ma per impedire che alla luce del giorno l’inesorabile corso della legge trasformasse in un incubo la vita di un giovane privo di documenti di soggiorno. Erano lì, infatti, per impedire la deportazione di Rigo Padilla, ventiduenne di origini messicane arrivato negli Stati Uniti all’età di sei anni, rimasto come i suoi genitori privo di documenti per tutto questo periodo, fermato dalla polizia la sera di un anno fa mentre era alla guida di un’automobile e per il quale era cominciato l’iter della deportazione dal momento che, oltre a qualche birra di troppo, quella sera, come tutti gli altri giorni della sua vita americana, aveva qualche documento in meno. Stop Rigo’s deportation, è stata la campagna che si è creata intorno a lui, perché Rigoberto Padilla è sicuramente una figura ben spendibile per rappresentare tutti i ragazzi e le ragazze privi di documenti, per lo più latinos, che si sono trovati gli Stati Uniti come casa non per loro libera scelta, ma perché portati in giovane età dai genitori, e che nel corso degli anni hanno perso memoria di altre case-paesi. Rigo, infatti, è uno studente della University of Illinois at Chicago, con ottimi voti, e la sua immagine di bravo ragazzo, casa, studio e lavoro, per aiutare economicamente la sua famiglia, ha permesso di fare di lui il simbolo di tutti gli altri.
Quanti sono? Non è facile trovare stime a tal proposito, l’unico dato certo, perché fornito dagli archivi delle scuole superiori e pubblicizzato dai siti di promozione del “DREAM act”, la legge che permetterebbe la loro regolarizzazione, è che tra i due milioni e ottocentomila studenti che si diplomano ogni anno 65.000 sono “undocumented”, il che significa, quasi sicuramente, senza nessuna chance di accedere all’università. Significa, però, ancor prima tante altre cose: una, in particolare, che la loro “casa” non ha nulla dell’abituale sineddoche con cui solitamente si indica il paese, ma si riduce piuttosto, alla lettera, alla “loro” casa. A quella dei loro genitori, al quartiere intorno all’appartamento, abitato da tanti come loro, a una scuola dove i loro coetanei condividono la stessa situazione, e a poco altro, forse qualche chilometro più in là, sperando che il percorso scelgano di farlo con i mezzi pubblici e non incorrano così nella sanzione per guida senza patente, una delle cause maggiori del precipizio verso la deportazione.
Fotografati alla fine di un anno scolastico, e pur sommando anno dopo anno 65.000 più 65.000 il loro numero risulta comunque ben poca cosa di fronte ai 12 milioni di migranti privi di documenti presenti negli Stati Uniti. Così, il “DREAM act”, un acronimo alquanto significativo in una terra abituata a descriversi collettivamente o individualmente attraverso l’immagine onirica, più che un sogno sembra a prima vista un breve frammento ricordato al risveglio, troppo breve, troppo istantaneo per riportare alla coscienza la complessità del desiderio notturno.
Quest’ultimo, infatti, comporterebbe una radicale riforma delle norme che regolano attualmente il sistema dell’immigrazione, grazie alle quali nel corso degli ultimi sedici anni, mentre la popolazione immigrata quasi raddoppiava, si è arrivati al picco di quei 12 milioni di “illegali” e a un’espansione quasi incontenibile del sistema di detenzione e di deportazione: 65.000 resta la loro fotografia di gruppo a fine anno scolastico, di fronte alla fotografia quotidiana di 32.000 posti-detenzione, dispersi tra centri di detenzione veri e propri e celle varie, e ai 400.000 detenuti annui per un costo complessivo di un miliardo e settecento milioni di dollari. Una follia, stando allo stesso organismo preposto a gestirla, l’Ice (Immigration and Customs Enforcement), che non a caso chiede una revisione del sistema. Ma per la riforma complessiva della normativa sull’immigrazione, i senatori e i deputati che la propongono stanno contando i numeri e i giorni, temendo che persino l’amministrazione Obama si concluda con un nulla di fatto e che mentre il presidente viene salutato persino ad Oslo come la realizzazione del “dream” di Martin Luther King l’incubo di quei 12 milioni e dei 400.000 detenuti annui resti a ritmare la vita reale del paese.
Tanto vale, allora, nella lucidità dei giorni che passano e dei numeri che forse non tornano, giocare contemporaneamente anche la carta minore del “Dream act”, Development, Relief and Education for Alien Minors Act, con cui risolvere il problema per lo meno di quella sparuta minoranza di “illegali studenti”.
Studenti? “Illegali” di certo, e senza alcuna possibilità di passare dalla parte della legalità, se non vagheggiando questo sogno che prevede per loro un percorso non solo di legalizzazione ma addirittura di piena cittadinanza. Studenti, invece, è la parola magica con cui il “DREAM act” si pubblicizza e diventa discorso comune, forse nella consapevolezza che per diventare davvero act, legge, il progetto ha bisogno di essere abbellito per la parte conservatrice degli attuali cittadini per i quali, per quanto “illegali”, in quanto “studenti”, gli “illegali studenti” sono forse un po’ meno “illegali” degli altri “illegali”.
La proposta di legge, in realtà, contempla un percorso valido per un arco d’età esteso dai dodici ai trentacinque anni, per chiunque sia entrato negli Stati Uniti prima dei 16 anni, vi abbia risieduto per 5 anni continuativi, e abbia conseguito il diploma della High School o ottenuto un General Education Diploma (Ged). Per questo, forse, fare una stima dei numeri, anche approssimativi, diventa più difficile, e alla fotografia dei 65.000 annui bisogna aggiungere qualche 65.000 in più.
Forse non proprio gli stessi, ma sicuramente molto prossimi ad altri 65.000 che con gli studenti nulla hanno a che fare, se non la loro condizione di non-cittadini, ma in questo caso documentati, e che corrispondono alla cifra fornita dal Dipartimento della difesa per gli immigrati presenti attivamente nell’esercito degli Stati Uniti. Già, l’esercito, che cosa c’entra l’esercito? E’ un piccolo particolare, comunemente tralasciato da tutti i promotori della proposta di legge, che puntano sul sogno dell’istruzione e non sull’incubo della guerra. Probabile compromesso per l’aria di guerra duratura che si respirava da quelle e da altre parti allorché il “Dream act” è stato proposto per la prima volta, mentre correva il fatidico 2001, la scelta dell’esercito è l’alternativa che si propone come percorso di due anni agli “indocumentati” non più solo studenti per potersi candidare alla cittadinanza. Riassunto, il quadro risulta il seguente: chiunque abbia un diploma della scuola superiore o il Ged, e possa dimostrare la sua residenza continuata e di essere arrivato prima dei sedici anni, potrà candidarsi al percorso previsto, il quale richiede un periodo di sei anni per la successiva candidatura alla richiesta di cittadinanza durante i quali si dovrà dimostrare che per due si sarà stati iscritti all’Università o… ci si sarà arruolati nell’esercito.
“We have a Dream”, in realtà, non veniva detto né stava scritto su nessuno dei cartelli portati in giro per le vie o le chiese di Chicago in questi giorni, in cui si trattava di fermare la deportazione di Rigo Padilla, ma insieme di far conoscere la propria condizione. Piuttosto, ovunque, “We are America”, urlato per le strade, scritto sui cartelli. Dietro a quegli stessi cartelli, però, sempre il ricordo del sogno, con la scritta “DREAM act” che campeggiava ovunque.
E mentre il sogno, o il frammento di un sogno si rivela meno appetibile se dipanato alla luce del giorno, anche l’America risulta essere un po’ meno tale se per essere America qualcuno ha bisogno di passare per l’Afghanistan.
“I have a Dream”, questo sì, l’aveva detto qualcuno, in un lontano giorno d’agosto, e mentre il suo sogno, a detta di molti, sembra essersi ormai fatto realtà, e l’uomo che lo personifica ringrazia per un premio di pace ricordando la giustezza della guerra e scivolando nell’incorreggibile confusione tra una parte del mondo e il mondo, il sogno collettivo di una cittadinanza che richiede che si dimostri prima la morte per potersi trasformare da alien in cittadino ci arriva forse come un monito a ricordarci la pochezza di una cittadinanza a tal punto svuotata da essere concessa a una spoglia mortale. “Qualcuno ucciderà e qualcuno verrà ucciso”, aveva detto Obama nella sua retorica di guerra mentre riceveva la medaglia della pace, forse tra quei qualcuno, da un lato e dall’altro, tra gli uccisori che potrebbero essere anche uccisi, ci sarà pure una parte, non inconsistente dal momento che le Università sono costose, di quei 65.000 che anno dopo anno finisco la scuola e che, ancora illegali, avranno l’opportunità, il sogno, di candidarsi alla cittadinanza sul campo di battaglia.
Del resto, i sogni sono sogni, poi, inevitabili, ci sono i risvegli. La deportazione di Rigo, per lo meno, alla fine è stata rimandata di un anno.

(Federica Sossi, dicembre 2009)

Pubblichiamo qui alcuni documenti, video e interviste, intorno al Dream Act

Dream act. On Rigo Padilla (Usa, December 2009)

Dream act. Interview with Alex by Johana Muriel (Chicago, USA, December 2009)

Dream act (video)

Dream act (video)

Dream act. Interview with Alex by Johana Muriel (Chicago, USA, December 2009)

Dream act. On Rigo Padilla (Usa, December 2009)

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