Nella stessa rubrica

Statement of the Syrians after the shipwreck to the European Union (Italy, october 2013)

Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

Storie come pietre. Le rivolte nei Cara (Italia, agosto 2011)

“Ognuno ha la sua storia e vale la pena considerarla come valida”. Storie come pietre, si potrebbe parafrasare ora, dopo le rivolte nei Cara, ricordando quella possibilità di resistere attraverso le parole e i racconti che Michel Foucault indicava come una delle possibili forme di ribellione. Ognuno ha la sua storia e vale la pena considerarla come valida è la frase di un richiedente asilo del Mali, vissuto per sette anni in Libia, travolto dalla guerra di Gheddafi e dei volenterosi e che qualche giorno fa si trovava in quel perfetto inferno del Cara di Mineo che solo un genio maligno, qualcuno per cui davvero due più due non fa quattro, avrebbe potuto pensare come dimora per profughi di guerra e battezzare “villaggio della solidarietà”. Una mostruosità, le villette che ospitavano i militari Usa della base Nato di Sigonella, in una piana deserta, a qualche chilometro - 11 per la precisione, e tutti in salita - dal piccolo villaggio siciliano di Mineo. Sole e file, file e sole, così lo descrivono ora i suoi abitanti, in una litania quasi babelica, perché molti di loro sono, come il ragazzo del Mali, persone provenienti da vari paesi africani e in fuga dalla guerra in Libia, passate per il Mediterraneo, poi per Lampedusa e che, da qualche mese, un ministro italiano ha collocato dentro a quella struttura prevedendo per loro uno strano e bizzarro percorso al fine del quale, dopo mesi di attesa, potrebbero ritrovarsi con un nulla in mano, un foglio di diniego e la prospettiva di un’altra attesa, quella del rimpatrio nel loro paese d’origine. Anche in questo caso un’attesa lunga, dal momento che per il loro rimpatrio sarebbe necessario prevedere un finanziamento ad hoc, oltre ad ottenere il via libera e la piena collaborazione dei consolati dei paesi di provenienza.

Come il ragazzo del Mali a Mineo, questo stesso percorso è previsto per quasi tutti i profughi in arrivo a Lampedusa. Libia, mare, Lampedusa, un’attesa più o meno lunga al centro di Lampedusa, che persino le organizzazioni previste dal progetto “presidium” si ostinano a chiamare non si sa bene perché Centro di primo soccorso e accoglienza, dal momento che è un centro di detenzione che sequestra persone, e poi uno “smistamento” tra le varie strutture sparse sul territorio italiano: qualche struttura più o meno virtuosa, per pochi fortunati; immensi Cara già preesistenti o creati ad hoc, o qualche piccolo “residence” tra montagne, colline o piane deserte per tutti gli altri, da cui inoltrare la richiesta d’asilo e attendere mesi prima di ottenere una risposta dalle Commissioni territoriali che, non potenziate, non possono che compiere il loro lavoro al rilento, con gli stessi ritmi di quando le richieste d’asilo si erano magicamente volatizzate grazie ai respingimenti in mare verso la Libia ancora alleata all’Italia nella sua guerra ai rifugiati. Se non fosse il frutto della solita improvvisazione italiana, potrebbe sembrare un disegno pensato a tavolino, studiato nei particolari, come strumento di tortura da perpetrare su quegli stessi corpi e menti che, secondo fonti più o meno ufficiali, Gheddafi userebbe come armi di guerra contro la coalizione dei volenterosi imbarcandoli verso l’Italia. Spesso, però, quando si tratta di politiche di controllo delle migrazioni i tavolini escogitano proprio le apparenti improvvisazioni attraverso cui mascherare come inevitabile risultato dell’“emergenza” il voluto passaggio di parte dell’umanità a non umanità. Tra quei corpi, infatti, oltre alle persone che abitualmente le commissioni consideravano “veri” rifugiati, perché provenienti da paesi in guerra o in situazioni di instabilità - il corno d’Africa, essenzialmente - ci sono anche persone che provengono da altri paesi, che in Libia semplicemente lavoravano e che ora, dopo i mesi d’attesa e in cui le si è immesse e fatte sostare nell’interregno della richiesta d’asilo, rischiano tutte di essere considerate “falsi” rifugiati, declassate a “migranti economici” nonostante siano in fuga da un paese in guerra.

“E’ ovvio”, dice ora il sottosegretario agli interni Mantovano, dopo la rivolta del primo agosto dei profughi parcheggiati al Cara di Bari, le cui storie sono diventate davvero pietre lanciate contro i poliziotti con fionde improvvisate, che nelle valutazioni della Commissione pugliese, infine potenziata, “si terrà conto di coloro che provengono da contesti di guerra e estremo disagio che richiedono o il riconoscimento dello status di rifugiati o il riconoscimento della protezione umanitaria così come si terrà conto della presenza di persone intente ad eludere le norme sugli ingressi irregolari”. Anche questa una frase studiata a tavolino, e senza bisogno di molta applicazione da parte del discepolo, già avvezzo da innumerevoli anni a trasformare in eufemismi le politiche del controllo. Manca, infatti, in questa frase in cui uno più due non fa tre, il piccolo particolare di una guerra, quella sul territorio libico che costringe le “persone intente ad eludere le norme sugli ingressi irregolari” a eludere quelle norme come unica chance di sopravvivenza, dal momento che nessuno ha pensato di creare un corridoio di salvezza lungo il Mediterraneo e che, grazie anche alla complicità dell’Alto commissariato per i rifugiati, né l’Italia né l’Unione europea sono per ora propense a trovare una soluzione rapida del problema attraverso il riconoscimento della protezione temporanea a tutte le persone in fuga. I tavolini, in questo caso, infatti, sembrano moltiplicarsi. Perché accanto al tavolo dei geni maligni italiani ed europei, entra in scena anche quello dell’Unhcr che continuando ad applicare alla situazione attuale le pratiche consolidate negli anni passati, in cui si piegava alle politiche di restringimento del diritto d’asilo volute dagli stati membri Ue ricordandosi di tanto in tanto di criticarle nei suoi proclami ufficiali, rischia ora di alimentare con un dono inaspettato la loro genialità. “Credo che un programma per i rimpatri volontari assistiti sia una risposta praticabile per quei migranti che non hanno bisogno di protezione ma che non possono essere abbandonati a se stessi”, fa eco a Mantovano Laura Boldrini, portavoce italiana dell’Alto commissariato. Dimezzando così, con l’apparenza di un’assistenza sotto forma di rimpatrio, le persone “bisognose di protezione” e facendo scivolare nel regno dei “non bisognosi” tutti coloro che, come il ragazzo del Mali, hanno lasciato la Libia perché in fuga da una guerra che i volenterosi fanno ostinandosi a non considerarla tale.

Storie come pietre. O solo pietre è stata la risposta dai Cara. Consapevoli che lo loro storie non sarebbero state considerate come valide, visti gli innumerevoli dinieghi che le Commissioni cominciavano a decretare, usciti dai luoghi di parcheggio delle loro esistenze, dapprima a Mineo, poi a Bari e infine a Crotone, i migranti hanno trovato una modalità di protesta con cui farsi ascoltare. Non una cabina occulta dietro le loro rivolte, come insinuano gli inquirenti moltiplicando i capi di imputazione per i 28 migranti arrestati a Bari, ma l’unica possibilità a loro disposizione. “Immagino che sarà complicato, per questa gente, ottenere qualsiasi tipo di protezione. Immagino anche che sarà oggetto di indagine un fatto singolare: episodi analoghi a questo sono avvenuti a Mineo, in Sicilia, e a Crotone, in Calabria. La contestualità non è un caso", afferma ancora Mantovano , a cui basterebbe una visita non frettolosa e non annunciata nei tre Cara in questione, magari con una sosta al di fuori delle strutture per accorgersi che l’unica possibilità di azione non autolesionista rimasta ai migranti è proprio il blocco delle strade che collegano i deserti del loro confinamento al resto del mondo in cui la vita ridiventa umana. E mentre al “villaggio della solidarietà” di Mineo il blocco della statale che porta a Catania e la rivolta interna al Cara, scoppiata il 26 e il 27 luglio, non aveva ottenuto nessun risultato immediato, se non quello di una repressione da parte delle forze dell’ordine, sembra che le pietre al posto delle storie di Bari siano riuscite a infrangere il muro di sordità che da mesi imbrigliava le esistenze parcheggiate. Con il rischio, ineluttabile per il grado di malignità raggiunto dai geni, che l’ascolto delle storie serva solo a rimpatriare. O, in assenza di finanziamento per i rimpatri, a imprigionare. “Ho visto”, conclude infatti il sottosegretario in visita alla Prefettura di Bari, “in fotografia, scritte poco rassicuranti sui muri del Cara di Bari-Palese. Sì, insomma, questo per dire che io prima di infilare nelle tasche degli immigrati la patente di rifugiato o quella relativa alla protezione umanitaria, voglio capire con chi ho a che fare. Perché devo difendere la sicurezza di tutti".

(Federica Sossi, 5 agosto 2011)

Foto rivolta Bari (1/8/2011):

http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/08/01/foto/la_rivolta_del_cara_il_fotoracconto-19874020/1/

http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/08/01/foto/cara_immigrati_in_rivolta_guerriglia_a_bari-19866120/1/

video rivolta Bari (1/8/2011):

http://tv.repubblica.it/edizione/bari/immigrati-guerriglia-a-bari/73676?video=&ref=HREC1-6

video rivolta Crotone (1/8/2011):

Mineo, video rivolta 27/8/2011:

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