Nella stessa rubrica

Statement of the Syrians after the shipwreck to the European Union (Italy, october 2013)

Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

Benvenuti nel caos (Passpartù, marzo 2011)

http://amisnet.org/agenzia/2011/03/29/passpartu-25-benvenuti-nel-caos/

A cura di AMISnet • 29 Marzo 2011

“Guardo le facce della gente, non sono stanche, non sono preoccupate, mi accorgo che viviamo in mondi diversi, o meglio che non c’è consapevolezza di quello che sta accadendo nel mondo, fino a quando il mondo non entra nelle case e nelle vite di ognuno”. Questa è una parte della lettera scritta da Roma da Giacomo Sferlazzo, un abitante di Lampedusa. Giacomo in questi giorni è in sciopero della fame. E’ andato nella capitale per incontrare la classe politica, per raccontargli quello che sta accadendo nella sua isola, per denunciare un modo di fare politica inumano. In questa puntata di Passpartù cercheremo di capire cosa sta accadendo in Italia in questi giorni, attraverso le voci dei veri protagonisti di queste vicende: gli abitanti di Lampedusa, i migranti appena arrivati e quelli che sono in Italia da più tempo e che temono di essere trasferiti dai centri che li ospitano per fare spazio ai nuovi arrivati. Quando Giacomo è arrivato a Roma, si è stupito di come le persone non sembravano preoccupate, stanche, nervose. Giacomo è un cittadino di Lampedusa e un attivista dell’associazione Askavusa. In queste settimane, assieme ai suoi compagni, ha cercato di accogliere come meglio poteva le persone che arrivavano dalla Tunisia, offrendogli cibo, vestiti, prodotti per l’igiene intima. Ma adesso è stanco e l’incapacità del governo a far fronte a questo situazione lo spossa. E’ venuto a Roma e ha iniziato uno sciopero della fame, poi è andato davanti al Senato e si è messo a dipingere un quadro, perchè “alla nostra classe politica bisogna rispondere con la cultura, che sembra essere la cosa che teme di più”. Secondo Giacomo le politiche che sta portando avanti il nostro governo in questi giorni non tengono conto del fatto che le persone sono esseri umani e le istituzioni sembrano fregarsene sia dei lampedusani sia dei migranti.
Purtroppo anche il dopo Lampedusa, per chi parte dal nord-Africa, non è felice. Molti migranti sono stati trasferiti in centri di cui non è chiaro neanche lo statuto giuridico: centri di prima accoglienza, strutture dententive di emergenza (come a Manduria in Puglia), tendopoli improvvisate qua e là per lo stivale, spesso distanti chilometri dai centri abitati. Le persone stanno lì, senza sapere cosa gli riserva il futuro, senza potersi muovere. Uno dei centri più grandi preparato appositamente per l’occasione è la struttura del Mineo, in provincia di Catania. La struttura, ex alloggio per i militari di Sigonella, è stata affittata dal nostro governo all’impresa Pizzarotti, proprietaria del complesso e oggi sta ricevendo migranti da tutta Italia. Mineo è un piccolo paese di pochi abitanti, che da un giorno all’altro si è trovato a dovere ospitare un centro enorme, che al 28 marzo ospitava più di 1500 migranti. I contadini si lamentano perchè i migranti mangiano le arance sugli alberi e le amministrazioni locali non nascondono la loro insofferenza. Alle lamentele dei siciliani, si affianca una situazione ben più grave, quella che vivono le persone recluse nel centro. Alfonso Di Stefano, della rete antirazzista di Catania, racconta che la struttura, già di per sè isolata dal mondo (per arrivare nel primo centro abitato bisogna camminare tre ore), da due giorni è anche teatro di scontri tra i migranti arrivati da Lampedusa e i richiedenti asilo trasferiti dagli altri centri di Italia. A Mineo dunque non ci sono solo i nuovi arrivati a Lampedusa, ma anche migranti che si trovano in Italia da mesi e che vivevano nei centri di accoglienza del nostro paese, che da un giorno all’altro sono stati presi e trasferiti a Mineo. Sono andati a cenare alla mensa e hanno trovato appese delle liste con dei nomi: erano i nominativi di chi il giorno dopo sarebbe partito per la Sicilia. E’accaduto a Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma, ad Arcevia, a pochi chilometri da Ancona, e poi ancora a Gradisca di Isonzo, in Friuli venezia Giulia. E la situazione potrebbe ancora peggiorare, se si continua a gestire in questo modo. Oltre ai maghrebini infatti in questi giorni stanno cominciando ad arrivare anche persone provenienti dall’Africa subsahariana, sudanesi, eritrei, etiopi che vivevano in Libia e che ora scappano dalla guerra. Nella notte del 28 marzo a Porto Empedocle è sbarcata una nave con a bordo 540 persone. L’imbarcazione proveniva da Linosa e i suoi passeggeri erano tutti di origine eritrea. Scesi dal traghetto, i 540 sono saliti su dei pulman che li hanno trasportati al centro di Mineo. Da quando sono iniziate le rivoluzioni nord-africane, questa era la prima nave che trasportava persone di origine non magrebina ad attraccare sulle coste siciliane.
Caos nella gestione degli arrivi e caos nei centri per migranti che si trovano sul territorio italiano, siano essi centri di accoglienza per richiedenti asilo, Cara, o centri di identificazione ed espulsione, Cie. Difficile capire la logica che sta dietro le mosse delle autorità, che in più si distingue per la sua mancanza di trasparenza. All’inizio, a metà febbraio, con i primi arrivi di persone tunisine sulle coste italiane, i Cie del territorio si sono riempiti. Ora invece sembra che le autorità stiano cercando di svuotarli, per fare posto ai nuovi arrivati, come ci ha spiegato Andrea, del progetto Macerie, in contatto con molti migranti che si trovano all’interno del centro di identificazione ed espulsione di via Brunelleschi, a Torino. In fuga dal loro paese, con l’intenzione di arrivare in Francia o in Germania, i migranti con cui Andrea ha parlato non capiscono perché si trovano reclusi per settimane in un centro. Cosi’, al Cie di Torino sono scoppiate diverse rivolte, che hanno portato alla distruzione di più aree del centro. L’amministrazione ha quindi pensato di sistemare i reclusi prima nella mensa e nei corridoi e poi anche all’aperto, nei cortili. Ecco l’accoglienza riservata a chi è in fuga del nord Africa e che spiega perché alcuni hanno deciso di tornare nel loro paese, piuttosto che essere costretti a dormire sotto alla pioggia.
Il 28 marzo abbiamo provato a visitare il centro di accoglienza per richiedenti asilo di Arcevia, in provincia di Ancona, l’unico Cara delle Marche. Da più di un mese, avevamo fatto la richiesta per poterci entrare. Una responsabile della prefettura delle Marche ci aveva comunicato che l’autorizazzione era stata rilasciata dal Ministero dell’interno ma che bisognava ancora aspettare la risposta della prefettura. Questa risposta la prefettura non cel’ha mai data. Il 22 marzo, proprio dal Cara di Arcevia, senza preavviso, sessantadue richiedenti asilo sono stati portati via e trasferiti al Mineo. Insieme ad altre due attiviste e giornaliste dell’associazione di Ancona Ambasciata dei Diritti, abbiamo deciso di andare comunque al Cara, per capire cosa stava succedendo. Il centro si trova a due chilometri dal borgo, in cima ad una collina. Quando ha visto la nostra macchina, una responsabile del posto ci ha detto non si poteva entrare, che dovevamo fare una richiesta alle autorità e che nel giro di due giorni ci avrebbero risposto. Noi però la richiesta la stiamo aspettando da un mese. Nonostante la pessima accoglienza, siamo comunque risucite a parlare con tre richiedenti asilo di orgine iraniana, arrivati in Italia da una decina di giorni. I tre si chiedevano perplessi se sarebbero stati portati dalle colline marchigane ad “un’isola italiana”, cioè la Sicilia.

Ospiti della puntata:
Giacomo Sferlazzo, Askavusa
Alfonso Di Stefano, rete antirazzista catanese
Germana Graceffo, Borderline Sicilia
Baumar, Falillou e Abdou, Laboratorio 53
Andrea, Macerie
Valeria Carlini, Cir

Ringraziamo l’associazione Ambasciata dei diritti di Ancona
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot
passpartu@amisnet.org
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