Nella stessa rubrica

Statement of the Syrians after the shipwreck to the European Union (Italy, october 2013)

Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

Arance amare. Un anno dopo la rivolta di Rosarno (trasmissione radiofonica di Passpartù, Italia, gennaio 2011)

http://amisnet.org/agenzia/2011/01/11/passpartu-14-arance-amare/

Passpartù 14: arance amare
A cura di AMISnet • 11 Gennaio 2011

E’ passato un anno dalla rivolta di Rosarno, quando centinaia di migranti, esasperati da anni di sfruttamento e aggressioni, decisero di scendere in piazza a manifestare il loro dissenso. A un anno da quei fatti, culminati con una violenta guerriglia e la diaspora forzata di molti di quei lavoratori, la situazione nei campi, di Rosarno e non solo, non è praticamente cambiata. In questa puntata di Passpartù ricordiamo questo anniversario attraverso le voci dei suoi protagonisti e cerchiamo di fare luce sulle politiche agricole vigenti, per capire come queste siano complici dello sfruttamento dei braccianti.

Rosarno, un anno fà. Oltre ad essere pagati dai venti ai venticinque euro al giorno, i raccoglitori di arance, che ogni anno si riversano nella piana di Gioia Tauro, erano costretti a dormire in fabbriche abbandonate, spesso senza luce nè acqua corrente. Una condizione che purtroppo vivono molti braccianti agricoli d’Italia, ma che a Rosarno si faceva ogni giorno più insostenibile a causa delle aggressioni che i migranti subivano, attaccati all’interno delle loro abitazioni da persone armate. Stanchi di questa situazione, i migranti scendevano in piazza a manifestare la loro paura e la loro rabbia. Mentre i telegiornali nazionali passavano immagini di vetrine distrutte e auto bruciate, nel paese calabro montava l’ira dei locali, che diedero vita a una vera e propria caccia all’uomo nero. Il governo dovette intervenire, deportando i lavoratori africani fuori da Rosarno. In centinaia furono caricati su pullman e treni, inviati in diversi centri di accoglienza del sud Italia.
Ma che fine hanno fatto queste persone? E che situazione si vive oggi a Rosarno? Alla prima domanda possiamo rispondere solo in parte, non essendo possibile seguire i destini di tutti. Sappiamo che alcuni sono tornati a raccogliere le arance in Calabria, ma non sono in molti. Altri tentano la fortuna altrove, come il gruppo di migranti che arrivò a Roma e che ancora oggi si trova nella capitale. Per quanto riguarda invece la situazione di Rosarno di oggi, noi ci siamo fatti fare un quadro da Giuseppe Pugliese, dell’Osservatorio migranti Rosarno, “I fatti di Rosarno sono stati letti dal Governo solo come una questione di ordine pubblico, affrontata con la repressione, ma a quella vicenda non hanno fatto seguito interventi per il miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti” dichiara Pugliese. La minore presenza di lavoratori africani – dai 2500 dell’anno scorso agli ottocento di quest’anno, secondo le stime dell’Osservatorio – è motivata sia dalla presenza di molti migranti provenienti dall’Est Europa, sia dalla difficoltà a trovare un posto dove dormire: le case in affitto sono terminate e le fabbriche che gli anni passati erano occupate dai lavoratori sono state sigillate. I braccianti sono costretti a vivere in casolari diroccati e catapecchie in mezzo alle campagne, senza riscaldamento e senza acqua corrente.

A Roma il 9 gennaio l’anniversario di Rosarno è stato ricordato con una originale iniziativa. Sono state raccolte le arance dei giardini di alcuni quartieri della capitale, per farne una marmellata i cui proventi andranno a sostegno degli ex-rosarnesi che ora vivono qui, ma anche e soprattutto per invitare i cittadini a non dimenticare, perchè Rosarno è una realtà che ancora esiste, e non solo in Calabria. Alla raccolta hanno partecipato anche alcuni lavoratori migranti che furono i protagonisti di quei giorni e che ora vivono a Roma, dove stanno proseguendo il percorso politico intrapreso a Rosarno, organizzandosi in assemblea e chiedendo alle autorità documenti, accoglienza e lavoro. La lotta dell’assemblea per ottenere i documenti ha avuto un certo successo, considerato comunque non sufficiente dai lavoratori africani. In primo luogo, non tutti hanno avuto accesso ai documenti, e chi è stato regolarizzato ha ricevuto una protezione umanitaria valida per un anno, rinnovabile a patto di ottenere un regolare contratto di lavoro: una prospettiva quasi impossibile per i migranti, ma anche per molti italiani. Infatti, secondo L’Istat, nel 2009 il 17.6% dei lavoratori in Italia lavorava in nero. In questo contesto è veramente difficile trovare qualcuno disposto a fare un contratto, mentre l’economia ha invece bisogno di lavoratori.

Il 7 gennaio scorso, di fronte al Ministero delle politiche agricole, c’è stato un sit-in per denunciare le condizioni di sfruttamento in cui vivono centinaia di braccianti, causate da politiche agricole che incentivano la privatizzazione delle terre e mirano all’arricchimento della grande distribuzione alimentare. A un anno dai fatti di Rosarno, possiamo affermare che le cose nella piana non sono cambiate, ma non sono cambiate neanche nelle tante Rosarno che esistono in Italia. Noi ne abbiamo parlato con Antonio Onorati, presidente della ong Crocevia, da anni impegnata in progetti nel sud del mondo mirati a favorire uno sviluppo economico ecologico e sostenibile. “Quello che è successo a Rosarno succede di norma al mercato mondiale del lavoro in agricoltura”. Lo sostiene Antonio Onorati, presidente di Crocevia. “Il lavoro bracciantile fa vivere le grandi aziende e di norma è un lavoro irregolare. Si va dal lavoro schiavo in Brasile al lavoro schiavo nel tavoliere delle Puglie” spiega Onorati “si tagliano i costi del lavoro per restare sul mercato, mantenendo il lavoro in una situazione di illegalità. Basti pensare che il tasso di illegalità nel comparto agricolo è tre volte la media nazionale del lavoro sommerso in Italia”.

Ospiti della puntata: Giuseppe Pugliese, Antonio Onorati, Mamassali Djalla.

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

Per contattarci: passpartu@amisnet.org

per ascoltare la trasmissione:
http://amisnet.org/agenzia/2011/01/11/passpartu-14-arance-amare/

sulla rivolta di Rosarno su storiemigranti vedi anche:

La rivolta di Rosarno (Italia, gennaio 2010)

"I mandarini e le olive non cadono dal cielo". L’assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma (Italia, gennaio 2010)

Rosarno: il tempo delle arance (video di Nicola Angrisano, gennaio 2010)

IL VOSTRO “MADE IN ITALY” E’ MACCHIATO. DAL NOSTRO SANGUE (Comunicato dei Lavoratori africani di Rosarno, Italia, Gennaio 2011)

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