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A cura di AMISnet • 25 Gennaio 2011 E’passato un anno esatto dallo sgombero del Casilino 900. Il campo rom alla periferia est di Roma era considerato uno dei più grandi d’Europa. Prima di iniziare lo smantellamento l’amministrazione comunale aveva promesso agli abitanti del campo alternative abitative e sostegno all’inserimento nel mondo del lavoro. Oggi le persone dell’ ex-Casilino 900 denunciano il Comune di Roma: “Le promesse non sono state mantenute, ci sono state offerte solo soluzion abitative provvisorie e non abbiamo lavoro”. In questa puntata di Passpartù vi faremo ascoltare le voci dei protagonisti di questa vicenda ma cercheremo anche di fare un quadro delle politiche abitative che il nostro paese sta attuando nei confronti della popolazione rom e sinti.

Il Casilino 900 era considerato il più grande campo rom spontaneo d’Italia e d’Europa, esisteva da anni, c’è chi dice quaranta, e ha ospitato centinaia di persone, 618 al momento dello sgombero. E stato smantellato esattamente un anno fà dal Comune di Roma e i suoi abitanti sono stati trasferiti in diversi campi attrezzati della capitale: Salone e la Cesarina, fuori dal raccordo anulare, il Roman River, il campo di via dei Gordiani e quello di Candoni. Gli abitanti del Casilino 900 provenivano per la maggior parte dall’ex-Iugoslavia e sono stati separati per nazionalità, come ci hano raccontato loro stessi.

Giuseppe Salkanovic e Nenad Sedjiovic sono i portavoce dell’Ex-Casilino 900. Ci raccontano di come vivono oggi, in abitazioni piccole e scomode, lontani dalle scuole dei loro figli e dai trasporti pubbici. “Il campo dove vivevamo non era di certo granchè, ma oggi lo rimpiangiamo”. Se un anno fà gli abitanti del Casilino 900 avevano accettato lo sgombero, è stato perché il Comune di Roma aveva fatto delle promesse: un’alternativa abitativa rispettabile e un sostegno nell’inserimento al mondo del lavoro. Niente di tutto ciò, dicono i portavoce del campo nomadi, è stato fatto, e a confermare quanto dicono c’è anche uno studio a cura di 21 luglio, una delle associazioni che ha lottato e lotta per i diritti di queste persone. In un report dal titolo “Parole e immagini di una diaspora senza diritti” si racconta come vivono oggi i rom sgomberati: abitazioni scomode spesso lontane dalla città, isolamento e assenza totale di politiche di integrazione, scarsa attenzione al percorso scolastico de i 273 minori che abitavano quel campo (trenta infatti hanno perso l’anno e 77 hanno dovuto interrompere la scuola per oltre due mesi).

Secondo le norme costituzionali, comunitarie ed internazionali in vigore, il nostro governo deve prevedere apposite misure di tutela e di inserimento sociale di questi gruppi, considerati fasce deboli della popolazione. Per almeno trenta anni in Italia la soluzione “campo nomadi”, nelle sue diverse tipologie, è stato il modello di riferimento delle politiche abitative per rom e sinti. Allestimento di campi nomadi e politiche di sgombero in nome dell’”emergenza”. Ecco i due strumenti pù usati dalle amministrazioni locali per affrontare il problema abitativo. I casi di Milano e Roma sono esemplari. Da anni infatti le azioni si sono ridotte all’utilizzo di campi nomadi autorizzati, appositamente costruiti in estrema periferia, e all’attuazione di sgomberi degli insediamenti irregolari. Azioni di controllo del territorio che, per quanto intense, ad oggi non sono riuscite a ridurre il numero delle presenze e dei campi. Anzi, a Roma gli insediamenti irregolari si sono moltipolicati.

Ma realtà diverse esistono. A Bergamo, tra il 2001 e il 2007, l’amministrazione è riuscita a eliminare due campi irregolari tramite inserimenti abitativi in case pubbliche e private di 47 famiglie. A Pisa, il progetto Città Sottili ha permesso il superamento di cinque campi tramite un inserimento graduale in alloggi comunali. A Bologna circa 250 persone rom straniere sono state accompagnate verso un inserimento abitativo autonomo o in alloggi comunali secondo le regolari procedure d’accesso alle graduatorie. A Mantova il comune favorisce l’accesso al credito per l’acquisto di terreni privati e l’allestimento di microaree anche tramite l’autocostruzione. Padova ha chiuso dei campi utilizzando microaree per l’autocostruzione. Insomma, cambiare modello si può. Ma fino a quando la decisione è lasciata alla discrezione di ogni singola amministrazione comunale, senza un piano nazionale coordinato, l’Italia continuerà a rimanere indietro nell’inserimento sociale di rom e sinti sul nostro territorio.

Secondo un recentissimo rapporto di Human Rights watch, il trattamento italiano nei confronti delle minoranze rom e sinti è caratterizzato da «un alto livello di discriminazione, povertà e deplorevoli condizioni di vita nei campi nomadi, autorizzati o meno». L’Italia non solo non brilla per politiche di integrazione , ma tende anche a cancellare la storia di questi popoli. Il nostro paese infatti non ha ancora riconosciuto ufficialmente le persecuzioni subite da rom e sinti durante il governo fascista. Il 27 gennaio, giorno della memoria, isitutito per ricordare le vittime dimenticate della storia, saranno in molti a ricordare quelle centocinquantamila vittime, sterminate e uccise perchè “zingari” e quindi, secondo l’ideologia nazista, “razza inferiore”, “indegna di esistere”.

(per ascoltare la puntata vai a: http://amisnet.org/agenzia/2011/01/25/passpartu-16-campi-senza-case/)

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