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December 18, 2011: For a day of global action against racism, for the rights and dignity of migrants, refugees and displaced people!

Global Migrants Action (December 18, 2011: For a day of global action against racism, for the rights and dignity of migrants, refugees and displaced people!)

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Clariste Soh Moubé, Le Piège (L’inganno), Taama Editions, Goutte de Sable Editions, Bamako 2010

tratto da:
http://www.apertamente.it/articoliAP.cfm?ID_art=1009&ID_a=4&tyArea=AP

Clariste Soh Moubé, Le Piège, Taama Editions, Goutte de Sable Editions, 2010

"Sono sfuggita alla morte in una delle frontiere sud dell’Europa, come richiede l’immigrazione che tanti giovani africani scelgono. Non abbiamo però scelto di nascere e crescere con in testa la Francia come unica prospettiva. La mia storia è quella di migliaia di giovani francofoni inghiottiti dal "grande blu", fermati dal deserto, dalle recinzioni, dalle pallottole o smarriti in Europa, fortezza di un appuntamento mancato, come vuole la mondializzazione quando decisa dai forti e seguita dagli altri. Ma io ritorno all’Africa. Rinasco e mi metto al lavoro, cosciente di essere parte di una generazione nuova, pronta a ricostruire l’Africa e a vivere in un altro modo."

(dal cap.1 - Chiamala guerra!)
"Non mi sono mai considerata particolarmente fortunata, arrivo sempre o troppo presto o troppo tardi. Così mi sono trovata con gli occhi sbarrati su queste barriere di filo spinato quel giovedì 29 settembre 2005, a Belyounech; ci sono arrivata troppo tardi. Giusto il tempo di rilevare le tracce della lotta selvaggia e sanguinosa degli uomini a mani nude contro il filo spinato. Oltre al sangue, resti di gas lacrimogeno ancora asfissiante fluttuavano nell’aria. Si vedevano qua e là delle piccole sfere.[1] Un po’ più distante, sentivo spari e abbaiare di uomini e cani. Alcuni dei miei compagni di strada sono passati, altri ci son passati. Se non essere tra quei corpi inerti e rigidi era questione di fortuna, ne avevo avuta, questa volta. Dal lato sbagliato della barriera, manette ai polsi, ero seduta con i miei compagni di sventura. Tutti animati dalla stessa rabbia di voler riuscire, puntando gli stessi obiettivi, contando sulle stesse armi, e conducendo senza sosta la stessa battaglia. Nei nostri cuori, c’era ancora spazio per tutti. Nemmeno una goccia d’odio, ma una forte sete di giustizia, di una vita diversa da quella che trascinavamo da sempre. Conserverò sempre nella memoria quel filo spinato, quella barriera a cui ognuno dà il significato che gli conviene, "muro della vergogna", "muro dell’odio", "muro dell’apartheid" ... Per un istante, sono stata allo stesso tempo molto vicina e molto lontana dall’oggetto della mia lotta: Mbeng, l’Europa. Oggi, so nel profondo del mio essere che qualcosa s’è frantumato dentro di me, quel giorno. Sarei stata obbligata a svegliarmi brutalmente, a guardare in faccia questa realtà davanti a cui avevo sempre chiuso gli occhi, l’Africa? Nella mia testa tutto traballava. Pagine intere della mia vita d’inferno, tra il mio continente a cui volevo girare le spalle e l’Europa che si chiudeva brutalmente, tornavano senza pause come fossero ieri. Rivedevo come tutto era cominciato quel giorno, così lontano, solo sette anni fa."

[1] Palline molto somiglianti a quelle da golf, che venivano dai fucili della Guardia Civil spagnola

Settembre 2004, Bamako (dal cap. 5, Al bivio)

"Subito dopo l’inverno maliano, arrivò il periodo considerato favorevole per la traversata. Come le volte precedenti, presi il minimo necessario e mi congedai, senza tanto rumore, da coloro per cui la mia presenza era stata un calvario o una benedizione. Inutile agitare i vicini, non si sa cosa può succedere lungo la strada. In caso d’incidenti spiacevoli, avrebbero risparmiato lacrime ipocrite o il doversi colpevolizzare pensando che avrebbero potuto evitarlo. Mi era sempre piaciuto affrontare la strada da sola. Mi dava l’agilità e la libertà necessarie. Molti preferivano muoversi in gruppo ma per me la miglior strategia era aggregarsi a gruppi incontrati strada facendo, senza esserne veramente parte. Per me era importante restare padrona del mio destino, tenermi le mie carte e soprattutto non diventare né vittima né carnefice. Compiuto il mio eterno rituale dei giorni di partenza - giorni che si somigliavano tutti - la borsa a tracolla, in tasca l’itinerario inviatomi da un’amica già in Nord Africa, presi posto sul bus per Gao. Vicino a me c’era un gruppo di turisti europei con cui simpatizzai. Erano venuti, mi dissero, per visitare il Mali in lungo e in largo: Tombouctou, Djenné, Mopti, il paese Dogon... avevano la bocca piena di tutte quelle città dai nomi magici, luoghi accanto cui passavo ma che non avrei mai avuto la fortuna di conoscere. Mi sorpresi ad un tratto ad invidiarli, gelosa di quella sete che potevano soddisfare, quella fame, quella goloseria, quella voracità di esotismo e cultura. Io non avevo né il tempo né i mezzi per fare turismo, la mia sete era inestinguibile ma era di libertà che ero assetata."

La prefazione di Aminata Traorè
"Cosa succede alle giovani africane che decidono di affrontare la strada di candidate all’immigrazione in Europa? Non sono sempre né visibili né ascoltabili. Con gli ultimi, i candidati uomini - gente giovane - hanno in comune la sensazione di aver fallito o di essere inutili finché non hanno varcato i muri dello spazio di Schengen. La paura di non arrivarci e morire è reale. La speranza di passare attraverso le maglie dell’impressionante sistema di protezione della fortezza è spesso più forte. Clariste Soh Moubé mette in luce in questo esemplare esordio le sue motivazioni, il suo percorso e il suo vissuto di donna africana, giovane e determinata a finirla con la precarietà e il rimorso di non poter aiutare i suoi genitori. Per tutta la loro vita hanno lavorato, senza tregua, affinché lei e i suoi fratelli e sorelle potessero vivere degnamente, in Cameroun.
Contemporaneamente agli studi, Clariste si è impegnata ed ha investito molto presto nel football, capendo in seguito, come molti giovani africani, che questo sport poteva essere un trampolino, soprattutto in Europa. Quando ha deciso di partire, sua sorella è stata la sua unica confidente. L’ha accompagnata fino a Edinae, luogo dove comincia questa recita e il suo lungo e strabiliante viaggio. Partita dal Cameroun nel 1998, Clariste non vi ritorna che nel 2008, senza aver raggiunto il suo obiettivo ma a testa alta, fiduciosa in sé stessa e nell’avvenire. Tornando sui suoi passi attraverso queste pagine, c’insegna l’Africa dei senza voce, "senza patria", senza prospettive di futuro. Contribuisce alla comprensione di quel virus della partenza che fa tante vittime fra i giovani. Ne sappiamo fin troppo del doppio naufragio degli ultimi: da un lato, a casa loro, per la disoccupazione, fattore diventato endemico a partire dagli anni ’80, e dall’altro, lontano dalla loro casa, in mezzo al nulla dove quando non muoiono possono essere arrestati, imprigionati, umiliati ed espulsi. La solidarietà che sovente viene a mancare nei paesi d’origine, non è loro garantita nei paesi attraverso cui transitano. Ho facilitato il nostro incontro aprendo la porta a coloro che, come lei, avevano bisogno di un orecchio amico, di un luogo dove respirare e riprendere le forze. Ne sono felice. Clariste fa ormai parte di questa manciata di ritornati da Ceuta e Melilla che rafforzano in me l’idea che siamo portatori, in Africa, di risposte concrete e credibili all’emigrazione forzata. Mentre con Valérie Ngo Biem, un’altra riscattata dagli avvenimenti di Ceuta e Melilla, esploravamo le ragioni, le strade e i mezzi per vivere qui, Clariste ha sposato Valéry Moube, un altro "ritornato", dando così una nuova dimensione alla sua esperienza di ritorno all’Africa.
Attraverso le attività del Centro Amadou Hampâté Ba (CAHBA) e del Forum per un Altro Mali (FORAM), proviamo insieme ad aprire vie che, speriamo, altri giovani potranno esplorare, realizzando che la ricostruzione dell’Africa è un immenso cantiere ma anche un lavoro esaltante da ogni punto di vista. Questo continente ci interroga, tutti, quelli e quelle che sono rimasti a dispetto di avversità e derive, così come quelli e quelle che sono partiti ma che non hanno trovato la loro strada".

Aminata D Traoré

tratto da:
http://www.apertamente.it/articoliAP.cfm?ID_art=1009&ID_a=4&tyArea=AP

L’appello:

’L’inganno’, il libro di Clariste

Appello ad associazioni, gruppi e persone

Vi rubo 5 minuti per raccontarvi un’idea e chiedere il vostro appoggio, se possibile e se vorrete.

Clariste Soh Moubé è una giovane camerunese, recente autrice di un libro pubblicato in Mali da una piccola casa editrice. Si tratta di una testimonianza diretta del suo tentativo d’immigrazione, iniziato nel ’98 con la partenza dal Cameroun e finito, male, dopo 10 anni di odissea. Un certo lieto fine però c’è, ed è significativo: Clariste respinta nel deserto algerino quando è a un passo dal sogno - le barriere tra Tetouan e il territorio spagnolo di Ceuta - si rende conto di voler restare a viver e lavorare per la sua terra, e in quello stesso momento svanisce l’ossessione per quell’ Europa sempre più chiusa a lei e a quelli come lei. Questo molto in breve, ma a seguire trovate la scheda del libro utile ad inquadrare meglio storia e contesto.

Le Piège (L’inganno), questo il titolo, non è stato pubblicato ad oggi nemmeno in Francia; mi sono fatto spedire una copia e dopo averlo letto ho contattato l’autrice, a cui ho promesso che avremmo fatto il possibile per trovare un editore italiano disposto a pubblicarlo.

Far entrare in Europa Clariste tramite il libro in cui testimonia la follia della fortezza Europa, che allo stesso tempo ripudia scegliendo l’Africa e il suo essere donna africana, sarebbe una piccola grande vittoria e un bel messaggio da diffondere.

Ora un editore interessato c’è, serio ed affidabile, ma non è un gigante dell’editoria: perché possa pubblicare il libro e impegnarsi economicamente anche per far venire Clariste a presentarlo - che sarebbe strategicamente fondamentale oltre che bello ed emozionante - serve una rete di persone ed associazioni che sostengano l’iniziativa impegnandosi ad acquistarne delle copie e, possibilmente, ad organizzare poi una presentazione in cui poterle vendere. Senza questa rete e senza la forza di promozione e distribuzione delle grandi case editrici, l’operazione diventerebbe assai complicata o del tutto non fattibile.

Per questo chiediamo il vostro appoggio.

In concreto,

- Associazioni e gruppi possono:
aderire come sostenitori del progetto, comunicando il proprio impegno ad acquistare delle copie del libro e l’eventuale disponibilità ad organizzare una presentazione. Per aderire basta scrivere a uno di questi indirizzi, hirzel.max@gmail.com o info@apertamente.it specificando il numero di copie che si pensa di acquistare (il costo, non ancora stabilito in maniera definitiva, si aggirerà attorno ai 13€ a copia - si auspica non meno di 50 copie per associazione, preferibilmente 100..200...300;))

- singole persone possono:
fare una donazione, anche di poche decine di euro, tramite bonifico bancario intestato all’Associazione Apertamente, indicando come causale: libro di Clariste.
Dati per bonifico:
Associazione ApertaMente ONLUS
C/C Biverbanca - Ag. n. 10 - c/c n.100600 - Abi 06090 - Cab 22311 IBAN: IT 56 O 06090 22311 000000100600

- tutti
· possono girare l’appello ad altri gruppi, associazioni e persone potenzialmente interessate.

Ps: a fine gennaio mi recherò a Bamako dove oggi vive e lavora Clariste, che avrò modo di incontrare con l’editore che possiede i diritti; aggiornamenti e sviluppi saranno disponibili su questo sito e su http://blobreport.blogspot.com (on line tra pochi giorni).

grazie mille per il vostro aiuto

Max Hirzel per Ass. Apertamente

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