Nella stessa rubrica

Statement of the Syrians after the shipwreck to the European Union (Italy, october 2013)

Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

La storia di Najib, la storia di Feven (Italia, novembre 2010)

I due racconti che qui pubblichiamo sono stati letti dai loro autori il 22 ottobre 2010, in occasione di un’iniziativa organizzata dalla Tavola della pace di Bergamo. “La storia di Najib” è stata scritta da Najib direttamente in italiano, “La storia di Feven” è stata raccontata in amarico da Feven a Yetnayet che l’ha trascritta in italiano; entrambe sono state riviste per la versione definitiva da Rosaria Onida, coordinatrice della Tavola della pace di Bergamo.

(novembre 2010)

La storia di Najib

Buona sera a tutti, signore e signori. Mi fa molto piacere essere qui davanti a voi. Sono molto felice di parlare qui e raccontare la mia storia. Ringrazio la Tavola della pace di Bergamo per avere pensato a me e alla mia storia per invitarmi a parlare questa sera. La mia storia è la stessa di tanti altri ragazzi e ragazze che sono dovuti scappare dalla Somalia.
Mi chiamo Najib, sono somalo e sono qui in Italia dalla fine di luglio del 2007. Ho 21 anni. Mio padre, quando avevo 16 anni, mi ha spinto a fuggire dal mio paese, altrimenti sarei stato obbligato a entrare in un gruppo armato o a essere ucciso. La situazione della Somalia è tragica a causa della guerra civile che continua a devastare il paese che è senza governo, senza esercito nazionale, senza scuole, senza servizi, senza nessuna sicurezza e speranza soprattutto per noi giovani. Le bande armate stanno distruggendo il paese.
Oggi voglio parlare del mio viaggio da Mogadiscio, dove abitavo, a Bergamo dove vivo ora.
Ho lasciato la Somalia nel 2006 e, passando per Hargeisa, sono arrivato in Etiopia, ho continuato poi per Jigjga, Harar e Addis Ababa. Ad Haddis Ababa sono rimasto un mese, poi sono andato a Bahardar e Gondar. Poi, camminando a piedi nel deserto che c’é tra l’Etiopia e il Sudan sono arrivato a Al Quadarif, una città del Sudan. I miei genitori, intanto, hanno fatto una colletta tra parenti per pagare il mio passaggio dal Sudan alla Libia. Questo viaggio l’ho fatto con un pickup con altre 35 persone Sudanesi, Eritree e Somale. Eravamo strettissimi e dovevamo stare attenti a non cadere dalla macchina che non si fermava mai se non quando dovevamo mangiare; il viaggio é durato in tutto 10 giorni. Ci sono stati tanti problemi perché dopo essere partiti da Kartoum, capitale del Sudan, il deserto é stato molto faticoso: 3 giorni per la parte del deserto sudanese pagando 300 euro ciascuno e poi una sosta per un giorno intero a contrattare con i trasportatori libici che volevano farci pagare 400 euro a testa per portarci dal deserto sudanese a quello libico. Noi abbiamo protestato, non avevamo tutti quei soldi e, inoltre, i libici volevano di solito 300 euro e i sudanesi 250. E’ stato un grande problema perché ormai non potevamo tornare indietro e nemmeno potevamo andare avanti. Dopo che siamo stati fermi un giorno intero e i trasportatori libici hanno capito che proprio non avevamo i soldi, ci hanno portati fino a una città che si chiama Ejdawi e ci hanno rinchiuso in una casa per una settimana. Da lì abbiamo telefonato alle nostre famiglie che hanno fatto ancora una colletta tra parenti, ci hanno mandato i soldi e noi abbiamo potuto pagare. Io da Ejdawi sono andato a Bengasi e poi a Tripoli. In tutto mi sono fermato in Libia 8 mesi per avere i soldi e pagare una barca per venire in Italia..
Sono partito da Tripoli per andare in Italia il 31 maggio 2007 con una barca, con 27 persone di cui 2 bambini, tutti somali. Ci hanno garantito di arrivare in Italia in 24 ore. Il viaggio, invece, è durato 3 giorni con molti problemi già dopo 20 ore di navigazione. Infatti è finito il cibo, è finita l’acqua ed è quasi finita la benzina..
Tra le persone c’era un mio caro amico, fuori di testa e pericoloso per sé e per gli altri; lui viaggiava legato e anche un altro ragazzo stava diventando matto. Molta gente stava male.
Quando ci sono rimasti solo 10 litri di benzina una signora ha chiesto di fermare la barca perché non sapevamo dove eravamo. Da fermi abbiamo visto delle luci lontane che sono poi diventate quelle di una nave italiana che trasportava merce. Questa nave ha chiamato la polizia frontaliera di Malta che è arrivata, ci ha dato benzina, cibo e acqua.
Abbiamo seguito la barca della polizia maltese che ci ha portato fino alle coste della Sicilia e poi i maltesi hanno chiamato i carabinieri italiani; intanto pioveva tantissimo e quando i carabinieri sono arrivati siamo saliti tutti sulla grande barca italiana. Dopo 40 minuti siamo arrivati a Ragusa. Lì ci hanno preso le impronte digitali e dopo ci hanno portato al Centro di accoglienza dove siamo rimasti rinchiusi per 20 giorni.
Dopo 20 giorni ci hanno trasferiti a Trapani, salina grande, in un altro centro di accoglienza; lì abbiamo fatto tanti documenti e dopo 20 giorni abbiamo avuto tutti il riconoscimento di Rifugiati politici o umanitari.
Quando ci hanno fatto uscire dal centro di accoglienza col permesso di soggiorno, ci hanno portati alla stazione con un furgone dicendoci “ciao, ciao, fate quello che volete”.
Non ci ha assistito nessuno per trovare una casa, un lavoro, una scuola per imparare l’italiano.
Io sono andato a Roma, poi a Firenze dove ci sono tanti somali e lì mi hanno dato il numero di telefono di un mio zio che abita a Bergamo e che mi ospita a casa sua ancora oggi.
A casa di mio zio sono rimasto il primo anno e mezzo frequentando il centro Eda per imparare l’Italiano e frequentando vari corsi che non mi hanno dato mai un lavoro.
Per questo dopo un anno e mezzo ho deciso di andare in Finlandia e là sono andato a scuola, ho avuto una casa, sono stato affidato a una famiglia e ho anche lavorato per qualche mese in un albergo. Quando però la polizia finlandese ha scoperto che io avevo avuto lo status di rifugiato dall’Italia sono dovuto ritornare qui, sempre ospite di mio zio e in una situazione di grande precariato. La mia famiglia oggi è sparpagliata tra la Somalia, il Kenia e il Quatar oltre all’Italia dove io sto.
Vi ringrazio per avermi ascoltato.

La storia di Feven

Mi chiamo Feven, ho 23 anni. Il 31 ottobre 2007 ho deciso di lasciare il mio paese, l’Eritrea, senza dirlo a nessuno della mia famiglia, nemmeno a mia madre. Perché? Perché non volevo fare il servizio militare e poi non c’era nessuna speranza di una vita normale per me e per la mia famiglia. Erano circa le cinque del mattino, quando sono partita, a piedi, con due ragazzi del mio paese per andare in Etiopia. Uno dei due ragazzi conosceva la strada e faceva da guida, io e l’altro ragazzo lo avevamo pagato per andare a Adikey, una regione dell’Eritrea. Da lì abbiamo continuato fino a Tsorena. Siamo andati a piedi per ragioni di sicurezza perché lì é pieno di soldati eritrei che controllano quel territorio per impedire alla gente di andare in Etiopia.
Quando siamo arrivati a Tsorena ci siamo fermati lì intorno per 6 giorni, senza mangiare niente, perché la nostra guida aveva perso la strada. Alla fine, per fortuna, siamo riusciti ad arrivare al confine con l’Etiopia. Quel confine é molto pericoloso perché se i soldati eritrei vedono qualcuno che cerca di entrare in Etiopia, prima tentano di fermarlo, ma poi gli sparano direttamente se non si ferma. Quando ti prendono vieni messo in galera per 5 anni, come é successo a mio fratello. Appena siamo entrati in Etiopia abbiamo visto i soldati e io, credendo fossero ancora quelli eritrei e pensando che mi avessero presa in giro, sono svenuta.
Quando mi sono ripresa sono stata interrogata insieme agli altri due ragazzi, dai responsabili dei profughi Eritrei; queste persone vogliono verificare se chi scappa é o no una spia. Dopo l’interrogatorio ci hanno mandati in un campo di rifugiati che si chiama Scemelca; in questo campo chi ha già la famiglia si ricongiunge alla stessa, altrimenti un gruppo di persone sole si mette insieme.
Il governo etiopico aiuta i rifugiati dando cibo e tutto quanto serve quando si é nel campo. E’ possibile uscire dal campo per telefonare o altro, chiedendo un permesso scritto per andare in città ma, in realtà, si resta nel campo come se fosse una prigione aspettando i soldi delle famiglie.
In Etiopia mi sono fermata tre mesi, ma non ho avuto tanti problemi perché ho incontrato mio fratello che stava lì da molto tempo. Quando mi sono arrivati i soldi mandati da mia sorella che vive negli Stati Uniti ho ripreso il mio viaggio e sono partita per il Sudan. Sono partita con altre 4 persone con una macchina che trasportava merci; ognuno di noi ha pagato 1200 birr (la moneta etiopica).
Dovevamo entrare in Sudan dal confine di Hamdey, ma prima dovevamo attraversare una grande foresta piena di banditi che rubano tutto, rapiscono le ragazze e uccidono la gente; dovevamo attraversare la foresta prima che facesse buio e correndo quasi per due ore siamo arrivati a destinazione.
Quando siamo arrivati in Sudan i soldati volevano ricacciarci indietro, ma poi pagando tanti soldi siamo entrati. Siamo andati in un campo profughi e anche lì abbiamo dovuto pagare tanti soldi per avere un posto dove dormire perché eravamo stanchissimi. La brutta sorpresa è stata quando, arrivati nella camera che avevamo pagato, la stanza era tutta vuota, senza nemmeno una sedia per riposare. Durante la notte un soldato ha tentato di separarmi dai miei amici con la scusa che i maschi devono stare separati dalle femmine ma, in realtà, perché aveva voglia di stare con me e i miei amici sono stati svegli tutta la notte per proteggermi.
Il giorno dopo una macchina delle Nazioni Unite doveva portarci in un altro campo profughi, ma lo stesso soldato del giorno prima non mi voleva far partire perché gli piacevo tanto; io avevo tanta paura, ma poi un capo ha cominciato a litigare col soldato dicendogli “non puoi tenerla con te” e io sono partita.
Quando siamo arrivati nel campo rifugiati di Shegerab e abbiamo dovuto fare dei documenti per entrare, un soldato ha tentato di lasciarmi fuori per portarmi con lui, ma io sono stata più veloce e il campo era talmente affollato che gli é stato impossibile ritrovarmi.
Da Shegerab abbiamo tentato di andare a Kartoum e da lì in Libia ma i soldati sudanesi ci hanno cacciati via, ci hanno messo in prigione per un giorno e siamo dovuti tornare al campo dei rifugiati. I soldati sudanesi sono senza pietà, ridono se vedono qualcuno piangere, non sono umani. Dopo ci abbiamo provato un’altra volta ad andare a Kartoum e, con più fortuna e un camion, siamo riusciti ad arrivarci; io ci sono rimasta per un mese e mezzo in attesa di attraversare il Sahara. Ho fatto tante strade per venire qua in Italia ma niente è stato così difficile come il Sahara. Ciascuno di noi ha pagato 900 Dollari a chi ci guidava nel deserto ma, nonostante il pagamento, nessuno ci dava da mangiare se non un pane al giorno, mentre gli altri mangiavano continuamente. Ci picchiavano continuamente, anche i bambini e le donne incinte, senza nessun motivo. A metà strada circa abbiamo incontrato delle persone che avevano perso la strada, ormai quasi ridotte alla morte, non riuscivano nemmeno a mangiare e a bere ed erano ferme lì da quasi un mese. Le abbiamo aiutate e anche loro sono state caricate nel nostro camion; quasi non riuscivamo a respirare per quanto eravamo stretti.
In questa parte di viaggio sono morti 14 ragazzi (molti erano somali) e altri sono impazziti per l’incapacità di sopportare quello che vedevano e per tutta la sofferenza e la disperazione di avere visto morire amici, fratelli e sorelle. Abbiamo visto picchiare persino i morti in questo viaggio. Nel Sahara abbiamo fatto anche l’esperienza dei banditi che ci hanno assalito e che ci hanno chiesto soldi, 50 dollari ciascuno se non volevamo morire in quel deserto; chi diceva di non averli veniva picchiato.
Per fortuna tutto passa in questo mondo, anche le disgrazie più grandi!
Finalmente poi siamo arrivati a Kufra, al confine tra Libia e Sudan; prima però di arrivare in città c’è ancora un tratto di deserto da attraversare; lo abbiamo fatto in 2 giorni, quasi 200 persone chiuse in un container pieno anche di merce varia per imbrogliare i controlli.
Ho visto che in Libia la vita non é difficile per chi ha i soldi, il problema è la sicurezza; chiunque può uccidere chiunque senza nessuna punizione.
In Libia (in una località isolata di cui non ricordo il nome) ho aspettato per due settimane di trovare un posto libero in una barca che mi portasse in Italia.
Io ho pagato 1200 dollari per un posto in una barca grande, mentre quelli che accettavano di viaggiare in una barca piccola ne pagavano 700.
Arrivata sulle coste della Sicilia mi hanno poi portata a Caltagirone in una casa per donne rifugiate, con le suore, una casa molto protetta dove non poteva entrare nessuno e dalla quale non potevamo uscire. Ci davano da mangiare e i vestiti e, ogni 10 giorni, ci davano anche 5 euro per telefonare alle nostre famiglie.
Da Caltagirone sono andata, sempre in Sicilia, in una città di cui non ricordo il nome in un centro d’accoglienza dove ci davano un letto e da mangiare, niente vestiti e niente telefonate; lì abbiamo potuto fare, pagando tutto, tanti documenti per avere lo status di rifugiati. Con lo status di rifugiata ho dovuto lasciare il centro di accoglienza e senza altra protezione sono andata in una città siciliana da conoscenti eritrei che mi hanno ospitata. Siccome non trovavo nessun lavoro sono poi andata a Milano da una mia zia. Ho lavorato un po’ e poi ho conosciuto una ragazza mezza somala e mezza eritrea che mi ha convinta a venire a Bergamo.
Ora sono ospite di un ragazzo etiopico e lavoro qualche ora in un bar. Oggi non parlo ancora l’italiano e non sono ancora una ragazza tranquilla; ho sempre mal di testa e prendo tante medicine. Ho anche tanta nostalgia della mia famiglia, soprattutto di mia madre che non potrò più vedere perché se torno in Eritrea mi mandano direttamente in prigione.
Mia madre è stata arrestata a causa della mia fuga dall’Eritrea ma quando hanno capito che lei non sapeva niente l’hanno liberata; il governo eritreo le ha chiesto di versare dei soldi perché sono all’estero, ma lei non può dare niente perché ha solo una piccola pensione.

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