Nella stessa rubrica

Statement of the Syrians after the shipwreck to the European Union (Italy, october 2013)

Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

Oltrepassare frontiere (racconti di Candelaria Romero, Italia, 2010)

CANDELARIA ROMERO

1. Oltrepassare frontiere
Circolo Sardo – Bergamo (2010)

La prima volta che oltrepassai una frontiera fu il 1976, avevo tre anni. Scappavamo con mia famiglia dalla dittatura militare in Argentina. Ricordo quella notte, il pullman stipato di persone, forse tutti profughi come noi. Eravamo diretti alla vicina Bolivia. Presso la dogana ci fecero scendere dal pullman per i controlli ma faceva molto caldo quella notte e la polizia non ci guardo nemmeno, troppo intenta nel bere birra e a giocare a carte. Il nostro primo esilio inizio così.
Provengo da una famiglia di scrittori, tutte due genitori poeti. Oltrepassare una frontiera vuol dire aprire una porta ed entrare in un altro mondo. Pure la scrittura, l’arte tutta è questo; aprire porte ed entrare in mondi diversi. L’arte come il viaggio invita a muoverti, a spostarti, ad oltrepassare limiti come le frontiere.
Nel 1979 oltrepassai la mia seconda frontiera. Avevo sei anni. Scappavamo con mia famiglia dalla dittatura militare in Bolivia. Ricordo il pullman che ci riportò in Argentina, l’aereo che ci portò in Spagna. Pensavamo di essere in vacanza io e mia sorella. Ricordo infine il treno che da Madrid ci portò a Stoccolma. Era notte, ed al improvviso i passeggeri furono costretti a cambiare vagone. Valigie, borse e due figlie addormentate furono trasportate in mezzo alla neve, da un vagone all’altro. Era il dicembre del ‘79.
Oltrepassare frontiere vuol dire anche sacrificare la tranquillità della terra ferma. Vuol dire sacrificare le certezze. Oltrepassare frontiere è pericoloso, potresti arrivare su terre pericolose, terre ostili, terre mobili, terre di mezzo. Potresti rimanere incastrata dentro una frontiera o perderti nel salto mortale tra un frontiera e l’altra o abituarti fin troppo bene a camminare in equilibrio sopra la frontiera e non volere mai più scendere sulla terra. E’ il rischio del viaggio.
Qualcuno una volta mi raccontò dei monaci dervisci. I dervisci appartengono all’ordine Mevlevi, fondato nel 1200 da un poeta persiano Mevlana. Darwīsh in lingua persiana significa letteralmente "cercatore di porte".
I monaci turchi non stanno fermi ma ballano una danza roteante. Una danza sacra che apre una porta verso il Divino. Il Derviscio appoggia il peso del suo corpo sul piede sinistro mentre la gamba destra dà slancio alla rotazione come esplorando mondi diversi. Tiene la testa leggermente inclinata da una parte mentre gli occhi guardano verso la parte opposta. E girano, con le braccia aperte. Una mano è girata verso la terra, e l’altra, la mano destra, verso il cielo.

Da quel lontano 1979 le frontiere sono state molte da oltrepassare. Dal 92 vivo a Bergamo, scrivo e faccio teatro e questi due mestieri portano a viaggiare. E questo è veramente tutto.

2. Sguardo e poetica
(Torino, 2010)

Provengo da una famiglia di scrittori. Tutte e due i miei genitori scrivono poesie. La mia famiglia fu costretta a fuggire nel 1976 dalla dittatura Argentina. Avevo tre anni allora. Sono passati 33 anni da quel primo viaggio e d’allora continuo a viaggiare.
In questi 33 anni i viaggi hanno cambiato più volte indole. I primi viaggi, i viaggi di quando avevo tre anni, erano viaggi da fuggiaschi, da esuli, viaggi di terrore. Viaggi quasi circensi, simili a salti mortali perché viaggi spesso acrobatici, tra mille peripezie. Viaggi vertiginosi, dove la vita e la morte camminavano mano nella mano. Viaggi urgenti, di corsa, dove il cuore a penzoloni, come collana sul gozzo seguiva l’andare e venire dei giorni.
Viaggi misteriosi, dove la vita dipendeva dalla vita stessa. Viaggi dove il mistero avvolgeva tutto, in un mondo altro, un mondo nascosto, un mondo al confine con il mondo. Viaggi senza fine, salti mortali senza fine, perché solo Dio poteva sapere dove si andava a finire, quando una sosta. Viaggi dove il tempo prendeva un’altra piega, dove il percorrere dei fatti, i fatti stessi scandivano il tempo e non era il tempo a scandire i fatti. Viaggi dove la storia eri tu e tu dentro la storia.
Poesie, viaggi, vita, morte, urgenza, cuore, mistero, mondo altro, confini, Dio, il tempo, la tua storia e la storia del mondo. Tutte queste avventure vissute assieme a due poeti e attivisti politici.
Sono passati 33 anni da quei primi viaggi eppure si continua a viaggiare; ora per piacere, per lavoro, per amore, per distrazione. Sempre più raramente per forza.
Ora, quando ripenso a quei viaggi mi rendo conto di avere ricevuto una grande lezione di vita. Non che ora io mi metta a ringraziare i militari per averci dato un calcio nel sedere. Non di certo. Ma quei viaggi mi hanno formata.
Cos’è un viaggio? Un viaggio potrebbe essere lo spostarsi con il corpo da un posto all’altro. Spostarsi richiede tempo. Lo si può fare a piedi, in bici, a nuoto. Se hai dei soldi; in macchina, pullman, aereo, treno ecc. ecc. Mentre mi sposto attraverso dei posti, vedo gente nuova, sento lingue nuove, mangio cibo nuovo, vedo modi diversi di vivere.
Mi posso muovere, spostarmi, attraversare luoghi, incontrare gente ma posso fare tutto ciò senza veramente avere viaggiato. Posso girare il mondo senza avere visto veramente nulla. Conoscere gente senza avere comunicato. E se ci pensate questo vale per tutto. Posso leggere un libro senza avere capito nulla, ascoltare una lezione senza avere imparato nulla, baciare ed abbracciare senza aver amato. Inghiottire cibo senza avere gustato, respirare senza avere riempito i polmoni. Succede tutti i giorni.
Dove sta la differenza allora? Cosa ci vuole per fare o vivere veramente un azione, per rendere quella cosa viva e non automatica? Cosa serve perché una parola detta non sia solo un verbo vuoto? Cosa serve perché una canzone non sia solo l’insieme di accordi? Cosa serve perché un quadro non sia solo un pot – purrì di colori? Perché un bacio non sia solo un incontro di labbra, perché un viaggio non sia solo spostarsi, perché il vicino di casa non sia solo quello della porta accanto? Perché una guerra non sia solo un susseguirsi di numeri e foto di sangue sui giornali? Perché l’essere umano, la terra non sia solo qualcosa da consumare? Per fare un vero viaggio, come mi hanno insegnato, serve anche altro; serve uno sguardo poetico sul mondo. Serve tutto ciò di cui abbiamo parlato prima. Per evitare il vuoto, il dis – umano serve viaggiare come se fosse la fine e l’inizio di qualcosa, tra vita e morte, sentire l’urgenza e l’emergenza dei fatti. Serve muoversi con il cuore, sentire il mistero delle cose, quel di più che avvolge il mondo. Serve Dio per qualcuno. Serve vedere i confini, vivere i confini delle cose, per vedere altro.
E poi serve tempo, molto tempo, dedicare tempo e pazienza al viaggio. Serve viaggiare nella storia e che la tua storia viaggi assieme alla storia del mondo.
Scrivo e faccio teatro e credo che servano esattamente tutti questi ingredienti per fare arte (anche per fare dell’altro).
Per scrivere e fare teatro serve raccontare qualcosa di urgente, qualcosa che è tra vita e morte, serve farlo con uno sguardo poetico dove mondo e focolare si uniscono.
E poi per scrivere e fare arte serve tempo, dedizione, pazienza, quella pazienza artigianale di chi sa che solo con premura, tecnica e pazienza, si modula e si costruisce un opera d’arte. Ma ripeto, per fare tutto questo serve un movente, un bisogno urgente da soddisfare.
Potrà succedere allora che nel mio quadro non dipingerò solo la vita, non descriverò solo la vita, ma metterò la vita dentro nel mio quadro. Il mio sguardo sarò introspettivo ma anche attento al mondo. Le mie parole saranno scandite con cura, rispetto, pregni di vita.
L’arte può in questo senso essere un modo di vivere la vita, l’arte come vera maestra del vivere quotidiano. Non l’arte come modo di nascondersi al mondo ma come strumento vivo che ci conduce attraverso il mondo. Un arte che ci tiene compagnia, che sarà rete quando sentiremo che stiamo cadendo. Un arte che ci aiuterà a viaggiare, che ci aiuterà a riuscire nei salti mortali della vita.

“Il viaggio non è iniziato
né il cammino concluso,
i saggi non hanno raggiunto l’esilio
né gli esiliati la saggezza”

Mahmud Darwish

Grazie.

Identità multicolori
(Convegno Bergamo 2009)

Mia Lecomte, poeta, francese residente a Roma, quando parla della migrazione usa a volte l’espressione landscape ed inscape. In inglese landsape vuol dire paesaggio ed inscape, vorrebbe significare il paesaggio che abbiamo dentro.
Tutti noi abbiamo un paesaggio che ci circonda e poi abbiamo un mondo interiore, un paesaggio interiore. Capita però a volte che il paesaggio fuori, il landscape non coincida con il paesaggio dentro di noi, l’inscape. Capita ad esempio di sentire delle cose, di vivere degli eventi che suscitano in noi emozioni oppure abbiamo dei ricordi di paesaggi vissuti, di colori che non ritroviamo più fuori. Non coincidono i due paesaggi, quello dentro con quello fuori. Capita, è capitato a me, sopra tutto nell’adolescenza, di vivere in un mondo tutto mio, un mondo interiore, che non c’entrava nulla con il mondo fuori. Il mio mondo interiore non aveva nulla a che fare per esempio con il mondo degli adulti. Non coincidevano per niente i due mondi, quindi non mi sentivo capita, creduta ed ascoltata. E questo mio malessere mi escludeva dal mondo esteriore, mi isolava. Come me penso che questa sensazione l’hanno vissuta in tanti.

Sono nata nel ‘73 in Argentina, ho vissuto l’inizio della dittatura militare che fu nel ‘75. All’ età di tre anni siamo fuggiti con mia famiglia e siamo finiti in Bolivia dove dopo tre anni arrivò pure li un altra dittatura, e di nuovo, questa volta all’età di sei anni, siamo finiti come rifugiati politici in Svezia. Avevo senz’altro dentro di me molti paesaggi, quello Argentino, quello Boliviano e poi il paesaggio fuori che a sei anni fu quello svedese. Immaginatevi i paesaggi interiori delle Ande argentine, della giungla boliviana assieme al paesaggio esterno ora candido, freddo di Stoccolma. Bello! Tutto molto esotico. Molti paesaggi quindi da tener a bada. Ma voi direte, i paesaggi dentro sono solo paesaggi interiori, ricordi. Non sono reali. Io dico invece che un paesaggio interiore non è meno vero che quello esteriore. Vai a dire ad un adolescente, ad una qualsiasi persona, che quello che sente dentro non è reale, che i ricordi, i colori che custodisce dentro di sé non sono veri. Il mondo dentro e quello fuori sono in ugual modo reali. Questa è la realtà. Emozioni, sogni, ricordi sono reali, sono realtà. Mahmud Darwish, poeta palestinese, nel suo libro Murale edito da Epoché (Milano), ce lo ricorda quando dice che “ il reale è la conferma dell’immaginario”. L’immaginario è un paesaggio altrettanto importante come il paesaggio fuori. Con questi due paesaggi, quello dentro e quello fuori, dobbiamo saper convivere, lo dobbiamo fare, non possiamo cancellare il mondo che abbiamo dentro. Sarebbe facile magari cancellare il mondo dentro e così finalmente vivere in un paesaggio unico. Senza problemi! Coinciderebbe tutto. Ma non funzionerebbe mai. Qualcuno pensa che l’integrazione del migrante sia questo; cancellare il paesaggio che sta dentro la persona migrante, cancellare le sue radici, sbiadire i colori che porta appresso per vivere così nel mondo che lo accoglie pienamente integrato. I problema è che questi colori che portiamo dentro non le governiamo sempre noi e non si stingono facilmente. La memoria, le nostre emozioni saranno sempre li anche se facciamo tutto il possibile per dimenticarle o anche quando gli altri fanno il possibile per non ascoltarle. Saranno sempre li per ricordarci che facciamo parte di più mondi. Ma come si fa allora? Come vivere con più mondi? Come far coincidere i mondi dentro con quello fuori. Dobbiamo farli coincidere? Dobbiamo sbiadirne un paesaggio perché non sia troppo ingombrante verso l’altro? O dobbiamo magari chiuderci dentro nel nostro paesaggio interiore ed escludere quello fuori? O possiamo magari in qualche modo vivere tutte e due i paesaggi contemporaneamente? E’ possibile? Come ci si deve muovere per fare questo? Come potrebbe essere questa danza del corpo che si muove da un paesaggio all’altro dentro e fuori contemporaneamente? Certamente vivere in un mondo dove si tende ad escludere più che includere, dove si tende a respingere più che accogliere, non facilità di certo un processo di questo genere, così dinamico. La convivenza con più mondi non è mai statica ma dinamica. La convivenza con più mondi è rischiosa senza troppe certezze e ci si muove in continuazione tra un mondo e l’altro ed il movimento è vita, la vita con tutti i suoi rischi.
Io i più mondi le ho sempre vissuti, fin dall’inizio, anche prima della mia prima migrazione, c’erano tanti mondi, ad iniziare con la mia famiglia. Sono figlia di Mario Romero, scrittore, poeta; un mestiere un po’ diverso, un mondo diverso. Era molto povero mio padre; un mondo pure quello a sé determinato. Era nero di pelle perché di origine indio guarany; un altro mondo ancora. Dunque; poeta, nero, indio, povero, ateo e per giunta comunista. E già qui abbiamo diversi mondi. Poi sono anche figlia di Marisa Villagra, poetessa pure lei ma di famiglia borghese, professoressa universitaria, bianca, bianchissima, con gli occhi verdi, catechista nell’azione cattolica degli anni 70’ in Argentina. Anche qui, altri mondi. Entrambi i miei genitori erano nati in Argentina, nella stessa città ma come vedete provenienti da mondi completamente diversi tra di loro, con qualche cosa in comune come per esempio la poesia. Sono nata in Argentina anche io, quindi vissuta in Bolivia,poi in Svezia ed infine da 17 lunghi anni vivo a Bergamo, nella città delle montagne, Berg Hem. A Bergamo ho conosciuto mio marito Paolo, nato a Bergamo, ma di origini veneto – toscano - pugliese, dal quale matrimonio sono nati Leandro e Naira. Entrambi facciamo teatro e poi continuo con la tradizione di famiglia, scrivo poesie.
Mio padre diceva sempre, essere un poeta non vuol dire per forza essere sempre tristi o sentirsi fuori dal mondo. Anzi, la poesia, secondo lui aiutava ad affrontare meglio il mondo. La poesia infatti è stata per me quella cosa che mi ha permesso di avvicinare tutti i miei mondi, i paesaggi, quelli dentro con quelle fuori. Parlo di poesia ma potrei dire l’arte in generale, la danza, lo sport, insomma; una qualsiasi passione purché creativa e quindi sana. Per me l’arte è stata come un ponte che mi ha permesso di legare i molteplici paesaggi e quindi in ogni momento, ogni qualvolta lo desiderasse, passare da un paesaggio all’altro, da quello dentro a quello fuori. L’arte è diventato un ponte tra un mondo e l’altro.
In tal senso, vorrei ora leggere la prima poesia che scrissi all’età di sette anni appena arrivata come esiliata politica in Svezia.

Il mio viaggio in Svezia

Quando arrivai in Svezia
mi sembrò molto bella.
mi sembrò come se avessi viaggiato ad un altro pianeta.
Guardai fuori dalla finestra
e vidi tutto bianco,
bianco come un cartoncino bianco

sul quale bisognava disegnare bambini che giocavano con la neve. Uscii per giocare con qualcuno
ma nessuno mi capiva.
Allora disegnai tanti bambini
che giocavano con me.

L’arte è comunicazione. Attraverso colori, forme, suoni, movimenti, comunichiamo qualcosa. L’arte non è chiudersi dentro in un mondo estraneo, non è di elit, per poche persone addetti che ti capiscono, non è come molti pensano, emarginarsi ancor di più dal mondo, beh, lo potrebbe diventare, alcuni fanno questa scelta. L’arte invece, se lo si vuole, mette in comunicazione la gente. E poi è un gioco. Un gioco a volte serio ma anche no. Attraverso la poesia per esempio si gioca, con le parole.
Appena arrivata in Svezia in miei genitori proposero all’ufficio scolastico della città un laboratorio artistico per il mantenimento della madre lingua. Un laboratorio dove attraverso l’arte, il teatro, la scrittura creativa e la costruzione di burattini, ci si allenava a mantenere viva la propria madre lingua. Nel mio caso lo spagnolo. Il laboratorio è durato tutto un anno scolastico. Nelle aule della mia scuola, eravamo una decina di ragazze e ragazzi che al pomeriggio per circa tre ore alla settimana ci si trovava a giocare in spagnolo. I miei genitori, al momento, non erano probabilmente così preoccupati dal mondo nuovo dove ci dovevamo inserire. Non erano nemmeno molto in ansia per l’arduo compito che ci aspettava nel dover apprendere la nuova lingua, lo svedese. Certo, c’era da faticare, ma non c’era tutta questa paura del nuovo, anzi, quel nuovo era qualcosa di eccitante. La preoccupazione semmai era quella di non catapultare di colpo dei bambini, delle persone umane, in qualcosa di nuovo senza dimenticare ciò che finora era stato il loro mondo, senza dimenticare o cancellare i propri colori dentro.
Come faccio ad entrare in un nuovo mondo, come mi presento se non con i miei colori? Non posso entrare in un nuovo paesaggio ed essere nulla di tutto ciò che finora sono stata. I colori che ho dentro devono in qualche modo splendere ancora, e devono poter uscire allo scoperto senza paura di non essere capiti o ascoltati. Cito ancora Darwish che dice “ogni volta che ho cercato me stesso, ho trovato gli altri. Ogni volta che li ho cercati, in loro non ho trovato che me stesso straniero. Che io sia il singolo – moltitudine?” ancora dal suo libro Murale.
Non è facile far risplendere i propri colori nella moltitudine. Abbiamo paura. E gli altri hanno paura. Hanno paura del diverso. La paura del diverso diventa razzismo, diventa discriminazione. La paura diventa solitudine, violenza, ignoranza. La paura diventa bullismo, anoressia.
Mio padre diceva sempre; la paura è una smorfia allo specchio. La paura è la tua immagine allo specchio ma deformata.
Ora vi leggo un’altra poesia che scrissi sul senso della diversità, sullo specchiarsi nell’altro, sul chiedere all’altro di entrare e specchiarsi in te.

Immigrata senza voto

Mi aggiro rotonda
nella città quadrata
spigoli arrestano il fiato
riconosco che non vuoi vedermi
non vuoi baciarmi
no mirarme no besarme
invece baciami
besame mucho
per quello che sono
per quello che tu non sei in me.

A volte nemmeno con tutte le forze interiori del mondo, nemmeno con l’arte è possibile far avvicinare i diversi paesaggi interiori, esteriori. A volte nemmeno con la poesia ci riusciamo.
Ricorderò sempre mio padre, all’inizio del nostro esilio svedese. Lui scriveva poesie in spagnolo e quindi mettersi a 40 anni a scrivere poesie in svedese non fu mai per lui una cosa scontata. Un giorno ricordo averlo visto piangere, come un bambino, era in cucina, davanti al lavandino, curvo sopra un falò. Fiammate invadevano piatti e bicchieri ed in mezzo a tutto quel fumo le sue poesie, che prendevano fuoco. Lui piangeva dicendo che tutto era inutile, che le sue poesie non servivano a niente. Mia madre, vista la drammaticità dei fatti portò me e mia sorella nella nostra stanza ed a bassa voce, con un pizzico di orgoglio nello sguardo ci disse; “state tranquille ragazze, lui sta bruciando le sue poesie ma non sa che io le ho fotocopiate tutte!”.
Che cosa aveva portato mio padre a questo gesto così estremo? Perché lo aveva fatto? Io credo la solitudine. Anche in mezzo a tutte queste poesie si era sentito solo. Dobbiamo smettere di pensare che c’è la possiamo fare da soli, sempre. E’ vero, viviamo in un mondo dove ci viene detto che ognuno deve essere autonomo, devi contare sulle proprie forze, non devi dipendere da nessuno, devi arrangiarti da solo, meglio soli che mal accompagnati, chi fa da se fa per tre. Ora possiamo più che mai farcela da soli, crediamo, abbiamo ognuno un cellulare, una PC, navighiamo da per tutto, da soli, nel web, abbiamo macchine, TV, addirittura una TV in ogni stanza della propria casa. Soli. In realtà è vero; noi siamo soli, come diceva il poeta Salvatore Quasimodo, pure lui un migrante con tanti paesaggi dentro e fuori, siciliano migrato a Milano: “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. E’ vero. Siamo soli, ma non sempre. Non sono convinta ad esempio che si nasce soli o che si muore soli come molti dicono; soli di fronte alla morte. Per iniziare ho spinto con tutte le mie forze per far nascere i miei due figli. Spingendo come una furia, io e loro siamo nati assieme. Loro sono nati nel mondo fuori ed io che nel mondo fuori c’ero già sono nata una seconda volta, sono nata madre.
Intanto quando è morto mio padre io sono stata li, l’ho baciato, ho cosparso il suo corpo di olio e l’ho vestito per il funerale. Lui non era solo.
Non siamo sempre soli ma ci si può sentire smarriti. Ci si può sentire smarriti come in un labirinto ma non si è mai del tutto soli. Il mondo è pieno di persone, attorno a noi, vicine, lontane. C’è sempre gente e qualcuno di loro, qualcuno di queste persone sono pure persone che di lavoro aiutano altre persone. Parlo di psicologi, medici, psichiatri, tutor, consulenti famigliari, mediatori culturali. In questo continuo muoversi tra paesaggi, mondi diversi, sensazioni, viaggi, tragedie e gioie non siamo completamente soli, ci sono gli altri e gli altri possono esserci d’aiuto. E qui ricordo Laura Boella, scrittrice di numerosi saggi e professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano, in una sua meravigliosa relazione che fece al convegno organizzato dal Centro di Educazione alla Mondialità di Brescia tenutosi ad agosto di quest’ anno a San Marino, dove ci ha ricordati tutti dell’importanza del correre assieme, basta stare soli, almeno in due si corre se non in più, ci ha detto, e questo è soprattutto un messaggio alle donne, alle giovane donne, non correte da sole. Ora è più che mai importante non correre da soli.

Quando chiamai Alex perché mi ero persa

Ad una certa ora è l’ora dei pazzi
dei dispersi
dei confusi
dei senza orari
l’ora del treno sbagliato
preso per chissà quale ragione
stazione sconosciuta nell’ora della direzione opposta
ad una certa ora è l’ora dei disoccupati i senza terra i drogati ed io qui
in cammino verso
parole orme sbagliate
l’ira le ore perdute
in cammino
come me.

Infine, la poesia come strumento per salvaguardare ciò che di più bello può sbocciare anche nei momenti più bui. Non è questione solo di resistere nella vita. Resistere, resistere, resistere disse qualcuno anni fa. Lo si fa anche ma oggi è più che mai importante parlare di resilienza. Cos’è la resilienza? E’ una parola che nel linguaggio tecnico meccanico indica quell’elemento, un pezzo di ferro ad esempio che nel ricevere una forte botta non si spezza ma si piega. Una metafora può spiegare la resilienza; l’ostrica che da un granello di sabbia fa nascere una perla o ancora, l’albero che viene ferito, maltrattato, ma che non muore ma continua a crescere attorno alla ferita, magari prendendo altre forme. La poesia è resilienza. L’arte è resilienza. L’arte custodisce in sé il processo della resilienza. La poesia salvaguarda la bellezza delle cose anche nei momenti bui.

Rifugio

Una freccia può odiarmi
raccogliere le orme fino a ciò che chiamo rifugio
entrare
uccidermi nuovamente
immobile sarà l’oscurità
come l’attesa

il ricordo apre cammino al sole
parlo attraverso quella finestra.

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