Nella stessa rubrica

Ljupco Horvat e Tanja Novakovic (coppia croata), Pordenone (Italia), luglio 2001 (interviste raccolte da Devi Sacchetto)

Afrim Rodiqi (kosovaro), Brescia (Italia), maggio 2002 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Damir Tomicic e Danilela Kakarić (bosniaci), Treviso (Italia), ottobre 2002 (interviste raccolte da Devi Sacchetto e Graziano Merotto)

Ionica Voinea (rumena), Padova (Italia), giugno 2002 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Ilir Bregu (albanese), Pordenone (Italia), Luglio 2001 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Damir Tomicic e Danilela Kakarić (bosniaci), Treviso (Italia), ottobre 2002 (interviste raccolte da Devi Sacchetto e Graziano Merotto)

Di dove siete?

Di Sarajevo

Qui in Italia dal..?

Agosto1997

E siete arrivati qua direttamente in questa città?

INTERVISTATO: Sì, sono stato solo un mese perché non potevo più stare. Si può dire che sono venuto direttamente dalla guerra. Subito quando è finita la guerra, dopo sei mesi circa, quanto mi è servito per recuperare un po’ di soldi per venire. Ci volevano meno cose, non come adesso, ti chiedevano – non so – un tot di soldi per entrare in Italia. INTERVISTATA: Sì siamo arrivati tutti e due con una nave. INTERVISTATO: Sì,sì però non come clandestini con nave, con biglietto pagato.

Come turisti?

INTERVISTATO: Sì, sì.

Quindi non avete avuto asilo politico?

INTERVISTATA: No, no, nel 1997 non serviva il visto per entrare in Italia, ma c’erano i problemi con la Slovenia ché loro non facevano i visti perché avevano paura che…e allora tutti prendevano la nave verso Ancona. Si partiva da Spalato, in Croazia, per arrivare ad Ancona. INTERVISTATO: E per uscire dalla nave, essendo turista, devi far vedere un po’ di soldi, un milione, un milione e mezzo, così più o meno, ti danno anche due o tre giorni come puoi stare; non è come uno di Francia, che viene da altro paese, puoi stare non interessa. Non era così. Siamo venuti per motivo: cercare lavoro, per vedere le possibilità di lavoro, per permesso di soggiorno. Abbiamo avuto un colpo di fortuna perché come, di queste persone che vengono da ex-Jugoslavia si poteva fare in quello momento: il permesso di soggiorno solo per quelli che sono entrati finché non è firmato il “contratto” di pace, Dayton, ecco si poteva venire e lo Stato Italiano dava il permesso di soggiorno. Invece dopo questa data, che era il 1996, non lo so di preciso, ecco dopo questa data non si poteva fare. Per fortuna abbiamo trovato un posto vicino a Milano, si chiama Lodi, e lì c’era una questura che si poteva fare ancora. Per quale motivo non lo so. A Trieste, Friuli, Veneto, non si poteva fare e invece là si poteva.

Ma chi vi ha detto che a Lodi si poteva fare?

INTERVISTATO: Eh…amici, più o meno; siamo andati una volta, perché dopo due giorni che siamo stati in Italia, abbiamo provato a fare qualcosa, ché abbiamo visto che non era possibile non fare niente, perché se non hai i soldi, per esempio non puoi andare a Milano o in un altro paese, non hai i soldi per spendere…Ecco siamo andati nell’Ambasciata Slovena, a Trieste, per prendere il visto per tornare a Sarajevo e finché io compilavo la domanda per prendere visto, mi hanno visto due, tre amici – non sono miei amici, però parlavano la mia lingua- e mi hanno chiesto… - perché c’era una rubrica in cui bisognava scrivere: “permesso di soggiorno o visto per l’Italia”, e io mettevo in croce come “no” - e lui mi ha detto:” Ma non hai il permesso?” e io gli ho risposto di no, e lui mi ha detto che potevo provare a Lodi. Vicino a Milano. Ok. Allora prendo il treno ma vado in Questura cosa gli dico? Se mi chiedono dove abito? Cosa fai? Invece lui mi ha detto che bastava andare là e loro te lo fanno. È successo così. Sono andato là, ho mostrato il passaporto mi hanno fatto due foto e mi hanno detto di chiamare dopo un mese e si vede. Dopo un mese ho chiamato e mi hanno detto che c’erano problemi, speriamo che si possa fare, - comunque non ho parlato io, perché non parlavo, ha parlato un altro per me – e dopo due mesi circa ho chiamato, mi ricordo bene era un sabato mattina, mi hanno detto: “è pronto, potete venire tranquilli”. Ecco è successo così. E dopo ho chiamato lei, dopo un mese o due, come si poteva fare con il permesso di soggiorno, ed è venuta su anche lei; perché quando hai il permesso di soggiorno ti si aprono tutte le porte: per tenere il libretto di lavoro, tessera sanitaria - non lo so – puoi cominciare a lavorare. E già con la prima busta paga puoi…In quel momento era così, invece adesso un po’ si cambia.

E quindi il permesso di soggiorno te l’hanno fatto subito?

Sì.

Anche se non avevi un lavoro?

Sì.

Avevi già una casa?

Niente, niente.

Come mai proprio in Italia e non in Germania, in Svizzera?

No, in Germania no perché, come l’Italia, è stato l’unico paese che accettava ancora per entrare dentro, anche come motivo turistico, le persone da ex-Jugoslavia. Come, era molto diverso, anche lo Stato è molto diverso dalla Germania. Perché la Germania subito dopo il “contratto” di pace, hanno mandato tutti quelli che erano stati nei campo profughi, loro hanno subito dato un tot di soldi, e li hanno portati con treni o corriere nel nostro paese, in Bosnia, e non c’era nessuna possibilità di andare in Germania. Invece l’Italia non ha fatto quello, anche perché ho amici che sono stati profughi in Cervignano, una grande caserma, loro hanno dato anche permesso di soggiorno: “sei vuoi rimani qua”. Invece la Germania non l’ha fatto per il 100% delle persone, forse hanno fatto qualche scelta, hanno guardato l’età. INTERVISTATA: Sì, i vecchi quelli che non possono lavorare li hanno subito mandati giù. Era l’unico paese che era più vicino, anche per spendere meno soldi, si era appena usciti dalla guerra, fino a due mesi fa non avevamo neanche le cose da mangiare, e avere un milione era come adesso avere un miliardo, un milione di euro, una cifra. Per quello che abbiamo scelto l’Italia perché era l’unico paese. Svizzera è troppo chiusa, stessa cosa questi paesi Germania, Svizzera. Non hai i soldi per andare ad esempio in Norvegia, che si poteva forse anche fare, perché non hai visti come qua che puoi prendere…come clandestino. Ho una zia in Austria, che è a Vienna da trentacinque anni, e lei mi ha fatto il visto per andare là ma l’Ambasciata austriaca non me l’ha fatto perché avevano paura che rimanessi lì; non me l’hanno dato proprio per questa ragione. Non avevo l’età sufficiente per rimanere lì, per non tornare più. INTERVISTATO: Se per caso aveva un contratto di lavoro a Sarajevo anche lo danno, perché era come una garanzia…era una cosa, non lo so. INTERVISTATA: sì, ma adesso giù è ancora peggio per andare, perché tutti quanti adesso vorrebbero andare fuori dalla Bosnia, perché ormai hanno aspettato tanti anni…quanti anni fa è finita la guerra? Sette, otto anni e si pensava che andasse meglio, che ci sarebbe stato lavoro, qualcosa, ma niente. Tantissimi cercano di andare fuori, tantissimi che sono andati in America, in Canada, proprio in paesi… INTERVISTATO: Sì perché dopo la guerra c’erano poche persone che erano interessate ad uscire dalla Bosnia, perché in quei momenti l’unica cosa importante era: “Sono rimasto vivo, perché adesso devo andare? Sono rimasto qua cinque anni, ho fatto il mio dovere, perché adesso devo andare via? È sicuro che lo Stato adesso mi aiuta…e dici va bene, va bene. E siccome sono passati cinque anni o sei, solo di bugie, adesso ci sono più persone che sono interessate, che vanno in America o in Canada, in Australia, questi paesi qui. INTERVISTATA: Sì perché loro ci danno ancora la possibilità di andare in America o in Canada. ..

Ci spieghi un po’ quando sei nato, come sei cresciuto, che scuola hai fatto?

INTERVISTATO: Sono nato a Sarajevo nel 1972 e sono nato come tutti gli altri bambini, sono cresciuto come tutti gli altri bambini, l’unica cosa è che ho perso questa mia vita che è bella quando hai diciotto, venti, venticinque, ho perso quel periodo. Sono cresciuto con mia madre, perché i genitori si sono separati, e con il secondo papà - si dice così? – che è stato insieme con mia madre e poi…Ho fatto le scuole elementari, medie, ho fatto tre anni di scuole supplementari e dopo mi hanno chiamato; perché è molto diverso da qua: mi hanno chiamato da scuola per fare il militare di Stato, come si dice,…servizio militare…ho fatto questo poi appena sono tornato a casa, dopo due mesi, è cominciata la guerra e ancora militare. E sono cresciuto in una città grande, forse è quello che mi dà adesso fastidio: sono sistemato bene ma mi manca la città, mi manca. Sono nato in un traffico in cui ci sono rumori, dove l’aria è sporca, tanta gente, mi manca quello. Potrei andare in montagna dove l’aria è pulita ma invece mi manca…

Com’era Sarajevo prima della guerra?

Che cosa dico? Più bella. Era una città in cui si stava bene. Non si può dire multietnica , perché ci sono state queste quattro religioni…

Voi siete religiosi?

INTERVISTATA: No. INTERVISTATO: Sì, cioè credo in un dio, credo che ci sia qualcosa ma non specifico.

Non siete praticanti?

INTERVISTATO: No. E poi come posso essere praticante: mia madre è ortodossa, mio vero padre è musulmano, che mi ha lasciato quando avevo due mesi, il mio secondo papà era cristiano quello che mi ha cresciuto ed è stato con me fino a quando avevo diciannove anni. Che religione devo fare?

Loro erano praticanti?

No, non erano praticanti, e forse è per quello che sono anch’io adesso; perché madre non mi ha detto mai: “Guarda io sono ortodossa, la mia religione è così e così”. Non l’ha mai fatto, per il rispetto di mio vero papà e secondo papà. Ecco. È un po’ famiglia…

I tuoi genitori sono di Sarajevo, Bosniaci, tutti?

Sì sono tutti bosniaci. Solo che madre è andata a vivere – perché così non è solo la mia famiglia – da quelle parti dove…si chiama Repubblica Serba, credo! Ha lasciato tutta la casa, non solo i mobili, ha lasciato tutto ed è andata via, perché non voleva stare.

Ma dopo la guerra?

Durante la guerra. Perché aveva paura, non doveva avere paura però…va bene, pensava così… ma non pensava ancora per la Jugoslavia… lei diceva che la Bosnia adesso fa uno Stato per conto suo, il resto è alla Jugoslavia… era quello che si diceva quando era iniziata la guerra, però dopo cinque o sei mesi si è visto cosa si fa. Si fa… INTERVISTATA: Era una scusa che rimanesse Jugoslavia perché già dall’inizio… INTERVISTATO: Sì, come adesso la Bosnia è divisa in due parti: una parte si chiama “Federazione” dove sono uniti cattolici e musulmani anche serbi, o meglio io dico ortodossi perché i serbi sono quelli che vengono dalla Serbia; invece c’è un’altra parte, una regione serba, dove sono proprio loro e ci sono pochissimi musulmani o cristiani. Ci sono le statistiche che dicono che ci sono pochi – come si dice? – cittadini misti, però non ci sono…

Insomma tu pensavi di finire le scuole e che lavoro era possibile fare là a Sarajevo, che lavoro eri indirizzato a fare ?

INTERVISTATO: Io ho fatto quella scuola per il lavoro che mi sarebbe piaciuto molto, farmacia, mi è piaciuto mentre facevo questa scuola ché non avevo molto voglia di questa scuola; avevo molto…mi piaceva fare elettricista, però non elettricista di impianti stereo, computer, però non avevo buoni, non avevo votazioni, non avevo questi punti - non lo so - per iscriversi a questa scuola e sono andato nella seconda che volevo fare. Così ho perso questa scelta per fare il farmacista.

Ma le occupazioni possibili a Sarajevo, c’erano industrie…?

Ma anche industrie militari mi dicono che c’erano a Sarajevo..

INTERVISTATO: Si deve guardare una cosa: ex-Jugoslavia è stata di sette province: Slovenia, Croazia, Bosnia, Macedonia, Albania, INTERVISTATA: Kosovo era un pezzo di Serbia. E dopo se tu guardi la Croazia non aveva tanta industria e viveva di turismo; invece in Slovenia, in quella parte che è vicino a Austria e all’Italia, era concentrata industria, una parte, mentre l’altra parte viveva di turismo perché aveva montagna; invece Bosnia era quel paese zona industriale… si zona industriale si può dire. Come qua se domani si separa Italia, come volevano certe persone, il Veneto è zona industriale. Ecco.

Era facile quindi trovare lavoro? INTERVISTATO: Sì, sì, basta fare scuole, non ci sono problemi. INTERVISTATO: Sì, perché da noi anche adesso è la stessa cosa: senza scuola proprio zero. Uno diceva finisco la scuola poi vado a fare le pulizie, ma adesso…

Ma la scuola era gratuita?

Sì.

Anche le scuole superiori?

INTERVISTATA: Sì. Fino all’università. Poi all’università ogni esame si paga e poi c’è una…borsa di studio, se ha dei problemi finanziari. Ma comunque fino alla fine delle “superiori” è tutto gratuito, a parte i libri… INTERVISTATO: che si pagano sempre dalla prima elementare fino alla fine. Non come qua gratuito, mi sembra fino alle medie. Ecco da noi no. Però c’è altro discorso quando parliamo di scuola: noi si fa due turni a scuola. Si faceva due turni: mattina dalle otto fino a mezzogiorno, una settimana, e non si andava il sabato; un altro turno è da mezzogiorno e mezzo fino alle cinque, un’altra settimana. E fai questi due turni, e un bambino riesce a fare una settimana in cui, per esempio, di pomeriggio può fare i compiti e giocare, e invece un’altra settimana ha la possibilità di dormire e riposare un po’ di più magari fino alle nove e mezza. Invece qua io vedo mia figlia sabato a mezzogiorno e mezzo è distrutta. E in più fanno questi due rientri. Erano molti di più bambini in una classe, ce ne erano trentaquattro, trentacinque per una maestra. Sì è un po’ diversa la scuola, però non è come la scuola in Russia che forse voi avete davanti agli occhi, dove i bambini sedevano così…

Io ho presente le scuole che c’erano qui…

INTERVISTATA: io avevo una maestra di matematica che ci ha insegnato da quinta fino ad ottava elementare che era un incubo. INTERVISTATO: E dopo primi quattro anni di elementari hai una maestra che ti segue quattro anni. Non è come qua che hai maestra di inglese, di matematica, no, hai una maestra. INTERVISTATA: Ci sono certe materie in primi quattro anni e poi con la quinta arriva anche antologia, storia, geografia, chimica, fisica…

Si andava a lavorare anche là, come nelle altre parti della Jugoslavia, alle sei e mezza, sette del mattino, fino alle tre, tre e mezza e poi tutti a casa?

Sì è giusto così. Io posso parlare di Sarajevo. Città. Perché è una città. Si lavorava dalle sei fino alle sette o due e mezza. Dipende. Erano, si può dire, 5% di fabbriche grosse, non lo so, una fabbrica grossa è la FAMOS (?): una grossa fabbrica che faceva roba per militari, queste cose. Fabbriche che avevano più di trentamila operai, in due fabbriche…per esempio c’è settore di alimentari – si dice così? – negozi, supermercati allora erano aperti tutto il giorno, facevano turni anche Sabato e Domenica. Così potevi comprare il pane alle sette di sera di domenica.

INTERVISTATA: C’erano posti che avevano orario continuato tutta la notte. Ma non in tutta la città, forse su cinque o sei posti, comunque trovavi sempre il supermercato aperto tutta la notte. INTERVISTATO: Sì, più o meno questi negozi li potevi trovare, non so se hai presente Sarajevo, nella parte vecchia di città, che è parte turistica si può dire, e anche per i turisti si faceva così. Ho sentito anche qua a Vittorio Veneto, quando c’è qualche festa, fanno così. Si, avevamo provato anche qua ‘ste cose, ma si è visto che non funzionavano tanto, ma comunque magari per una città è diverso… Era una città da settecento mila abitanti.

E le donne lavoravano, tua madre lavorava?

Sì, lei faceva – e ha fatto la scuola di dattilografia – dattilografa. Invece vero padre lavorava alla FAMOS, e invece il mio secondo papà era autista.

Vi ricordate in po’ i giochi olimpici?

Sì, nell’84.

Com’era il clima?

INTERVISTATA: Io non mi ricordo tanto, ma so che era bellissimo. Perché mia madre ha lavorato in banca e allora là sono arrivati tutti quelli più importanti per cambiare i soldi e so che lei mi raccontava come…non so è arrivato un cantante che conosceva lei e che io adesso non mi ricordo tanto… INTERVISTATO: io mi ricordo perché Sarajevo è stato prolungato, come dire, hanno fatto un nuovo comune, è grandissima quella parte si chiamava Doblijan, per le olimpiadi. Più o meno per sportivi.

Villaggio olimpico?

INTERVISTATO: Sì. Adesso torno un po’ indietro. Perché da noi tutte le fabbriche sono state sotto Stato, così fabbrica aveva disponibilità di appartamenti, non è come qua che è tutto privato. Adesso anche noi è così, è per quello che abbiamo fatto questa guerra ah,ah,ah!…è così ci sono state fabbriche che hanno fatto sponsor, per esempio loro hanno dato in prestito i condomini, dopo i due, tre mesi delle Olimpiadi, sono andati ad abitare gli operai. E quello che mi ricordo perché è cresciuta, quanti anni avevo: 12 anni, INTERVISTATA: io nove. INTERVISTATO: e dopo, non lo so, è stata più bella. Io mi ricordo l’Hotel Holiday, che l’hanno fatto proprio in due mesi , che non c’era, non esisteva. Non sei stato a Sarajevo, ecco quello l’hanno fatto proprio. Mi ricordo che lì c’era un prato dove venivano le giostre. Tac… ti svegli alla mattina e trovi....sì, era proprio più o meno così, per esempio quello era un simbolo perché si diceva: “questo è per le Olimpiadi” che l’abbiamo fatto più bello. Ed era più bello. Ed è dal quel posto che è cominciata la guerra a Sarajevo, ci sono stati i primi spari e le prime persone sono morte…c’erano i cecchini.Era proprio l’inizio.

Volevo chiederti tu hai fatto il militare, poi sei ritornato, e poi, quando è cominciata la guerra sei andato di nuovo a fare il militare, giusto? Quando sono successe le prime cose in Slovenia cosa si pensava in Bosnia?

INTERVISTATO: Non ti posso dire la mia esperienza perché quando è iniziato in Slovenia io facevo il militare in Croazia, a Pola. E stavo in caserma. Ti posso dire che cosa mi dicevano. In quel momento mi dicevano come…nostro popolo è stato contro…era un casino! Perché mancavano le informazioni. Mancavano le informazioni. Dicevano come noi dobbiamo…ad esempio da Croazia, da quella caserma, dobbiamo andare in Slovenia, se per caso serve… come te lo posso spiegare… INTERVISTATA: tra popolo e militari; praticamente di tenere in mezzo tra popolo..

Fare da cuscinetto…

Sì, sì. Bravo. Forse perché la Slovenia è il primo paese che ha capito subito… INTERVISTATA: e io mi ricordo alla mattina carri armati in Slovenia e io sono partita per l’Austria. Ci siamo trovati con la corriera in autostrada e non c’era niente proprio. Ci hanno fermato vicino alla frontiera e ci hanno detto: “Ma dove andate voi?”; e noi tutti contenti: “Andiamo a fare un viaggio”. Ci hanno detto di tornare, perché qua non si passa. Erano tutti armati. Poi in Austria mia zia mi diceva: “Resta qua, giù non devi tornare”; e io: “No. Ma dai. In Bosnia non arriva. Non è possibile”. Infatti l’anno dopo, era il 1992, nell’aprile del 1992. INTERVISTATO: Come dicevo prima, la Slovenia ha capito molto bene prima cosa succede, o può succedere, se si continua così. Capiva come questa stessa militare che in Slovenia domani si aspettava solo tempo quando si gira contro suo popolo. Perché non c’era popolo, perché questi che facevano uno o due anni, quelli che facevano quel militare che si chiamava J.N.A. Come a un certo momento si gira contro popolo, voglio dire gira il fucile e spara contro a queste persone. E loro hanno cominciato spingere da fuori, da Slovenia, perché sapevano come sono pericolosi per loro. E invece a noi dicevano – perché in caserma non sei stato informato, non sei a contatto con familiari per avere informazioni, voglio dire: ti puliscono il cervello – e dicono che dovete andare perché ci sono confusioni, dovete fare il cuscinetto tra popolo e militari. Dovete sparare da qualsiasi parte. E dopo, per fortuna mia, ho dato due volte il sangue, come donatore, e avevo questi quindici giorni per andare via prima, perché da noi dura un anno il militare, nella vecchia Jugoslavia, si faceva un anno di militare, e si poteva andare a casa due volte quindici giorni; e se doni per tre volte il sangue ti danno dieci, quindici giorni, come regalo, che io non ho effettuato e ho lasciato proprio per andare via prima. E forse sono stati quelli che mi hanno salvato, perché ultimamente il militare lo facevano soltanto i macedoni, bosniaci e si può dire il 30% dei croati; i Sloveni già da due anni non volevano lasciare i suoi figli per questo militare, dopo l’hanno cominciato a capire anche i croati e così sono rimasti: macedoni, serbi, albanesi. Solo loro sono rimasti. Ah! Cosa si diceva. Si diceva…io lavoravo in un negozio da mio nonno e mi ricordo molto bene che è venuta una signora, veniva dalla Croazia, Dublonic, e ha comprato trenta uova, adesso faccio un esempio, costava 3 mila lire, e mi diceva: “io quindici giorni fa a Dublonic l’ho pagato più di 100 mila lire”; e io: “700 volte, è impossibile. Come può costare una cosa…”; e lei: “Aspetta, lo vedrai, verrà anche qua così”. E infatti dopo cinque o sei mesi. INTERVISTATA: per la Pasqua a Sarajevo in guerra trenta uova costavano quasi 200 mila lire. INTERVISTATO: Ma popolo mai non ha creduto che possa arrivare una guerra in Bosnia perché Bosnia era, come ho detto prima , multietnica, voglio dire era un paese, una repubblica, di quattro religioni. Erano famiglie miste. Invece alla fine si girava fratello contro fratello, padre contro figlio: il padre stava da una parte e il figlio dall’altra. Come io sono stato da una parte e mia madre da un’altra parte.

Fino a quando hai fatto il militare, fino a quando sei stato a militare, fino a che anno?

Fino all’ottobre del 1991.

E poi sei tornato di nuovo?

Sì sono tornato da Pola a Sarajevo…

E come è cominciata la guerra ti ricordi?

Io dico “cominciato” perché la guerra in Bosnia è cominciata a Sarajevo. È cominciata a Sarajevo. Come è cominciata la guerra? È cominciata da questo comune dove c’era la maggioranza etnica di ortodossi, e loro erano molto preparati. Lo dico ma io non ho niente contro questo popolo, perché anche mia madre ne fa parte; erano molto preparati e avevano fucili, avevano armi che gli hanno dato questi militari che facevo io cinque, sei mesi. Perché noi siamo tutta Sarajevo, però questa città si è svegliata il 4 aprile o 11, non mi ricordo. Ci siamo svegliati di mattina e ogni canale, ogni programma, che si vedeva nel televisore erano una specie…hanno cominciato a chiudere un cerchio attorno a Sarajevo. Per esempio non potevo andare a vedere mio nonno da un posto a Sarajevo ad un altro. L’hanno messo perché in quel posto c’era la maggioranza di ortodossi e hanno messo – non so – cassettoni, macchine girate, con le maschere nere e non sai chi è. E per un mese hanno fatto finta - va bene questo servizio militare – però non è stato così tutta questi militari che erano a Sarajevo città, sono usciti dalla città e sono passati dalle persone che avevano la maschera, che erano ortodossi, che erano... - non sono stati gli ortodossi che sono nati a Sarajevo a fare questo, sono state persone dalla Serbia, dal Montenegro, militari pagati -…

Mercenari?..

Ecco, così. Sono stati loro che hanno organizzato queste cose. INTERVISTATA: I militari si sono ritirati da Sarajevo, sono usciti dalla città e si sono concentrati intorno. Cioè facendo finta che loro vanno via per spingere questi fuori, si sono tirati fuori e si sono concentrati intorno. Perché quelli giù non avevano i carri armati, tutte le armi.

Senti ma dentro le caserme a Sarajevo c’erano i militari bosniaci?

INTERVISTATO: No. INTERVISTATA: C’erano i militari di Stato che…hanno chiamato anche lui.

C’era solo il servizio di leva?

INTERVISTATO: Sì. INTERVISTATA: C’erano cinque caserme a Sarajevo e proprio quella che ha registrato lui era la più grande, non so cosa c’era dentro, logistica penso o qualcosa così, ma avevano sempre le armi dentro e, quando sono andati via, le hanno portate con loro. INTERVISTATO: Perché c’era questa legge: un bosniaco, della Repubblica Bosniaca, deve fare servizio militate o in Croazia o in Slovenia ma non nel suo paese. Ora la Slovenia è uscita, Croazia è uscita, Bosnia alla fine è uscita e sono rimasti in queste caserme quelli del Montenegro, della Serbia e basta. INTERVISTATA: E dopo in questo periodo era presidente Begovic che lui sapeva cosa succedeva ma diceva sempre - state tranquilli, non è niente. Ma organizzava poi una sua guardia, una sua milizia. INTERVISTATO: Perché nessuno voleva capire, sapere. Queste persone con le maschere che sono venute da altri paesi non possono, ad esempio il nostro popolo è ortodosso, e prima se accetta, accetta anche se sei musulmano, cristiano perché sono vicini, sono nati insieme, hanno fatto la scuola insieme, ma non con queste persone che sono venute non so da dove. Invece è successo il contrario. Quando è iniziata la guerra di religione, che c’è voluto un mese per capire queste cose.

La Bosnia era la più mescolata?

INTERVISTATA: Sì. Anche la Croazia aveva una percentuale di persone che andavano lì a lavorare e che – non so - poi si sposavano e allora si mescolavano ma comunque non come in Bosnia. Per quello che, secondo me, è stato più peggio ed durata più al lungo rispetto alle altre parti. INTERVISTATO: Per esempio avete sentito Sebreniza dove hanno trovato 10.000 morti, 5.000 morti, sono quelle persone che sono morte da un giorno, da due giorni. Invece a Sarajevo ogni giorno morivano 500 persone, era quello che ti faceva più paura. Ogni giorno morivano. Perché sei in un cerchio; sopra ci sono dalle montagne, perché Sarajevo è circondate da montagne, e ti fanno bombardamenti ogni giorno. E ogni giorno morivano, al minimo, 500 persone. Io ero più sicuro che facevo il militare, che stavo a quindici metri da loro, ero più sicuro di mia moglie che stava in città perché ero troppo vicino e non potevano per fare dei bombardamenti con armi pesanti. Avevo paura di fare il corpo a corpo, invece per i bombardamenti – se vado a casa vivo o morto – non avevo quella paura, avevo 1% di possibilità di morire. Invece mia moglie anche se si metteva a dieci metri sottoterra, in cantina, aveva più possibilità di morire rispetto a noi.

Tu sei stato al militare tutto il periodo?

Io siccome avevo fatto questa scuola sono andato in questo ospedale, che era un ospedale militare che dopo hanno cambiato nome in ospedale francese e adesso è l’ospedale della città - finalmente –, sono andato là perché avevano bisogno di persone che più o meno hanno fatto scuole di medicina o farmacia. INTERVISTATA: Sì perché tutti quelli che erano là dentro erano andati al militare, sono tutti andati fuori: medici, infermieri, assistenti, tecnici; sono rimasti tre, quattro medici e non potevano gestire un ospedale. Allora hanno chiesto personale. Perché questo era l’ospedale più vicino alla città. C’è un centro clinico vicino a dove abita mia madre, ma più lontano diciamo dal centro città, perché avevano proprio bisogno di questo ospedale perché era più vicino, per i bombardamenti, alle persone che avevano bisogno urgentemente. Perché anche il pronto soccorso… INTERVISTATO: Adesso per spiegare il pronto soccorso…perché da noi ogni ospedale aveva il “pronto soccorso”, però c’era un punto dov’era il più grande pronto soccorso, dove si potevano fare interventi di chirurgia, invece qua non c’è questo tipo: ogni ospedale ha il suo pronto soccorso. E questo pronto soccorso era…un po’ isolato. Se avete visto, l’hanno fatto vedere mille volte alla televisione, quando sparavano un camion piccolo con una tenda che c’erano dentro cinque o sei persone. Non l’avete visto? Era una via grande, larga 50 metri. È per quello che pensavo…Era molto più difficile arrivare in questo, perché era proprio lontano trecento metri, così, con questi fucili che ti vedevano, non si poteva entrare e uscire. Invece questo ospedale è più grande, che anche adesso è più grande, era più vicino a dove sono cominciate le Olimpiadi, le hanno fatte vicino a questo stadio, e quindi era più facile venire perché è un po’ isolato cioè non è vicino a zone…

ma quindi tu sei andato a lavorare là?

Sì sono andato a lavorare in questo ospedale.

Tu hai fatto il militare obbligatorio?

Sì.

Poi sei ritornato a Sarajevo?

Sì. Da civile.

Dopo è iniziata la guerra e ti hanno richiamato?

No. Sono andato io. Perché ho sentito, attraverso la radio e la televisione, che cercavano persone perché, come ho detto, in questo ospedale stavano solo quelli che facevano il servizio militare e siccome prima erano tutti di una religione, ortodossa, sono andati via. Perché anche cittadini ortodossi che sono stati la maggioranza sono andati via ché avevano paura che li ammazzassero ed è per quello che l’ospedale era vuoto.

E tu sei rimasto dentro l’ospedale per tutta la guerra?

No, No. Sono rimasto cinque mesi e mi faceva male vedere le persone morte, persone senza gambe, senza piedi. Mi faceva molto male vedere perché nessuno da noi era abituato a vedere quelle cose, e, in più, io ero giovane. Non sapevo ancora che cosa vuol dire “guerra”. E dopo quando vedi uno morto – se è morto in maniera naturale, va bene – ma se vedi il buco da dove è entrato il proiettile, dove è uscito anche; senza mano, senza gambe. Ti fa male. E comunque sono riuscito a rimanere cinque mesi anche per il fatto che mia moglie era incinta: per le medicine, per controllare e visitare. Quando è nata mia figlia ho deciso di lasciare l’ospedale e andare a fare il militare perché pensavo, in quel momento, che quel posto fosse più adeguato per donne che potevano dare una mano in ospedale, invece io, come giovane da vent’anni, potevo dare più mano alla città, allo Stato, andando a fare il militare. Perché se entravano i Serbi dentro, adesso non dico ortodossi ma dico Serbi – e c’è molta differenza – se entravano a Sarajevo succede la stessa cosa che è successa a Sebreniza. Succede la stessa cosa. INTERVISTATA: Meno male che non sono mai riusciti ad entrare a Sarajevo. Almeno nella parte della città dove eravamo noi. Perché la città era divisa in due parti da un fiume e allora la parte destra c’erano loro e da quest’altra parte c’eravamo noi. Hanno tentato tante volte di attraversare perché ci sono tutti i ponti, ma non ci sono mai riusciti. INTERVISTATO: Io mi ricordo quando ho lasciato l’ospedale, era di giorno, mi avevano messo a lavorare nel pronto soccorso, è arrivata l’ambulanza e il mio lavoro era prendere quella persona, metterla sul letto per portarla in sala. Era un bambino di nove anni che gli avevano sparato in gola finché stava leggendo un libro, al nono piano in grattacielo che era più vicino alla zona. Un cecchino gli ha sparato. Era strano perché era piccolo il buco dove è entrato il proiettile anche dove è uscito era molto piccolo – non lo so perché – e, mentre lo portavo in sala, faceva, non piangeva, faceva una specie di urlo. E questo…non lo so, forse perché ero diventato papà in quel periodo, e quel bambino aveva otto o nove anni, ma ho detto basta. Non posso più. E dopo quell’ultimo intervento in ospedale ho detto basta; e sono andato a fare il militare.

Sei andato a fare il militare sempre dentro a Sarajevo?

Sì, non si poteva uscire. A me dispiace perché io potevo mettere, abbassare il volume – come si dice? – proprio cassetta a Sarajevo, così quando parlavo – tu sei stato - e potevi anche immaginare posti.

Ma che cassetta è?

INTERVISTATO: Che ho registrato io a Sarajevo.

In che anno?

INTERVISTATO: Nell’ultimo anno. Avevo tante cassette che… INTERVISTATA: All’inizio avevo registrato tutto quello che succedeva e dopo, con la mancanza di elettricità e tutto, mi hanno perso le cassette ma io avevo registrato tutto, tutte le cose più importanti che all’inizio succedevano. Mi dispiace che si sono perse, questo si. INTERVISTATO: Ad esempio vi faccio vedere una cassetta che è fatta in Serbia, dopo la guerra, che dopo ne hanno vietata la circolazione, la proiezione, perché? Perché hanno proprio fatto vedere e spiegato che cosa hanno fatto i militari pagati che venivano dalla Serbia e dal Montenegro; che cosa facevano in Bosnia; come ammazzavano; che cosa succedeva. Proprio questa cassetta che sono riuscito a comprare, sottobanco, che ai Serbi non piace molto vedere.

E quindi questa è fatta per far vedere l’eroismo dei soldati?

INTERVISTATO: Sì.

Come qua quando si guardano i cowboy nel west; noi, fortunatamente, non siamo mai stati in guerra, sotto i bombardamenti, voi l’avete vissuta improvvisamente…

INTERVISTATO: Volete sapere una giornata?

Si, come si fa a sopravvivere?

INTERVISTATO: Primo ti devi immaginare che siamo senza corrente; questi cavi elettrici sono stati distrutti da parte dei Serbi perché arrivano da altri paesi occupati da Serbi. Dunque l’elettricità non arriva a Sarajevo. Dopo l’acqua: INTERVISTATA: tutti gli acquedotti erano da loro. INTERVISTATO: da loro. Ecco hanno chiuso anche acqua. Puoi vedere che adesso siamo già in una condizione senza acqua, senza luce. Quando è estate, va bene, ma c’è il problema dell’inverno perché mancava per riscaldare. Per riscaldare le case si andava a tagliare, finché c’erano, gli alberi nei parchi; dopo si bruciavano scarpe, si prendevano giornali vecchi e si mettevano…così si bruciano piano. Tutto. Si facevano delle stufette provvisorie, le più famose erano le cassette del water esterne, che una volta si facevano di alluminio adesso di plastica, e dove era il tubo di scarico si usava come camino, ed erano convenienti perché erano bassi così quando tu metti una scarpa, ti fa abbastanza calore per cucinare qualcosa, che cosa avevi? Avevi pasta, fagioli.. INTERVISTATA: Riso…e basta. Pasta, parliamo di pasta fatta senza uova, quella pasta.

Farina e acqua.

INTERVISTATO: Ecco. E dopo cosa facevi? Sei sveglio, sei contento perché hai un altro giorno davanti a te. E sempre non hai giorni, non hai ore, hai minuti da vivere. E ogni minuto che hai vissuto sei contento. Poi o di mattina presto o durante la notte si andava ad aspettare, in fila, le cisterne che portavano l’acqua. Avete sicuramente sentito quante percentuali sono morti in questi casi che stavano in fila per prendere l’acqua. Si andava a prendere l’acqua che ti davano con due taniche da cinque litri, dieci litri a testa e vai. Finché non è entrato roba per mangiare. Vai in questa fila e poi vai alla ricerca di legno. Questa era la vita: andare ad aspettare la fila, forse, se hai la possibilità di truffare, andare in un altro posto, aspettare, per prendere altri dieci litri, sei contento e vai alla ricerca di legna. Ecco, era questo il modo di vita per quattro anni, per esempio per mia moglie. Poi io quando avevo tempo libero e non facevo il militare. Quando stavo in montagna facevo il militare, voglio dire come montagna: noi siamo sotto, loro sono sopra. Quando torno a casa vado io come maschio perché mia moglie aveva il bambina e non posso preparare per questo giorno, devo preparare per i giorni che sono a casa anche per i giorni che sono fuori. Ed una fatica trovare qualsiasi cosa, anche – tanto non ho visto – ,quello che abbiamo visto quando siamo andati a vendemmiare…le casse di plastica, quelle bruciavano mamma mia! Ed erano difficili da trovare. Però con una scarpa numero 42 si poteva fare…ah!ah! Mamma mia. Può far ridere, adesso fa ridere...

Perché siete qua a raccontarlo…

INTERVISTATA: all’inizio noi eravamo abbastanza preoccupati, forse il primo anno, poi quando uno si abitua ormai non fa più caso, cioè cammini, vai al mercato, trovi, non lo so radicchio oppure…quella che brucia?

Le ortiche.

Ortiche, quella roba lì. INTERVISTATO: Però cambi se hai un deodorante, cambi per mezzo chilo di quello. Noi, ad esempio, abbiamo cambiato per una conserva – non lo so – di carne o di pesce. È molto difficile. Non c’era niente da mangiare. Così siamo tutti dimagriti: io ero 90 chili e sono arrivato a 67. Perché non c’era niente, niente, niente.

Ma tu facevi il militare, i militari avevano da mangiare?

Ne avevano pochissimo; per esempio ti davano quella pasta…. INTERVISTATA: Dicevo che era uguale come a casa, non c’era differenza che loro mangiavano meglio. INTERVISTATO: No. Solo che noi avevamo più pane e in quei momenti era la cosa più importante perché anche il pane secco quando lo mangi, lo mangi con un po’ di acqua e sei apposto…

Ti riempie…

e di quello c’era. Certe case, che sono state scelte, sono state obbligate: per esempio persone private che avevano un supermercato, panifici, sono stati obbligati a dare farina e cose ai militari. E sempre, per prima cosa, si davano agli ospedali e ai militari. INTERVISTATA: e le sigarette erano un incubo. Mamma mia. E quando uno dice: “Smetti di fumare”; non ho smesso allora, non smetto adesso. Andavamo alle cinque di mattina, perché c’erano i punti, c’è un’industria di sigarette a Sarajevo, proprio fabbrica che fa, ma comunque anche là mancavano – non so – i materiali: la carta per fare, i filtri; allora vendevano le sigarette – come si dice?- non tagliate, tipo una di due metri, un’altra così, tutte diverse. Ma era una fatica per comprarle: andavo alle tre di notte per aspettare davanti al punto dove si vendevano, fino alla mattina che arrivava quello che le vendeva; allora se ne comprava uno o due ti chiedeva quanti siete a casa. Io dicevo dieci e allora ne posso comprare di più. INTERVISTATO: comunque questi sono i primi giorni, i primi mesi di guerra quando ancora nel magazzino c’era roba, dopo cinque o sei mesi è finito tutto. INTERVISTATA: sì dopo cinque mesi le hanno fatte queste di due metri. INTERVISTATO: E poi abbiamo cominciato a, potete farlo anche voi, per esempio chi beve tanta camomilla, fumare camomilla: si metteva in carta igienica. Si fumava camomilla e carta igienica così stavi anche tranquillo. INTERVISTATA: altro che una canna. INTERVISTATO: Ho provato tanti tipi di the, però la camomilla era l’unica. Dopo un po’ di tempo prendi anche l’abitudine della fame: non mangiare un giorno non mangiare due giorni, anche se mangi un pezzo di pane ogni due giorni ti va bene. L’importante è che sei contento perché sei vivo, era quello il motivo che ti teneva.

Qual’è stato il periodo peggiore in questi quattro o cinque anni?

Mah. Si può dire che quando noi abbiamo formato il nostro ”esercito” a Sarajevo, è cominciato il periodo peggiore. Perché? Perché da fuori Sarajevo, paesi, che sono paesi piccoli, più vicini alla Croazia, quando siamo stati un periodo insieme poi ci siamo separati, quando hanno distribuito armi, erano quei giorni quando il nostro militare che era povero di armi, quando si poteva prendere un posto o dieci m2 di terra, loro facevano sempre bombardamenti a Sarajevo; voglio dire che se noi prendevamo un pezzo di paese dai Serbi, loro per contro risposta facevano bombardamenti a Sarajevo; così anche per abitudine quando fanno dei forti bombardamenti vuol dire che abbiamo preso qualcosa. Erano questi i momenti più brutti perché ti bombardano ogni ora, ogni ora e mezzo però quando ti bombardano 24 ore, 24 ore, quando non riesci neanche…voglio dire quando stai un giorno a casa, non fai il militare, e vuoi andare a prendere l’acqua o a cercare legno, non puoi uscire perché non c’è la possibilità di uscire. Erano questi i momenti psicologicamente più pesanti perché non puoi aiutare: non ti chiamano a fare il militare; sei venuto a casa, sei contento perché vedi i tuoi, però li devi aiutare. Tutti giovani, quell’età dai sedici e i vecchi fino a sessant’anni, sono andati a fare il militare. Dopo quando hanno fatto questo famoso tunnel sotto l’aeroporto, dopo, anche noi abbiamo cominciato ad uscire da Sarajevo per andare dietro alle spalle dei Serbi per avere una posizione per aprire Sarajevo da qualche parte. Cosa vuol dire “aprire”? Aprire una strada, un corridoio – non lo so - verso la Croazia ché già in Croazia si stava meglio, era quasi finita la guerra e si poteva entrare per il cibo.

Passava tutto di là a un certo punto?

Ecco. Sì.

Ma era grande questo tunnel?

INTERVISTATA: sì. INTERVISTATO: Adesso è un museo che qualsiasi persona può visitare. È un tunnel di, mi sembra, duecento metri. INTERVISTATA: Era largo meno di un metro ed era alto un metro e mezzo… INTERVISTATO:…e aveva l’acqua fino a qua, fino al ginocchio, ma potevi passare senza avere paura che ti spara perché la pista era ormai un incubo. Prima che si faceva questo tunnel sotto, perché sulla montagna Iman, non so in Italiano,..

Ho sempre sentito il monte Iman..

INTERVISTATO: ecco in questo Iman c’era un pezzo di due Km che era fatto da noi; da questo pezzo c’era una strada per andare in Croazia. Una strada; non è una strada, sono montagne. Così c’era una possibilità anche di andare con i piedi: cinque o dieci giorni per fare uno zaino pieno, per comprare cibo. Prima che non facessero questa galleria si andava sopra l’aeroporto, le piste, e siccome era un aeroporto grande aveva quattro piste e in mezzo ad ogni pista c’era in più un tratto di erba. Aveva la lunghezza di ottocento metri, un Km. Però erano sempre circolati da caschi blu perché controllavano perché arrivano… INTERVISTATA: da una parte c’erano loro che accendevano un riflettore grande come questa camera e dall’altra parte i cecchini che aspettavano luce per sparare meglio…e uno quando comincia a correre fa: uno, due wooh!. Corri…se quelli accendono i riflettori sei fregato. INTERVISTATO: e dopo hanno fatto questa galleria, prima era solo per…

Ma l’ha fatta l’ONU?

No, l’hanno fatta i militari bosniaci.

Itzebegovic?

Sì. Da una parte Sarajevo e dall’altra un paese sotto a questa montagna che si chiama Rastniza (?). (lui)Paese… è proprio attaccato all’aeroporto, è stato formato 40 anni fa, un paese di operai, si può dire, perché era una di quelle famose fabbriche e in vicinanza l’hanno fatto.

Tu dicevi che quando è iniziata la guerra la maggioranza della popolazione serba se n’è andata; c’erano anche serbi nell’esercito in cui c’eri tu?

INTERVISTATO: Sì.

Com’erano i rapporti?

INTERVISTATO: Come ho detto subito non sono andati tutti; non era neanche giusto che se ne andassero tutti perché avevano le sue famiglie; si può dire, sicuri al 100%, che sono andate quelle famiglie che erano proprio pulite, dentro a quelle famiglie che non c’erano coppie miste: uno sposato con altro. Sono uscite quelle famiglie, quelle persone. Invece quelle persone che erano sposate…non so, ad esempio, con un marito ortodosso e con moglie musulmana, sono rimasti e lui ha fatto anche il militare, ha fatto come tutti noialtri. INTERVISTATA: ma dopo ormai si è capito che da Sarajevo, io parlo da Sarajevo perché adesso vedo che, pian pianino, tornano, sono scappati all’inizio perché sapevano che c’erano tanti bombardamenti, aspettavano che finisse tutto dopo qualche giorno per tornare a casa. INTERVISTATO: questo non l’ho capito ancora; anche mia madre è andata, mio zio. INTERVISTATA: Sono rimasti fregati: hanno aspettato a lungo per tornare a Sarajevo e adesso tornano e vendono la casa perché non voglio rimanere lì, che secondo me non è giusto perché mia madre ha una casa fuori a Paoe (?) – non so se l’hai sentito – ha una casa con tantissima terra e non può far niente là: non può tornare, non può vendere perché il prezzo è proprio..cioè non vale la pena venderlo perché non può far niente; invece loro tornano giù, prendono la sua casa, la vendono. INTERVISTATO: Si, ok, parlavamo di un altro discorso, adesso non centra niente questo. Mi ha chiesto per quelle persone che sono rimaste, come mai sono rimaste.

Volevo capire un po’ chi è rimasto, se sono rimasti i poveri, quelli più ricchi?

INTERVISTATO: Quando si tratta di poveri e ricchi da qualsiasi ragione…sono rimasti i poveri. I ricchi sono andati via perché avevano i soldi per pagare i caschi blu, mettersi in un aereo e andare via. Sono rimasti i poveri di tutte le religioni. INTERVISTATA: Poveri e scemi che pensavano……non si parla soltanto di ortodossi ma anche i cristiani, la maggioranza, sono andati via, sono usciti dai paesi vicino a Sarajevo; come ho detto, prima sono uscite quelle persone che erano un po’ ricche e dopo sono uscite quelle povere che avevano famiglie pulite: sposate con persone con la stessa religione. Invece quelle famiglie miste sono rimaste dentro, perché non sapevano che cosa fare; se il marito è ortodosso e la moglie è musulmana e rimangono a Sarajevo è anche giusto, se vanno fuori in quelle montagne, non è giusto...va bene rimango dentro: perché lasciare tutto, lasciare la casa e andare…Tante persone, ok, sono andate così per capriccio: non voglio più avere vicino il cristiano o il musulmano; perché avevano paura. Si sapeva che era una guerra di religione, tu sai che il tuo vicino, quello con cui sei cresciuto fino a ieri, è di un’altra religione ma adesso non sai se adesso ti spara o ti vuole bene. Avevi paura.

Di quello che è successo in Croazia, a Vukovar, voi sapevate, avevate sentito?

INTERVISTATO: Sì. Più o meno. Perché a Vukovar è iniziato prima di Sarajevo. INTERVISTATA: Si, Vukovar era proprio all’inizio, ottobre ’91 della guerra in Croazia, invece a Sarajevo è iniziata nell’aprile del 1992. INTERVISTATO: però non mi ricordo tanto bene di Vukovar quanto mi ricordo di quei paesi vicino al mare: Dubrovnik. Non mi ricordo perché non facevano vedere molto. INTERVISTATA: so che hanno distrutto tutto. Ho guardato anche un film quando eravamo ancora giù a Sarajevo: un film di una famiglia di Vukovar. INTERVISTATO: sono stati distrutti perché, per il fatto che era una piccola città, si faceva guerra proprio dentro la città però con armi pesanti, con i carri armati, è con questi facevano guerra. E si può immaginare che succedesse così anche a Sarajevo se non l’avessimo protetta noi. Volevano fare questa entrata a Sarajevo perché, una volta entrati a Sarajevo, prendono il parlamento, lo Stato e non risulta più Bosnia; come loro anche oggi non accettano la Bosnia, per loro non esiste la Bosnia, loro l’hanno accettata solo come documenti per andare in un’altra parte: carta d’identità, passaporto, targa, solo per muoversi. INTERVISTATA: perché ogni religione ha un suo segno: i croati che sono in Bosnia usano al stessa bandiera come in Croazia, i bosniaci ne hanno un’altra, e allora quando fanno un documento c’è un casino della madonna perché tutti e tre non stanno su un passaporto e allora o si fa solo uno o non si fa niente; ogni anno si cambiano tutti documenti perché ogni volta si trova uno che non è contento perché non c’è scritto così e così… INTERVISTATO: io ho sempre detto – mettete un disegno di Miki Mouse e vaffanculo. Invece i musulmani (?) hanno un giglio, per i Serbi c’è una croce con quattro S, i cristiani hanno preso dalla Croazia quella bandiera con gli scacchi bianchi e rossi. E si fa confusione: perché non c’è questo simbolo, perché non è scritto in questa lingua. Adesso, forse un anno fa, hanno trovato un accordo: si fa il passaporto senza niente, solo la Repubblica Bosniaca e basta.

Prima che scoppiasse tutto quel casino, c’erano differenze, non so, nelle zone abitate, nei posti di lavoro, cioè la città era divisa per cristiani, ortodossi…?

INTERVISTATO: No. Era tutto insieme, tutto mescolato. INTERVISTATA: Non c’era neanche un posto che era pulito di solo uno.

Cioè potevi trovare il dirigente ortodosso come quello musulmano? Sì, sì. Non c’era niente di pulito a parte le Chiese. L’altro era tutto insieme.

Una cosa che mi ricordo da sempre che le pasticcerie, le gelaterie erano tutte di albanesi o Kosovari…

è vero…

Ho sempre visto in tutta la costa.

Anche a Sarajevo tutte le pasticcerie, forse una era di uno di Sarajevo, sono tutte di albanesi. C’era una cosa particolare quando è cominciata la guerra sono spariti tutti, neanche uno è rimasto a Sarajevo…

Gli albanesi?

Sì, di questi che tenevano anche i ristoranti. Anche gli zingari sono scappati e poi finita la guerra, sono tutti tornati giù. Infatti avevo trovato uno anche qua con un cartello grande così: “Sono dalla Bosnia, sono povero, non ho lavoro”; gli ho detto - vai in fabbrica, fammi un piacere.

Là avete lasciato degli amici?

INTERVISTATO: Amici. Amici che ho conosciuto durante la guerra, perché gli altri o sono morti o, se erano ortodossi, sono andati da un’altra parte o sono andati negli altri paesi, come America o Australia. Ho lasciato solo quei amici con cui ho vissuto la guerra. Degli amici che avevo prima che fosse iniziata la guerra, non ne ho neanche uno.

Quelli di adesso che cosa fanno?

INTERVISTATO: Fanno fatica, stanno cercando un’uscita per andare in un altro paese a cercare lavoro. Vivere è difficile: le fabbriche sono distrutte, stanno iniziando solo i ristoranti, i bar; roba che non ti garantisce un lavoro, non ci sono garanzie per vivere. Sì è difficile ma si vive, grossomodo, come cinquant’anni, cent’anni fa, si vive di quello che hai in orto. Parlo dei miei amici che sono stati in guerra, perché tutti noi, che abbiamo fatto il militare in guerra, siamo i più poveri. Perché lo Stato prometteva questo e quello e invece non ha dato niente. Per esempio mi ricordo che, prima che fossimo smobilitati, hanno detto che il nostro Stato si era messo d’accordo con un paese arabo per pagarci tutto questo periodo che siamo stati in servizio e questo Stato ha pagato questi soldi e invece il nostro Stato, Stato di ladri, ha indirizzato questi soldi verso un’altra parte, non ha dato niente a noi, e quando questo paese arabo ha saputo di queste cose, ha subito fermato il conto. INTERVISTATA: l’Arabia Saudita. INTERVISTATO: Ecco. E siamo rimasti senza niente. Qualcuno aveva la possibilità di rimanere in servizio. Anch’io avevo la possibilità di rimanere in servizio, ma non mi interessava. Si vive male – non lo so. INTERVISTATA: noi abbiamo degli amici che lavorano in due fabbriche e non prendono la paga già da due anni: vanno a lavorare, lavorano ma la paga non arriva. INTERVISTATO: se uno va a Sarajevo adesso, lo vede: è una città ricostruita, è una città anche più bella, però anche le persone che vedi per la strada, con bei vestiti, belle macchine, sono tutte persone che in questi cinque anni sono stati fuori, in altri paesi. Finché noi siamo stati al militare, abbiamo fatto la guerra, loro sono stati fuori, hanno guadagnato soldi, perché nel ‘91 e nel ‘92 non c’era difficoltà a trovare lavoro, per chi è uscito fuori; ogni Stato ti accetta perché qui c’era un casino, meglio non morire, rimani qua. Così come l’Italia ha dato possibilità a questi di lavorare, per esempio, parlo sempre di quella caserma, loro hanno dato anche un tipo di paga, hanno dato anche una camera per dormire, sanitari, da mangiare e il permesso di uscire da quella caserma per trovare lavoro. E tutti quei soldi sono stati messi da parte, vuole dire che tutto quello che prende lui o sua moglie lo mette da parte e dopo quattro o cinque anni che non hai nessuna spesa, quei soldi più i soldi che dava lo Stato Italiano più quei soldi che davano le fabbriche come licenziamento. Lui dopo cinque anni, e sua moglie e sui figli, sono tornati a Sarajevo in quei momenti con, mettiamo, cento milioni minimo, era uno che – mamma mia – poteva iniziare qualsiasi attività e vivere bene, anche sistemare la sua casa se era stata distrutta dai bombardamenti. Quelle persone che vedi, tutte quelle, sono state fuori e non hanno fatto servizi, invece tutti quelli che siamo rimasti dentro o sono rimasti poveri o, come me, hanno avuto un colpo di fortuna e sono usciti da Sarajevo. Adesso più o meno è così dopo la guerra. Adesso quando guarda le immagini, dice – ma dai, non si stava tanto male; ci sono bei posti; si mangia bene. Però nessuno entra nelle case delle persone, vedono come vivono. È difficile. Difficile.

Tu dici che è stato un colpo di fortuna venire in Italia?

Sì. Perché finita la guerra, mia madre è ortodossa e mia zia, che aveva tutte le informazioni di questa guerra e ne avevo tutt’altra che mi raccontava quello che raccontavano dalle parti che stava lei, gli ortodossi, e non erano informazioni giuste. Si parlava, ad esempio, che Sarajevo era piena di quelli di Osama Bin Laden. C’erano, questi militari di Osama Bin Laden, c’erano in Bosnia ma non erano a Sarajevo. Sono stati disinformati, è per quello non mi ha aiutato niente. Sì – ok, magari mi ha aiutato a dormire dieci o quindici giorni, quello come zia ché non poteva dire: non posso buttare in acqua zia perché trent’anni fa ha scelto uno di un’altra religione. Non è colpa mia. Forse è per quello ma non mi ha aiutato niente. E neanche poteva. Perché mio zio quello, suo marito, era di origine italiana che suo padre, dopo la guerra, è scappato dal Friuli ed è venuto a Sarajevo; è sempre stato cittadino italiano, non ha mai voluto prendere la doppia cittadinanza, ed è stato tutta la guerra a Sarajevo…

Questo sarà stato un partigiano italiano…

INTERVISTATA: anche sua sorella, zia di zio, a Trieste ha le foto che hanno fatto i giornalisti italiani a lui in guerra. INTERVISTATO: Lui è stato da quelle parti dove c’erano gli ortodossi, aveva l’appartamento da quelle parti e adesso, dopo Dayton, quelle parti sono rimaste a noi, gli ortodossi sono andati via. INTERVISTATA: cioè praticamente adesso è tutta città intera, prima, in guerra, era a metà.

Ma, per il discorso che hai fatto prima di soldati musulmani, di Bin Laden, voi, dentro a Sarajevo, sapevate che in Bosnia c’erano questi?

No. Si sapeva, ma non si sapeva dove, quanti, non si sapeva niente.

Che cosa ne pensavate?

È come una scelta sbagliata perché se il mondo è così, si sa come è. Si può dire che un attentato è di Bin Laden, però sono sempre i problemi delle religioni più forti di tutto il mondo: cristiana e musulmana.

Non pensavi che fosse qualcuno che comunque ti stava aiutando?

No. Noi pensavamo che era una scelta sbagliata perché l’unico che poteva aiutare era l’America perché, con la forza della Nato, era lei a prendere le decisioni o di bombardare i posti dove sono gli ortodossi oppure no. Invece se Stato è con Bin Laden e si sa che questo è il primo nemico d’America; si sapeva da tanti anni; è che non davano informazioni. Si sapeva che era una scelta sbagliata. Si sapeva, si sapeva, magari non lo si conosceva come faccia, come personaggio, si pensava come forza militare, non lo so,…come si chiama quella in Francia?

Legione straniera?

Ecco, si pensava questo al nome di Osama Bin Laden, non si sapeva di preciso che fosse una persona. Magari qualcuno forse sapeva, non lo so. Anche in Croazia, una parte dei generali che hanno costituito l’esercito croato era dentro alla Legione straniera francese, mercenari, erano all’estero e poi sono ritornati. Però i nostri paesani hanno avuto molti problemi con quelle persone che sono venute perché hanno formato anche famiglie, hanno sposato le nostre donne, hanno formato un villaggio dove sono loro e un musulmano bosniaco per loro non è musulmano - non so se hai capito. Si dice musulmano però a Sarajevo questa religione si è fatta più moderna. Per esempio i musulmani di Sarajevo sono molto diversi dai musulmani macedoni. Nei musulmani macedoni le donne, quando sono a casa, stanno da una parte e gli uomini dall’altra; il maschio non può portare oro, qualsiasi tipo di oro, perché la religione dice così; non si beve vino, qualsiasi tipo di vino.

Invece in Bosnia sì?

Sì. Io dico che è modernizzato.

Si beve in Bosnia, eh?

INTERVISTATA: Ah, ah, sì non solo vino ma soprattutto grappa.

È vero che là a Sarajevo si notano più donne con il velo?

INTERVISTATA: sì, infatti… INTERVISTATO: è quello che dà fastidio anche a noi. INTERVISTATA: non sono mai esistite ‘ste cose qua. È il discorso che faceva lui: si sono sposate con ‘sti cosi là che arrivano con pantaloni fin qua – anche loro hanno un modo…No, veramente, ogni uno che vedi di questi qua ha la moglie con ‘sta specie di mantello nero, tutta coperta, il velo, e lui con i pantaloni fin qua, un capello fin qua bianco, con la barba. INTERVISTATO: ti posso dire quante donne sono coperte da 1 a 10, lo 0,0001.

Però questa è una cosa che è successa solo dopo la guerra, non c’erano prima?

INTERVISTATO: C’erano anche prima: famiglie vecchie, vecchie, vecchie. INTERVISTATA: come posso spiegarti. Anche mia madre forse lo portava,.. INTERVISTATO: quando era giovane, quando aveva quindici anni.. INTERVISTATA: si parla allora di sessant’anni fa, all’epoca lo portavano. INTERVISTATO: ma non coperte del tutto così. INTERVISTATA: ma queste qua non so neanche come facciano a camminare. INTERVISTATO: io ne ho visto di quelle persone anche in spiaggia, lei coperta e davanti a lei una con il topless. INTERVISTATA: No. Non esisteva prima, oppure prima esisteva perché c’erano le scuole di religione, che c’erano come esistono le suore, allora anche nella religione musulmana esistono le donne che vanno in una scuola per fare la preghiera, ma non coperte come queste, solo con un… non con il viso coperto. Anche per noi è strano quando andiamo adesso giù e vediamo, perché prima e durante la guerra non c’era, adesso, in questi ultimi anni, quando li vedi rimani proprio…è un po’ strano anche per noi perché non siamo abituati a vederli così. Non esistevano, anche prima a Sarajevo si trovavano tanti arabi perché venivano a fare l’università giù, per fare i medici, ma questi sono proprio una specie nuova.

Durante la guerra ci sono mai state manifestazioni o assemblee?

INTERVISTATA: Sì, comunque poche e al chiuso. Non si sapeva tanto. Poche e se volevi vederle dovevi andare nel posto dove si facevano perché non c’era la televisione che tu potessi vedere da casa.

Di che cosa si parlava?

INTERVISTATA: Ma, non lo so. Guarda non posso dirti niente. All’inizio forse c’erano le proteste, perché prima che cominciasse la guerra, del 4 aprile, c’è stata una prova, diciamo, a fine marzo: hanno chiuso le strade a Sarajevo per far vedere come reagiscono i cittadini di Sarajevo su questo; allora là ci sono state tante proteste, si andava dall’inizio della città fino alla fine, tutti a piedi, per cercare di capire cosa succede. Eravamo tutti contro chiudere Sarajevo, contro la guerra in Jugoslavia. Questa è stata la più grossa e poi quando è iniziata la guerra, niente. Perché figurati chi va a fare una assemblea. Proprio quest’anno siamo andati un po’ fuori, proprio per vedere dove stavano loro e se veramente vedevano tutto: le case, le strade; come sono riusciti a bombardare ogni buco. E infatti siamo andati un po’ sopra nella città, non sulla montagna dov’erano loro, ma un po’ più su si vede tutto. Adesso capisco come hanno fatto. Ad esempio noi abbiamo sempre ricevuto gli aiuti umanitari, e avevamo i punti: questa strada ha come punto questa casa per prendere gli aiuti. Vengono dieci persone e subito il bombardamento, ma come è possibile. Tu pensi che una casa nascosta non si vede, invece quando vai un po’ fuori vedi che… INTERVISTATO: siamo anche andati perché mi interessava, e abbiamo anche registrato. Vedevano ogni posto, ogni angolo e poi avevano anche persone dentro a Sarajevo che davano informazioni. Si chiamavano Quinta Colonna.

Voi vi siete sposati?

Nel gennaio del 1992…

Quell’ anno poi è successo di tutto..

Sì.

Vi siete sposati giovani?

INTERVISTATO: Sì abbastanza giovani. INTERVISTATA: io avevo 17 anni e lui 20.

Vi siete sposati in comune, non in chiesa?

INTERVISTATA: No. In comune, da noi non ci si sposa in chiesa, forse all’epoca. INTERVISTATO: si fanno queste cose: vai in chiesa e dopo vai in comune; si fanno anche da noi queste cose. Non si fa in moschea, nella religione musulmana, si fa a casa e quelli che si sposano, non divorziano più.

Ma là si sposano tutti giovani o è stata una scelta vostra?

No. È stata una scelte nostra. Scelta libera. No perché - parliamo dell’ex-Jugoslavia – è una vita molto diversa, non come i giovani che vedo qua. Qua si fa sempre una concorrenza, da vicini, da amici: uno vuole avere di più dell’altro, vuole dare di più a suo figlio. Sì anche da noi si amano i figli, ovviamente, però un padre non dava questi consigli: guarda tu devi primo fare scuola, finire la scuola, trovare lavoro, cominciare a lavorare, mettere abbastanza soldi da parte dopo in comune: quello è tuo, questo è mio; e magari non hai la casa, fai il fidanzato dieci anni, e dopo dieci anni di fidanzamento si sposano e dopo due anni sono già divorziati. Non era così, non si guardavano agli interessi economici come qua.

Adesso tu hai descritto molto bene la differenza che c’è, da come si vive in Italia, tu hai lavorato poco, in un lavoro normale, in Jugoslavia?

Cinque mesi, si può dire.

Come ti sei trovato a lavorare qua in Italia e che lavori hai fatto?

INTERVISTATO: Mi sono trovato come una merda. Perché non ho mai pensato come uno può vedere una persona diversa…no. Io non sono diverso perché non so la lingua,- parliamo adesso di quando sono venuto in Italia – io non sono diverso da un altro italiano. Non ero diverso, ero diverso solo perché non parlavo quella lingua. Ero la stessa persona, come lui: avevo i genitori come lui, ho fatto scuola come lui, avevo anch’io televisore e macchina come lui. Siamo stati le stesse persone. Però, in quei momenti quando non parlavi, ti guardano come fossi diverso. Pensano che non vieni da nessuna parte, non sei nessuno, non sai niente, e fino a che non inizi a parlare le lingua. Parlo di questa zona, sono persone molto chiuse. Non gli interessa sapere oltre. A me è successo molte volte che mi chiedano: “sai che cosa vuol dire televisore?; sai cosa vuol dire aspirapolvere?” Ti facevano le domande che ti facevano male. INTERVISTATA: hanno un’immagine di tutta la Bosnia come i profughi che hanno fatto vedere da Sebreniza. Hanno l’immagine proprio di queste persone che vanno con una borsa, ma anche quelle persone avevano tutto a casa, non vivevano in una roccia o in una caverna. Anche a me è successo: mi hanno chiamato per fare pulizia a casa, mi porta l’aspirapolvere e mi fa vedere come si attacca la spina, come si accende e come si usa. Cioè mi veniva da piangere perché mi sentivo proprio… INTERVISTATO: però adesso posso dire, adesso lo vedo, sono successe tutte queste cose forse con le persone che sono maleducate. E tutte quelle brutte esperienze che io ho avuto e che avrò con certe persone, le ho avute e le avrò con persone maleducate. Non perché non mi vuole bene o altro, è perché sono maleducate: non hanno modo di parlare, non hanno modo…non solo con me ma anche con altri. Perché da noi, forse anche qui, si dice così: non devi sentire cosa ti dice, ma devi guardare chi ti dice. Voglio dire, se tu mi dici: sei brutto o sei bello, posso guardare chi sei tu. Se sei una persona giusta, posso dire grazie; ma se sei uno che ha cominciato a lavorare in fabbrica a quattordici anni perché non voleva andare a scuola, chi sei tu per dirmi queste cose?! Però mi sono trovato bene.

All’inizio come è stata, il primo lavoro, le prime impressioni che hai avuto quando sei arrivato in Italia?

E sono arrivato in quel paese che conoscevo da immagini da film. Piove sempre, macchine cinquecento. Mia madre sapeva molto bene perché veniva ogni tanto a fare la spesa in Italia. Però dopo la guerra era…vai dentro a un supermercato e ti perdi. Invece in fabbrica, quando sono entrato sapevo dire: si e no.

Eri qua in zona?

Sì. Facevo – nel vostro dialetto, il musso. A …, mobilificio. Però con persone abbastanza brave, mi hanno aiutato con la lingua, hanno avuto pazienza che, per qualsiasi straniero, è importante avere in questi posti, in fabbrica, almeno un anno per spiegare e per dire le cose. Anche dopo cinque anni non so tante cose, non so parlare bene.

Il progetto
Français
English

Interviste e racconti
Africa
Europa
Nord America
Sud America
Australia
Asia

Politiche migratorie e dispositivi di controllo
Interviste e documenti
Cronologia

Immagini e Video
Video
Immagini

Links
scritture migranti
escrituras migrantes
Passaparole Milano

Iscriviti alla Newsletter