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Ilir Bregu (albanese), Pordenone (Italia), Luglio 2001 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Ilir Bregu (albanese), Pordenone (Italia), Luglio 2001 (intervista raccolta da Devi Sacchetto)

Mi spieghi un po’ dove sei nato, queste cose qua...?

Sono da 10 anni in Italia. Dai primi di marzo del 1991.

Sei arrivato con grandi...

Con grande nave. L’idea era quella di trovare il meglio. Abbiamo trovato l’Italia, no?... Con le sue... sì, leggermente buona, ma...

Cosa facevano tuo padre e tua madre?

I miei sono stati operai. Mia mamma operaia, mio padre era istruttore in una scuola professionale. Io purtroppo ho fatto una scelta un po’... in quel momento giusta, ma era un po’, come si può dire? Di approffittare al momento e poi... mi trovo un po’ scarso... Perché io ho fatto la scuola militare, l’Accademia militare, e adesso non mi serve più niente. 4 più 4, quello è il Collegio militare e in quello superiore praticamente. Poi trovandosi qui in Italia di non avere una professione adatta ho trovato difficoltà ad inserirmi. E infatti all’inizio ho trovato un po’ difficoltà, perché ho cominciato proprio da lì, non ho voluto mai cominciare... nel senso che non sapevo neanche... ho lavorato nell’agricoltura: un anno e mezzo.

Ma tu cosa facevi in Albania? Hai fatto la scuola e poi?

Ho fatto 2 anni di specializzazione e poi 4 anni di lavoro, come ufficiale nell’esercito. Avevo il grado di capitano. Quando è venuto il momento abbiamo voluto cambiare le idee, no? E’ meglio di...

E poi tu ti sei licenziato? Cosa hai fatto?

Allora fu il grande caos, in parte ideologico ma anche organizzativo dello Stato. Sì, io ho fatto la richiesta di licenziamento, la domanda di congedo, e fu accettata all’inizio... Quando me ne sono andato stavo in servizio. Ma allora non c’era..., non è come qua che c’è la responsabilità di... Sai, quando cambia il sistema nessuno tiene più responsabilità.

Mi spieghi come li hai vissuti tu, proprio, questi cambiamenti che mi dicevi? Quando sono iniziati i cambiamenti?

Per quello che mi ricordo... Perché era il momento che... essendo un servizio statale si subisce anche un po’ quello che viene dallo Stato, no? Tra il 1987 e il 1989 ci sono stati i primi cambiamenti ideologici del sistema, di apertura verso l’Occidente... il modo di lavorare, sono stati i primi anni dell’iniziativa privata. Poi ci fu il grande... quella grande storia della Germania, che è caduto il muro, poi abbiamo subito anche noi il cambiamento, no? Il fatto del cambiamento... da un lato era giusto cambiare perché ... il sistema non permetteva... tutte le cose erano questioni ideologiche. Non c’era né la liberta di lavoro, né la libertà anche delle idee, non parliamo delle altre cose... La cosa che mi è dispiaciuta di più è che il cambiamento del sistema ha cambiato la base... praticamente sono distrutte tutte le basi economiche. Si sono fissati nell’idea della terapia shock e quando si comincia... devi cominciare da zero praticamente... il sistema democratico capitalista. E io non ho condiviso mai, sì personalmente, si parlava con gli amici, ...erano altri che gestivano. Perché adesso praticamente tutte quelle industrie, tutte quelle... sono in rovina. Non c’è neanche la possibilità di trovare un lavoro. Perché lo collego con questo? Perché avendo un sistema diverso da quello che c’è qua, ma se c’era la base potevano sfruttare... potevano agire in un’altra direzione. Perché è logico che l’industria in Albania non è che poteva avere la competizione con l’Italia, logico... ma quello che c’era poteva essere impiegato per lo sfruttamento dell’agricoltura, o per altre cose. Se arrivi adesso, in estate, hai visto che sono tutte a terra? In Albania solo le grandi città hanno qualcosa di più ampio. Che cos’è? Solo il commercio. Nel 1990 poi ci fu il grande movimento degli studenti, che ha comportato la caduta del monumento del leader del partito comunista. E poi da allora ci sono state le prime elezioni democratiche. Sì, le due volte successive hanno vinto i comunisti, poi sono cambiati... Sai lì è un po’ la storia dell’Italia: ogni anno si cambia il governo. Veramente l’ho subìto, ma l’ho subìto anche nel senso buono, ci voleva che cambiasse qualcosa no? Ma collegandomi con il tema di lavoro che mi chiedevi prima, il fatto dei cambiamenti ha portato anche il cambiamento dell’idea di lavoro, ma per noi albanesi, e forse per tutti quelli del sistema comunista, il concetto di lavoro è stato tutt’altro da quello che è qua. Se io adesso vado in Albania o riferisco qualcosa del mio lavoro, qualche idea del lavoro che faccio o che si possono fare lì, ancora non lo concepiscono perché è tutt’altro... è l’idea che il lavoro te lo devono dare. Non che lo vai a cercare, che devi darti da fare, di creare... basta. Se finisce lì, praticamente devi aspettare che ti arrivi un lavoro. Ho l’idea che il lavoro deve essere scelto. Ci sono anche quei ragazzi che non sopportano l’idea che devono andare a lavorare in un lavoro che non è piacevole. Questo è logico. E’ scalato dal fronte ideologico del sistema, perché il lavoro stesso allora non è che ti va bene l’idea, idea di preparazione alla professionalità che potevi lavorare. Dovevi avere il filo rosso nella testa per camminare. Ritengono di essere comunisti.

Ma tu cosa pensì, appunto, del lavoro?

Ho cominciato..., non ho problemi...

Tu dicevi che in Albania, o comunque nei Paese comunisti, ma tanti anche qua come dicevi tu, molti pensano che il lavoro debba essere garantito, o comunque lo vedono - da quello che mi sembra di capire - come una pena, come un qualcosa che...

Sì perché ... l’ho subìto anch’io...

Tu come lo vivi il lavoro? Come ti rapporti con esso?

Adesso mi è entrato in un rapporto come necessità, da parte economica ma anche di impegno. Poi sul lavoro ho questa idea, forse anche basandomi sull’esperienza di 10 anni vissuti qua: che tendo ad impegnarmi per passare il tempo, perché mi fa male restare a lavorare per tanto tempo. Non riesco neanche a... cioè è una parte della vita che devi stare. Come ti ho detto, è logico che quando si ha una famiglia diventa più impegnativa anche l’idea di lavoro. Lo devi cercare per forza. Ho cominciato nell’agricoltura lavorando per un anno e mezzo, ho cambiato quasi 8-9 tipi di lavoro...

Scusa, prima dicevi che ci sono stati questi grandi movimenti studenteschi nel ’90, quindi cambia il sistema, elezioni libere, e tu sei arrivato nel ’91. Quindi sostanzialmente hai messo nel cassetto la divisa e hai preso la barca... Mi spieghi un po’ come mai hai deciso di...

Sì ma noi, forse tu non sai che potevo avere, perché non è che io che ero di... Io e mia moglie avevamo una professione: io ero ufficiale e lei insegnante di educazione fisica in una scuola superiore. Alla fine del mese era difficile riuscire a trovare tutte le cose che ti... avendo anche una bambina di un anno... Quelli non basteranno. E’ logico che le condizioni economiche sono primarie, no? Poi a 25-26 anni tenti di cambiare. E’ logico che se vedi che tutte le cose se ne vanno, che scivola la terra, non è il fatto di scappare ma il fatto anche dei cambiamenti. Perché a parte quello che fa la Tv, perché noi avevamo solo quel mezzo di comunicazione con l’estero, è logico che il cambiamento parte dal lavoro ma anche il senso della libertà stessa. Poi l’idea è un’altra e quello che trovi è un altro.

Ma quand’è che ti è venuta l’idea di cambiare?

Veramente lì è stato perché 6 mesi prima sono state invase le ambasciate di tutto l’Occidente, sono andati tanti giovani, tanti professionisti, tanti insegnanti... Il movimento stesso anche ti tira, perché in quell’età 25-26 anni anche se sei sposato tenti sempre anche di cambiare.

Sei entrato in questa ambasciata anche tu?

No, no. Perché quello era il primo passo del... forse è stato il più grosso colpo del sistema stesso, perché vedendo l’Occidente come un nemico, stare vicino di entrare, è come se fosse rompere il vetro tra due... un confronto tra due cose diverse. E’ logico perché essendo in servizio di andare lì, chi entrava lo mandavano in montagna o lo mandavano sui campi. E’ successo a due miei colleghi. E’ andato uno e la sua famiglia l’hanno portata in montagna, non so che ne hanno fatto. Sì, sì, perché era ancora il regime, non potevi fare niente. Poi, da quel momento sono cambiate tante cose. Era così libera, non è che dovevi fare la guerra per entrare in una nave.

Quindi tu non hai pagato niente?

No. Allora eravamo in massa, era gratis... Era gratis perché aveva pagato l’Occidente, è logico no? Perché non è che abbiamo fatto noi, era tutto organizzato - penso - dagli altri.

Perché pensi che sia andata così?

Ma, è logico scusa. Perché tutti questi cambiamenti - io vedo nel mio Paese, gli altri non so perché non ho visto - sono stati sempre dell’idea di stare vicino all’Occidente. Io non dico che l’Occidente è entrato per far male, è entrato per dare la possibilità di rompere le basi del regime, e basta. Perché quelli sono i primi movimenti che danno il confronto. Se non c’era il confronto con la massa del regime, la massa stessa, non potevano esserci i cambiamenti, no?... L’Occidente ci metteva lì, come hanno fatto con quelli della barca... e ci rimandavano indietro e basta. Per questo dico che era autorizzato perché entrando davano la possibilità, solo che è stato uno strumento che per 10 anni ha fatto male.

Tu vivevi in una casa di tua proprietà o in affitto?

Era nostra. Era di proprietà dello Stato, poi l’abbiamo comprata.

Ci vivevi con tua moglie e con tua figlia, praticamente?

Sì.

Avevi già dei parenti che erano andati via?

Adesso c’ho due fratelli a Bari.

No, prima dico.

Ah prima!

Sei stato il primo a venire in Italia?

Sì.

Sei venuto via da solo?

No. Sono venuto via... sì, da solo, poi dopo 6 mesi ho portato mia moglie. Sì ho fatto una garanzia a lei, una entrata, poi nel frattempo ho fatto i documenti per il ricongiungimento familiare.

Volevo chiederti: diciamo, la settimana prima di partire..., cioè mi interessa proprio capire perché ad un certo punto uno decide di imbarcarsi su una nave e di cambiare completamente la sua vita. Cioè capisco...

E’ una cosa di massa...

Sì, ma tu ne parlavi con tua moglie, con i genitori, in casa, coi tuoi amici?

Tutti mi dicevano “vai via...”, eh, eh,eh. Sì, sì. Devi capire che... già il sistema lo imponeva l’idea che quando è di massa va fatto di massa, no? Perché lo dà la stessa ideologia, che ... Allora una cosa del genere a confronto del sistema era così obbligatoria, è diventata un’idea fissa per tutti quanti: “Con che nave vai?”, “Dove scendi, dove vai?”... “Chi siete?”... Gli amici di quartiere, o di classe, o di lavoro. All’inizio mia moglie diceva “Vediamo”, poi... “Vedi che stanno andando via tutti?”, eh, eh... Sono stato obbligato... obbligato, sì era una decisione ma obbligata da... sai in quei momenti ti trovi di fronte a una parte che si svuota e a un’altra che si riempie, no? Allora anche se non vuoi ti tira...

Che lavori c’erano a Durazzo negli anni ’80, se ti ricordi?

Erano più o meno tutti lavori industriali... era industria chimica, c’era quella navale, c’era quella meccanica... non di automobili...anche di macchine agricole, c’era l’industria plastica... Durazzo è stato un grande centro di produzione plastica. Non c’era tantissima disoccupazione. La disoccupazione era bassa, di quello sono d’accordo, ma avevi anche possibilità di scelta. Chi era del posto poteva trovarsi qualcosa poi c’era sempre difficoltà per chi veniva da fuori, perché anche lì - pure se il sistema lo permetteva - ben poco di nuovo si trovava.

Si faceva fatica a muoversi da Durazzo?

Sì perché eri sotto controllo.

Pensi che nel tuo Paese, l’Albania, negli ultimi dieci anni - appunto da quando sei venuto via ad oggi - le condizioni di vita sono migliorate o peggiorate?

Sai... non lo so. Io la vedo in modo diverso perché a dire che sono peggiorate, non dico. Perché tanti hanno avuto figli o parenti emigrati, penso che quasi 500.000 saranno in Grecia, più di 200.000 siamo in Italia, considerando il resto dell’Europa siamo circa un milione di emigrati. La popolazione è di 3 milioni. Penso che c’è un rapporto stretto. Anche chi non ha parenti emigrati approfitta, nel senso quando lavora, quando fa. Sì, può darsi che sia migliorato, ma non dappertutto, soltanto nelle grandi città perché lì c’è stato il più grande movimento dell’emigrazione. Anche sulle periferie o sulla campagna o in montagna. Lascia a desiderare per esempio lo sviluppo economico e anche la vita stessa nelle zone interne, quelle di montagna.

Per quanto riguarda invece Durazzo, tu che cambiamenti hai visto? Quando è stata l’ultima volta che sei stato lì?

Un anno fa. Adesso, da come sto qua, vado raramente. Prima andavo spesso, perché è vicino, ti chiamavano, ma non lo so! Può darsi che...

Quale è stata la prima impressione quando hai visto l’ultima volta Durazzo?

L’impressione che lì hanno più l’idea dei soldi facili. Per quello dicevo prima che è un po’ difficile da noi rientrare...Quell’idea del lavoro stesso...Perché l’idea di quei maledetti soldi facili è tantissimo... non so, è entrata tanto nella mentalità dei giovani. Vedi una cosa strana è che io lavoro dieci ore al giorno e che posso prendere anche due milioni. Quella è l’idea perché è stato anche, forse, sai coi soldi facili hanno trattato l’idea che il lavoro non basta. Sai benissimo di cosa parlo, no?

Volevo chiederti una cosa rispetto al tuo lavoro che facevi quando eri militare? Al di là dello stipendio, che credo fosse piuttosto basso, non so...

Sì, era basso. Il dollaro allora era 3 Lek. Prendevo 65-70 dollari al mese. Ma non come il valore della lira adesso. 10 anni fa un dollaro valeva circa 1.000 lire, mi ricordo da allora.

Volevo chiederti: ma oltre al salario, allo stipendio... Ah, si. Vabbè, in tutti i sistemi... a parte che sistema è, tutte le professioni hanno la loro svolta no? Allora dico che, a parte la cosa professionale, c’erano i libri, tanti, anche in inglese o anche in albanese. A parte i romanzi, ma anche quelli professionali. C’era l’impegno anche culturale, perché come qua funzionava anche a Tirana e Durazzo. La vita era sì organizzata in un’altra maniera, non era libera come qua, era tutta imposta ma funzionava. Potevi seguire anche la vita culturale di Durazzo: c’erano teatri, varie attività culturali. Sì, l’impegno era vario, sì.

Quanti abitanti fa Durazzo?

Quando sono stato io ce n’erano almeno 70.000. Adesso sono aumentati: penso saranno 150.000.

Il doppio?

Sì, perché tanti sono scesi dalle montagne. Nella zona della pianura, dopo la città, è pieno di case instabili.

Volevo capire se il tuo lavoro ti dava diritto, ad esempio, alla mensa, o ad altre cose... all’asilo nido...? No. Lo Stato non ti garantiva niente. Ti garantiva solo il pullman per andare al lavoro, e basta.

Il pullman e il salario, e basta?

Sì. Per tutte le altre cose ti dovevi arrangiare. E’ per quello che forse... non so come spiegarmi... Perché da noi, essendo sempre stati chiusi, senza avere la possibilità anche di comunicare solo mentalmente, di parlare di un’idea che potevi guardare alla Tv o di una cosa che tu leggevi, diventava proibito discuterne in massa. In massa, anche con 3-4 amici. Perché stavi sempre a confronto con una cosa che era su di te. Vedendo la cosa in questo senso, lo Stato non ti dava nessuna possibilità. Ma vedendo le cose com’erano, era più ampia la possibilità delle persone. Chi faceva il lavoro di commercio aveva più possibilità, perché tu sai che il commercio... pure se sei onesto resta sempre qualcosa da corrompere gli altri... e specialmente in quel sistema era così... sai il lavoro statale - non lo dico per qua, lo dico per là -...

Anche di qua...

Anche di qua. Sempre hanno dato la possibilità di corrompere queste persone. Non davano invece la possibilità, a chi aveva più conoscenze, più professionalità, più voglia... non andava mai avanti. Erano due cose: o dovevi essere troppo rosso o dovevi avere troppi soldi.

Tu hai deciso di andar via dicevi anche perché eri stato spinto da questa massa di persone...

Anche da me stesso!

No, no, non è questa la domanda. E’ per capire una cosa: hai detto anche che in Italia ci sono circa 200.000 albanesi, in Grecia ce ne sono circa 500.000. Come mai sei venuto proprio in Italia?

Sai, avendo la famiglia lì - moglie, figlia, genitori - sembrava più vicina l’Italia che...

Che la Grecia?

No, la Grecia non mi ha attirato mai, non ho avuto mai simpatia... forse perché in Tv parlavano più italiano che greco, a Durazzo... Sai, avendo sempre comunicazione di cultura con l’Italia, tramite la Tv, è logico che sei più attratto.

Se tu avessi potuto scegliere dove saresti andato?

Ma...non in Italia, eh, eh, eh. Forse in Germania, non so. Perché avendo una cultura militare mi sarebbe stato più accettabile di... eh, eh, eh... di essere in quel sistema di rapporti. No, non è che mi trovo male, ma ho avuto sempre simpatia personale.

Come mai avevi deciso di fare questa carriera militare?

Eh ma allora... è un po’ difficile. Te lo detto anche prima: se non eri troppo rosso...

Ah sì...

Era la sola possibilità. Anche per andare all’Università, dovevi conoscere qualcuno. Quando ho finito le elementari erano tutti già chiari i percorsi. Dicevano: “Vai lì al Liceo”, e basta. Perché non è come qua che io vado a scegliere la professione o la scuola, allora vado a seguirla, perché so che sono appassionato alla matematica, o che sono appassionato alla fisica meccanica. A me mi hanno chiamato dicendomi: “Senti: c’è un corso libero per il collegio militare!”. Io senza scuola non potevo...

Com’era il collegio militare? Pericoloso, piacevole? C’era una disciplina dura?

Sai, forse era dura anche ma vedendo con la possibilità di vivere era un po’... Io l’ho subito, e ti dico che era anche un po’ stupida perché in confronto a quello che chiedevano imponevano alla persona di staccarsi da tutto il resto del mondo. Pure se il sistema era rosso, comunista, socialista come veniva chiamato, avevi una scalata in un grado più alto. Eri proprio costretto di stare chiuso. Pensa che la scuola militare lì non si riusciva a stare fuori un’ora, due ore... Avevi staccato proprio i contatti con le persone, con l’ambiente... cioè, generalmente in tutti i sistemi è così, anche qua penso?...Ma lì è stato un po’ più pesante, specialmente sui giovani di 14-16 anni.

Com’era il rapporto tra gli ufficiali e la truppa? Tu sei stato sia nella truppa normale, sia ufficiale.

Sì. Ma c’è sempre quel distacco, sai? Non è stato mai... Perché qui ho conosciuto anche ragazzi che hanno fatto il militare dove anch’io ho lavorato, e c’è quel distacco tra superiore e la truppa. Nei momenti di necessità c’è la vicinanza, quando lo richiede il lavoro, ma di vedere come necessità anche di comunicare, anche la parte, non so, anche di discutere un problema... Penso che la regola vale per tutti... Perché ho sentito che anche qua c’è quel distacco, no?

A parte l’Italia eri mai stato all’estero?

Sono stato in Grecia. Loro sono un po’ locali, sì, come il sud dell’Italia, ma loro hanno sempre avuto un odio nazionale per gli albanesi. Gli è stato coltivato, come i serbi. E là ho avuto difficoltà. Forse è stata anche una mia idea perché se ci sono tanti albanesi in Grecia significa che non è che si trovano bene, ma lavorano. Ma allora erano i primi. Io sono stato prima di venire qua, nel 1990. Avevo chiesto due mesi di permesso e sono andato con l’idea di lavorare, con un permesso turistico. Erano i primi passi: avevano appena aperto le frontiere; con la Grecia, con la Macedonia no, con la Bulgaria. Mi sono trovato male veramente. Lì ho lavorato in un’isola, a Samos. Sì, sempre lavori manuali, di edilizia, in campagna. Perché in Grecia non c’è solo turismo: nelle grandi città non mi andava perché non conoscendo... dovevi fare lavori brutti o dovevi stare per strada e basta. Quelle due scelte sono. Non riuscivo a stare là. L’idea dell’Italia è sempre l’idea che dà più possibilità di lavoro.

Conoscevi degli italiani prima di venire in Italia?

No no.

E conoscevi qualcosa di come si viveva qua?... Dalla Televisione?

Dalla televisione. La televisione purtroppo non è che ti mostra quella che è la realtà. Ci aveva dato solo la sfumatura dell’Italia e degli italiani. Poi i colori li abbiamo visti da soli.

Quanto tempo pensi di fermarti in Italia?

Non lo so. Finora non ho deciso di andare dall’Italia.

Mi dicevi che quando eri a Bari tornavi spesso in Albania?

Sì, ma era anche vicino all’Albania. Anche il costo del viaggio non era troppo caro. Adesso per andare in Albania ci vuole quasi un milione e mezzo. Che è una spesa che pesa. Andavo prima perché stavo costruendo la casa, e siccome l’ho finita adesso non mi interessa più...

Ma tu hai l’idea che, non so... che quando sarai vecchio tornerai...

Sono cose che non si pensano... Se devo pensare alla vecchiaia non vivo più poi... Devo vivere quello che c’ho adesso...

Quanti soldi avevi quando sei arrivato in Italia, se te lo posso chiedere?

Allora, sinceramente, avevo tutti i risparmi che avevo guadagnato in Grecia, erano quasi 60.000 dracme... erano intorno alle 400.000 lire. Più 200 dollari che avevo a parte... con 600-700.000 lire. Ma, ho detto, il passaggio era gratis...

Questi soldi un po’ te li eri procurati in Grecia, lavorando, e gli altri erano risparmi tuoi?

Sì. Erano lek, poi li ho cambiati in dollari.

Dove li hai cambiati?

Eh, non mi ricordo... Erano 200 dollari in tutto ma non mi ricordo di quanto era il cambio della valuta allora.

Ma li hai cambiati in Albania?

Sì sì, ma lì ci sono stati sempre i dollari, ma erano sotto sotto... dracme...

Hai detto prima che hai due fratelli in Italia?

Sì.

Come sono arrivati?

Uno è da 7 anni, e uno da un anno.

Sono gli unici parenti che hai in Italia?

Sì. Ce ne sono anche degli altri, ma di parenti stretti ho solo loro due.

Come mai sono venuti in Italia? Perché c’eri tu?

Io c’ho la mia famiglia. Loro se la devono creare, se la vogliono...

Dove stanno adesso?

A Bari stanno; una località a nord di Bari.

Lavorano?

Uno lavora sull’edilizia, e l’altro lavora in un ristorante, tipo una trattoria.

Tu li avevi avvisati di com’era l’Italia?

Loro lo sapevano bene già quand’erano arrivati.

Lo sapevano già?

Sì.

Mi descrivi il giorno in cui hai preso questa nave e sei arrivato in Italia? Se te lo ricordi, perché credo che sia un momento importante della tua vita...

Sì sì. La prima cosa, più difficile, è stato, sai?, partendo da Durazzo... siamo arrivati su una nave profughi in mare. Sono salito in mare. Sai, lasciando la città che... diventava più piccola... sentivi un’angoscia così profonda che... A parte che la nave non ti dava la sicurezza, no? Ma ti sentivi in mare, proprio... Tutti che erano nervosi, qualche amico d’infanzia che... con uno si rideva, anche fumava tanto, sai? Chi era un po’ stressato, chi era nervoso, chi serio... Sai... come se fosse…, non vedevo nessuno, niente... Dopo quasi due mesi mi sono ripreso totalmente dall’idea che, di essere cosciente proprio... Sì, sono stato cosciente di partire, ma... di sentirsi in te in quel momento era un po’ difficile. Perché sono dei cambiamenti che non è che li segui perché ti sei preparato da un po’ di tempo e sai la fine. E’ un cambiamento che vivi al momento e lo subisci un po’, perché è anche un po’ forte, no? Poi siamo scesi a Brindisi, e, sai, fa impressione perché anche, non che l’aria aveva un altro profumo, ma era diverso di sentire anche... il momento di stare vicino alla costa italiana era stato anche un po’ impressionante, perché non conoscendo .... non so come descrivere... Era, è un impressione forte.

E quindi cosa avete fatto? Siete scesi e...?

Abbiamo fatto come fanno anche adesso. Una volta ci hanno accolti. Poi... ci hanno fatto le cose, c’erano quelli della Croce Rossa, perché penso che sono stati preparati... Poi ci hanno messo in fila, siamo stati tutti noi ragazzi da una parte, hanno messo prima i familiari con i bambini...perché hanno controllato tutto, i documenti, quelle cose. Ma in quel momento hanno chiesto all’inizio i documenti, poi dopo ci hanno trattato un po’... perché in marzo, al mare, fa freddo, nonostante fosse una giornata calda, per fortuna.

Vi hanno controllato i documenti?

Io avevo il passaporto, quello piccolo. Non hanno chiesto altri documenti.

E dopo cosa avete fatto? Dove vi hanno messo?

Perché è necessario che dica tutto questo?

No no, era così per capire proprio i momenti di passaggio che uno prova... Cioè volevo capire poi...

No, perché sarà troppo lungo...

Quanti giorni sei rimasto là?

Sette giorni.

E poi ti hanno dato un permesso di soggiorno?

Sì, per 3 mesi, e poi mi sono spostato a Rovereto. Poi, essendo lontano dalla famiglia, dopo 4 mesi sono sceso di nuovo a Brindisi. A Brindisi perché avevo degli amici, perché lì il lavoro è un po’...

Difficile...

A Brindisi proprio è peggio di Grecia adesso... non trovi lavoro lì. A Bari mi hanno riferito di un posto lì, in agricoltura. L’ho preso subito. Gli ho detto: “Datemelo che...”. Essendo vicino a casa. Perché in quel momento non avevo neanche il mio passaporto giusto, quello dei viaggi, perché da noi cambiano ogni 5-6 mesi. Sono andato a Tirana, poi dopo che ho avuto il passaporto di mia moglie, e lì abbiamo fatto il ricongiungimento.

E quindi tu sei andato a Rovereto per lavorare, sostanzialmente?

Sì, avevo alcuni amici che erano della zona di Durazzo, e loro mi hanno offerto la possibilità di usufruire di una stanza, ma erano 5-6. Poi non sono mai stato abituato di convivere con 6-7 persone. Ho detto... sono stato lì 3-4 settimane...

E lì a Rovereto cosa facevi?

Andavo in giro a cercare lavoro... con l’idea che so fare tutto..., non sapendo fare niente... è un po’ difficile di entrare nel lavoro. E’ meglio dire che comincio dalla base un lavoro, e quello che viene...

Mentre a Bari sei entrato nell’agricoltura... cosa facevi?

Sì, una famiglia del posto mi ha offerto una possibilità di lavoro in campagna. Era un vigneto, un uliveto... Si perché dovevo stabilirmi per tirare la famiglia, no? Tutto qua.

Ma quindi hai imparato da zero?

Sì. Ho dovuto imparare da zero. Andavo alle 5 di mattina a lavorare e tornavo all’una. Ero sottopagato. All’inizio non è che mi faceva impressione, ma avendo la famiglia appresso diventa un po’ difficile, con 50.000 lire al giorno per 8 ore di lavoro. E’ molto poco, no?

Dicevi che i primi lavori in Italia non erano in regola?

E’ quello che mi è dispiaciuto. Un anno e mezzo. Mi ha messo in regola 7 giorni su un anno e mezzo di lavoro. E’ una cosa pazzesca ma purtroppo, avendo una... Sai, alcune volte le persone ne approfittano, fai un piacere qua, fai un piacere là, e poi si dimentica quello che è più umano, di essere corretto purtroppo.

Prendevi 50.000 lire al giorno per 8-10 ore di lavoro?

Sì. Normalmente erano 8 ore. Di legge è 6... eh eh eh. Ma, sai, facilmente diventavano 8. Anche sabato, anche domenica. Sì, per questo ho cambiato poi... ho avuto l’idea di cambiare, mi sono messo nel settore dell’abbigliamento e ho fatto per quasi 8 anni il tagliatore di abbigliamento, 6 anni e mezzo a Bari e un anno e mezzo qua. Ho fatto quasi 2-3 aziende diverse, gli abiti per i bambini... per uomo, donna.

Come hai fatto a trovare questo lavoro?

Per fortuna. All’inizio in un’azienda famigliare. Avevano bisogno di un tagliatore di abbigliamento. Eravamo 6-7 persone. Anche lì è stata un po’ duretta... dura, perché su 5 anni mi ha messo in regola 2 anni e mezzo. I primi sei mesi in nero, poi due anni in regola, poi due anni in nero e mi ha messo 6 mesi. Come mi ha messo quei 6 mesi poi sono andato via perché era diventata un po’ pesante. Perché sembrava come se fosse... a parte che io lavoravo in nero, sembrava che fosse lui a farmi un piacere di tenermi il lavoro... purchè in nero. “A questo punto il favore te lo sto facendo io. Me ne vado e basta”.

E tua moglie ha sempre lavorato lì con te?

No, era un momento che era calato il lavoro, e abbiamo avuto l’idea che lei cambiasse posto di lavoro, ma è andata peggio perché è andata in un laboratorio..., sai quei laboratori privati con 5-6 persone: ha lavorato per un anno e mezzo e l’hanno messo in regola per un mese. E da quel momento abbiamo deciso: “Andiamo in sù, dove troviamo un posto ci mettiamo i piedi”, perché ... non si poteva vivere a Bari. Lavorare così per un anno, per 5 ore al giorno, vai due ore in azienda, un’ora in un’azienda... C’è stato un periodo, nel ’97, da maggio fino a giugno, ho lavorato in 4 aziende al giorno. Facevo 4 ore in un’azienda, due ore in un’altra... Perché loro lavorano così, no? Quando hanno bisogno di un tagliatore chiamano: “Ho bisogno di tagliare 3.000 capi. Vieni a farli” e basta, poi te ne vai. La paga è 15-20.000 lire all’ora. Sempre in nero.

Ti chiamavano a casa?

Sì. Quando... Una o due volte alla settimana. Alla fine del mese, quello che veniva di conto... 70-100-120.000 lire ti davano. E diventa una professione, no? Eh eh eh. Sei un libero professionista appunto perché ti chiamano, ma non ti pagano, eh eh eh... quello è il fatto.

Ti ricordi il tuo primo giorno di lavoro?

Sì, a Brindisi, sono stato in un campo sportivo. E’ stata anche una brava persona, il presidente di un club per i bambini. Mi ha offerto un lavoro lì. Sì, io sono stato abituato lì a fare i servizi di guardia. Anche come fanno quelli di 24 ore, no? Ma lì mi sembrava una cosa terribile: mi ha offerto un lavoro come custode del campo. A Brindisi, in una località vicino al mare. Brindisi nord, non mi ricordo bene, perché non lo voglio ricordare. Questo era un lavoro incredibile. Perché non c’era posto per dormire. C’era solo una parte delle docce, due corridoi, una parte dello spogliatoio e c’era un corridoio che sembrava l’ufficio degli allenatori. Mi ha fatto un’impressione da morire, perché sono sempre stato a casa, vicino alla famiglia, e stare da solo lì, in quelle condizioni, a pensare che io devo avere come lavoro una cosa del genere... Ho detto “oggi e basta”. Per mia sfortuna sono uscito dal campo, sono andato a spegnere luci, non ho trovato più i palloni, 45 palloni, li avevano rubati. Questo è stato un disastro, me lo ricorderò per tutta la mia vita. E’ stata una cosa incredibile.

Cosa ti ha detto il padrone?

Niente. Gli ho detto “senti, sono andato lì, non so...”. “Non mi interessa”. Lui può darsi che fosse di buone intenzioni perché mi ha detto “senti, c’è anche il furgone qua, prendi il furgone”. Era un pulmino per portare i bambini. Gli ho detto: “non ho la patente”, per prima cosa; la seconda: “se a me succedono queste cose come posso stare qua?”. Quello è stato il primo giorno. Può darsi che era il destino, che doveva cambiare qualcosa dopo, no?

Hai detto, a un certo punto, “andiamo su”, a Bari con tua moglie. Ma perché ? Cioè, venire su cosa significa per voi?

Sì perché tanti ragazzi, anche sconosciuti, quando parli per venire al nord c’è più l’idea della sicurezza, no? Che almeno lavori, prendi quello che ti spetta, ma sei assicurato. Perché mia moglie è stata due anni e non ha avuto niente. Qua, io ho fatto più di 140 domande alle aziende, mia moglie ne ha fatte quasi 80. Ma forse è il destino che lei non lavora qua. Si è impegnata un po’ sul volontariato ma sulle aziende è un po’ difficile. Sì, l’idea è stato quello, praticamente, venendo qua, a parte le maggiori possibilità di lavoro, ma anche c’è più sicurezza... sicurezza non perché io mi devo fissare su un lavoro, ma sicurezza che pure se ne lascio uno... perché mi sono abituato a Bari che lì non è che lo potevi lasciare te il lavoro, dicevano che non c’è e te ne andavi... Almeno mi sono abituato. C’è la possibilità di trovarne un altro, no? Tutto qua.

Come mai proprio Pordenone?

Eh, mia moglie conosceva la mamma di una sua amica, sai le cose famigliari? Loro ci hanno detto “venite qua che c’è più possibilità di lavoro”.

Quando sei arrivato qua cosa hai fatto? Avevi già l’appartamento? Avevi già un posto? Cosa hai fatto?

Veramente è stato di un aiuto, degli appartamenti di accoglienza che c’ha un’associazione qua. Sempre a pagamento. Siamo stati lì per un mese e mezzo. E’ stato il destino che sono venuto qua, ho trovato subito. Poi nell’arco di una settimana ho trovato un lavoro.

Che lavoro avevi trovato?

All’inizio ho cominciato alla Zanussi, per due mesi. Ma ho trovato difficoltà perché non essendo abituato con delle grandi aziende, il contatto con tante persone ti dà anche l’imbarazzo del lavoro stesso no? Perché con le aziende piccole è un po’ diverso, il modo di comportarsi, c’è più correttezza, c’è più... non cortesia, ma c’è più educazione perché ci si conosce bene, invece nelle grandi aziende c’è anche più... non lo voglio dire ma, sì, c’è più discriminazione.

Più discriminazione nella grande azienda, sì?

Sì sì. Anche se non si vede ma se entri nel piccolo cerchio ce n’è molta.

Ti avevano assunto con un contratto di due mesi?

Sì. Di 3 mesi. Poi me ne sono andato io, perché non sopportavo più.

Cosa facevi?

Ero in un reparto di assemblaggio, grande. Sono quelle... non so come li chiamano... C’erano due macchine. Non è che il lavoro non mi piaceva ma il fatto che tutte le cose che rimanevano senza essere fatte venivano a dirlo a me. Allora ho pensato: “io se sono venuto per lavorare devo lavorare. Ma non fare lo schiavo, perchè se tu sei nella mia stessa posizione devi accettare la tua posizione e io accetto la mia. Sì, anche se lasci qualche cosa la faccio, non è un problema. Ma no a calpestarmi fino a quel punto che mi dici che la devi fare te”.

Come ti trovavi con i capireparto?

Prima con il capireparto perché c’è un distacco enorme, lo noto anche qui dove sto adesso. Sì, da parte professionale può darsi che è nota tra capireparti e operai, c’è la differenza, ma nel modo di comunicarsi, di... sai, di... di dare la parola, non lo so, più... non so come spiegarti. Non la parte professionale, ma più umanità nel modo di comunicare, anche nelle cose più semplici. Tra i capi di lavoro e gli operai, pure se loro stessi sono operai, c’è quella...

Nelle piccole aziende?

No, anche qua, alla Zanussi.

Stai dicendo che c’è più umanità?

No, non c’è. Non c’è nei rapporti. Ma ormai da 10 anni ci siamo abituati. Ci conviviamo.

Questa è una grossa difficoltà per te?

Per me no. All’inizio sì...

Comunque ci fai caso? Non è una cosa piacevole?

No no. Non è piacevole ma la faccio passsare.

Mi interessava proprio capire per te che vieni appunto da un altro posto, con altre idee per quanto riguarda il lavoro, e anche i rapporti sociali che ci sono... Sì, quello è vero.

C’è più distacco, tu dici, qua?

Sì, trovo un altro... perché la cosa che noto è forse, non voglio dire una parola grossa, ma c’è - non so come chiamare - qualcosa che manca nella conoscenza della vita di tutti i Paesi dell’Europa dell’est, no? Pensa che, non che mi sono offeso: un giorno mi è successo, qualche mese fa, uno che diceva che “veramente io non so dov’è l’Albania”. Ho pensato: “ma quello mi sta prendendo per...”. L’ho guardato: “Per favore. Sono discorsi che non li fa neanche un bambino con suo padre”. E’ venuto dopo mezz’ora a insistere a dirmi che... “dov’è, cosa fa?”. Ho detto: “Scusa, adesso ti faccio capire. Domani ti porto tutti i miei libri che c’ho in albanese e in italiano e ti faccio vedere dov’è l’Albania”. Mi sono spiegato che voglio dire, no? Perché può darsi che qua c’è l’idea di lavoro, ma tralasciano la parte culturale della persona... perché non è che la devi imporre te o io, ma vedo che... sì, il divertimento va seguito, ma non nel senso della cultura... Vedo anche lì dove sto praticamente, non è che c’ho difficoltà a comunicare ogni tanto, ma siccome c’è una autostima enorme, tralasciano che una persona - pure se straniera - possa esprimere la sua cultura, le sue idee, il suo pensiero. E’ un’autostima che, purchè basso il livello di conoscenza, non ti lascia.

Ti schiacciano, tu dici?

Non lo voglio dire... Non ti lascio, eh eh.

Andiamo avanti. Hai fatto due mesi alla Zanussi, e poi?

Poi ho trovato qua...è successo quel fatto con un caporeparto. Diceva: “perché non hai fatto questo, questo e questo?”. Io anzitutto non parlavo il dialetto, perché sono da due mesi. Anche quell’altro lì. Mi sono dovuto arrabbiare da dio. Non mi interessa neanche se sei il titolare dell’azienda, non mi interessa più, non hai nessun diritto di gridare, punto e basta. E me ne sono andato, ho firmato la richiesta di licenziamento, ho fatto 5 giorni. Perché era inutile, anche se io abbassavo la testa o abbassava la voce quella era la mentalità di quella persona lì.

E con gli altri tuoi colleghi com’era il rapporto?

Semplicemente di lavoro, sai, in due mesi non riesci a conoscerli...

Ma... cosa ti ha detto tua moglie quando sei tornato a casa, quando ti sei licenziato?

Nera! Eh eh eh!

Era arrabbiata con te?

Arrabbiata no, ma dispiaciuta. Poi sai, venendo da giù, con un po’ di mancanza di supporto finanziario, di fare un trasloco di 4 milioni... diventa un po’ difficile. Poi per fortuna entro una settimana ho trovato lì.

Dove?

In un’azienda di …, a circa 15 km da qui. Ho trovato proprio il mio mestiere... di tagliatore d’abbigliamento.

Adesso stai facendo il tagliatore d’abbigliamento?

No, ho cambiato... Perché qui la cosa più difficoltosa, perché trovi il lavoro che ti piace, si trova con facilità, ma non te la danno mai la possibilità...

Cioè?

Praticamente quando sono andato lì ho detto che c’ho 7 anni di esperienza sul campo, ho detto tutto, hanno letto tutto sulle carte che gli ho portato... Mi hanno detto “va bene, una settimana di prova e poi vediamo”. Erano passati neanche due giorni e mi hanno detto: “senti, ti assumo e basta”. Dopo due giorni è una cosa piacevole da sentire, no? Non ho chiesto neanche il tipo di contratto, il tipo di categoria, perché ho detto “oh, lascia un po’ di tempo e poi li faccio un discorso più calmo, no?”. Sono andato lì dopo 3 mesi e gli ho detto “Scusa, io non ho nessun contratto, ho visto che sulla busta paga non c’è scritto niente, come faccio?”. Mi ha detto “te lo diamo”. Contratto: I° livello! Eh eh, 7 anni di lavoro che ho buttato! I° livello! Scusa... Mi ha detto “Senti, i settori sono diversi. Questo è un settore nuovo per te. Io ti considero nel I° livello”. “Ma scusa, come mi consideri di I° livello?”. Perché questa è la fregatura: lui mi ha dato la garanzia di assunzione, e mi ha fregato dall’altra parte. Perché io non ho chiesto all’inizio. Avendo bisogno di lavorare non vai a chiedere che cosa tu offri. Offre solo il grande e basta.

Con il I° livello quanto prendevi al mese?

Un milione e mezzo. A parte gli assegni famigliari. Sì, poi dopo 6 mesi mi ha dato il II° livello. Passato un anno e mezzo “Adesso senti...” Per quello che dicevo: ti offrono di fare un nuovo mestiere e poi dopo... Perché la gente abituata a un certo tipo di lavoro e a un certo livello di lavoro non gli va bene di cambiare. Perché cambiando anche modalità di lavoro gli costa, anche di cambiare. Perché io mi sono abituato, per esempio usavo anche le macchine di taglio automatico. Qua un’azienda di 30 persone con una clientela di 3.000 clienti è abbastanza importante. Con tutte le cose manuali. Ho dato la mia disponibilità. Gli ho detto “scusa: so usare il computer, so usare questa macchina. Perché non li mettiamo? O facciamo questi modelli nuovi?” Nel momento in cui ho chiesto di fare qualcosa d’interessante, perché loro non li facevano - o meglio, li facevano in un altro modo - mi hanno spostato in magazzino!... Perché era più efficiente il lavoro delle donne lì. E io a questo punto ho pensato “cambio anch’io, perché in magazzino non rendo”. Ma parte che non rendo... sì, è un lavoro che devo fare, punto e basta, ma quando in un posto di lavoro hai avuto la possibilità di un lavoro che ti piace perché ti devono... E diventa un po’ difficile. Sai, anche il rapporto con il titolare, con il responsabile... passa un anno e mezzo, neanche un aumento, neanche il rispetto delle cose che ti spettano nell contratto. Ho detto “Mò cambio anche qua perché ...”

Lì com’erano i rapporti con i tuoi colleghi?

Sì, erano quasi tutte donne. Erano semplicemente rapporti di lavoro. Ottimi no, ma buoni. Rispettabili.

Ma secondo te le donne discriminano meno degli uomini?

Sì, penso sì. Forse per il fatto che sono più... non so, più libere nel modo di parlare, di fare.

C’erano altri immigrati che lavoravano con te?

No.

Neanche alla Zanussi?

Sì, alla Zanussi c’erano. Anche qui dove sto adesso ci sono.

E quindi hai cambiato di nuovo, mi dicevi.

Veramente l’idea è stata di un amico: “Perché non ti butti sulla meccanica?” Io non volevo cambiare mestiere, volevo cambiare azienda, ho cercato qui sull’abbigliamento, ma sono a Treviso. Poi di andare a Treviso, cercare un lavoro, spostare la casa..., diventa una vita pesante. Allora mi sono messo sulla meccanica. Ho fatto due corsi finora: uno di meccanica di base, che dura 250 ore; e uno di autocad design. Adesso ho preso le basi e ho detto “vediamo!”.

Questi corsi chi te li ha pagati? L’azienda?

No. Li ho pagati io. Purtroppo se non sei fisso, se non lavoro... Adesso dove sto dicono che fanno un corso ma sono da 6 mesi.

Scusa, dicevi che ti sei licenziato da questa fabbrica dove facevi il tagliatore, no?

Sì ma l’ho trovato prima...

E adesso che cosa fai?

E’ questa la sicurezza del lavoro qua! Perché almeno anche se non trovi una professione trovi però un lavoro; sempre se hai la voglia di lavorare.

Ma che cosa fai?

Adesso c’è un’azienda di meccanica di precisione, e faccio l’operatore su una macchina a controllo numerico. Non è che mi trovi benissimo. Si fanno cose diverse, per le macchine, quelli delle macchine tessili.

Tu sei addetto ad una macchina a controllo numerico? La controlli?

Sì. Controllo la produzione.

Quanto c’hai impiegato a imparare?

Mi sono impegnato i primi due mesi, sì. Poi dopo ho capito il meccanismo, come funziona il lavoro... perché non tanto sul campo, a parte la macchina, ma anche il sistema di lavoro è diverso. Bisogna adeguarsi un po’ su tutte e due. Sì, 2-3 mesi è necessario. Adesso non è che sia sicuro di quello che faccio ma so come funziona la macchina.

Quante persone lavorano in questa azienda?

Ce ne sono una settantina. Sì, è bene organizzata come azienda.

Come sono i rapporti con i tuoi colleghi?

Non piacevoli ma di lavoro. Non so... forse qui è una regione che hanno avuto sempre contatti con gli stranieri e non è che gliene frega tanto, sai, di avere rapporti... anche di comunicare le idee o le cose. Li vedono francamente come una cosa che non gli appartiene. Pure se sono corretti al lavoro. Per esempio: la regola numero uno è il lavoro. Non gli interessa se sei un nero, se sei rumeno... ma quando c’è quella pausa, quel distacco di lavoro, c’è anche il distacco del comunicare.

Quindi il rapporto è solo nell’ambito lavorativo, stai dicendo?

Sì.

Dicevi che ci sono altri stranieri che lavorano con te?

Sì. Ci sono anche 3 ragazzi rumeni.

E altri stranieri?

No, solo noi siamo.

E qua invece con quale contratto sei stato assunto?

Questa è una cosa a parte, sai? La cosa che mi ha scandalizzato... Sì, all’inizio mi ha promesso... mi ha detto: “Senti: noi assumiamo. Con i maschi non abbiamo problemi: li teniamo. Abbiamo problemi solo con le donne perché, sai, il fatto delle nascite... che pagano”. Ho detto “Senti: io ho necessità di lavoro. Punto e basta. Ho fatto questi corsi, mi sono adeguato. La scuola che ho fatto non è che è meccanica, ma c’ho le conoscenze basi di matematica, etc.”. Perché essendo un’azienda di meccanica di precisione serve anche un po’ di conoscenza sulla trigonometria, sulla fisica, di cose del genere, no? Mi ha detto: “Non abbiamo problemi. Tu cominci e dipende tutto da te”. Ho detto “Grazie! Lei è una persona per bene. La rispetto”. Sono passati 6 mesi. E’ venuto il momento di farmi il contratto. Ho chiesto.

Quindi nei primi 6 mesi avevi lavorato in nero?

No, avevo fatto un contratto per 6 mesi. E dovevano rinnovarmelo secondo le intenzioni che avevano all’inizio. Mi ha detto: “Senti. Signor... Per scaramanzia abbiamo fatto per altri 6 mesi.”. Mi sono scandalizzato, sai? Perché puoi dire a una persona che non sa il significato di quella parola. Sì, ma anche se non lo sa, come ti permetti di dire queste cose. Chi sono? A parte, scusa, non porto sfiga, eh eh eh... La seconda cosa è che non faccio mai il lavoro delle 8 ore normali: non faccio chiacchere con nessuno, vedo le cose mie... “Scusa ma c’hanno detto che c’è questa possibilità allora lo facciamo! A te non ti costa niente. Noi non è che abbiamo profitti.” Sì, i profitti ci sono, perché sono da 6 mesi che chiedono di fare un corso di formazione, allora è logico che gli servono gli operai per tenere, la produzione perché con quegli operai dimostrano che stanno facendo il corso, e hanno i soldi dall’altra parte. E’ logico, ma perché devo subire io? O me lo dici te all’inizio, punto e basta. Ma è una cosa vergognosa dire “per scaramanzia”!... neanche fossi un gatto nero, cavolo!

Questa azienda in cui lavori quanto dista da qua?

Saranno 5-6 km.

Tu adesso hai il contratto metalmeccanici?

Sì.

Hai fatto scioperi?

La cosa strana è che lì non esiste il sindacato. C’è il sindacato nero, praticamente. Hanno voglia di cercare di cambiare le cose dentro, ma per quanta voglia abbiano, hanno il doppio di paura. Non cambiano. Perché forse è stato un modo di legare le cose, di sistemare le cose, di avere un controllo enorme sui movimenti degli operai, sulle idee, su quello che parlano. Sono sotto controllo...non riescono ad essere... ad avere il sindacato dentro. Nel senso che non li lasciano.

Ma perché ? Ci sono persone che vanno a riferire al padrone?

... Non lo so, eh eh eh... Può darsi che ci siano... Esistono, sono state sempre, esistono ed esisteranno quelle cose. Figurati, non c’è un iscritto al sindacato fra 70 operai! C’è un significato!

E tu quindi non hai mai fatto uno sciopero?

Una volta sì, quando stavo alla Zanussi... 2 giorni. E’ stato due anni fa, fu il tempo del rinnovo del contratto dei metalmeccanici... Non avendo tanto tempo su un punto di riferimento di lavoro, o di stare su un posto di lavoro, lo sciopero... sì, è una cosa sui diritti, ma prende anche una parte insignificante dell’idea stessa. Perché non ho nessun diritto, non ho i diritti come gli altri, che sciopero a fare scusa? E’ logico no?... Eh ma è così... se tu vai a parlare con tutti gli emigrati te lo dicono così in faccia!... Scusa, non ho nessun diritto, non ho i diritti come gli altri, non ho la stessa paga come gli altri. O anche gli altri che chiedono i loro diritti ma in confronto con me o con gli altri si tengono diversi, è logico che per me è fuori luogo il discorso.

Secondo te cosa bisognerebbe fare?

Ci sono tante cose... Lei sa meglio...Avendo letto un po’ di tutto sull’Ottocento e il Settecento, adesso è un tipo di schiavitù modernizzato. L’idea stessa di lavoro d’immigrato è come se fosse schiavo. Non voglio andare sugli altri, io l’ho provato in Grecia quei due mesi ma l’ho provato anche qua, perché io non è che voglio il diritto di essere eletto, di fare... ma di avere il diritto di stare come gli altri. Non dico che perché non lavorano gli italiani devo lavorare; ci sono italiani che lavorano in nero; ce ne sono anche peggio di me, sono cosciente. Ma di dare la possibilità di essere sé stessì, non sentirmi albanese, sentirmi Franco o Mauro o Ralf... Perché è quello che fa male, no?... Ci sono tante cose...

Nei vari posti dove hai lavorato hai visto delle differenze tra il lavoro che facevi tu e il lavoro che facevano gli italiani, o no?

Sì. Sai... per me che significa? Significa che quando sto nel posto di lavoro il lavoro lo considero come mio, no? Lo considero più del titolare dell’azienda; è mio nel senso che lo devo fare bene e basta, finisce lì. Non è che io noto la differenza e vado a vedere che cosa ha fatto l’altro. Io vedo delle diferenze nell’impegno. Per esempio lì dove sto adesso, io sto 8 ore a seguire il mio lavoro; ci sono quelli stanno 8 ore al lavoro. E mi ricordo il tempo del comunismo, del socialismo lì... perché da noi era così. Sai, forse è quell’idea di quegli operai che sono stabili, che hanno una certa esperienza... sì, con la loro esperienza loro coprono tutto, è logico... ma c’è quella differenza... è forse legata, come tutte le cose poi...

Sono giovani o vecchie le persone che lavorano con te? Che età hanno?

Sì, hanno una media età... ci sono anche giovani... è una fascia tra i 25 e i 40 anni. Di vecchi c’è solo uno che adesso va in pensione.

La maggior parte sono giovani?

Sì.

Tu vai più d’accordo con i giovani o con gli altri?

Eh, mi sono reso conto che devo andare d’accordo con tutti... eh eh eh.

Cioè?

Cioè che non vado d’accordo con nessuno e che vado d’accordo con tutti.

Ma vai più d’accordo con i giovani o con i vecchi?

Veramente ho avuto un buon rapporto con uno di 40 anni, ma, sai.. mi ha stupito una cosa, che non so come va creato un rapporto di amicizia... di essere sincero, punto e basta, quello è il punto di partenza, no? Eh ma ho notato una cosa, che ci fa male tanto: che quando è piacevole per certe persone, o per loro - adesso è fuori luogo, fuori dai miei interessi - ma ho notato all’inizio che vanno a discutere... sai... la vita, il lavoro, l’impegno di altri... diventa un discorso di massa, no? Forse perché sono curioso, sono... non voglio dire egoista, mi ha colpito questo, e da allora vanno bene con tutti e sono d’accordo con nessuno.

Che orario di lavoro hai adesso?

Adesso seguirà il turno. Ho scelto questo per il fatto del tempo: voglio guadagnare il tempo che ho perso a Bari, sai? Voglio avere un po’ di impegni.

Che orario fai?

Faccio di mattina, dalle 5.30 alle 1.30.

Quanti turni fate?

Due turni.

Hai mai lavorato di notte?

No no. A parte quel lavoro a Brindisi...

Ah sì, eh eh eh. E gli straordinari di solito ne fai?

Sì, generalmente cerco di fare... ma non lasciano farli. Perché c’è un sistema diverso di lavoro. Li faccio di sabato, si.

Di sabato... tutti i sabati?

Sì. Quando c’è. Generalmente l’ho fatto. Sì, veramente per mezza parte sì ma anche per l’impegno, perché di sabato, sai, di mattina, diventa un po’ scocciante stare senza far niente. E’ meglio sfruttare la mattinata e poi... i miei impegni al pomeriggio. Perché avendo tutta la settimana con metà giornata libera, è un peccato non sfruttare il tempo.

Tu è da 10 anni che se in Italia. Hai mandato dei soldi a casa dei tuoi genitori? O ad altri parenti?

Veramente ho avuto un rapporto un po’... no. Sì, alcune volte ne ho mandati, ma non tantissimi. Perché ho pensato per me stesso, ma non ho avuto possibilità di mandare tanti soldi.

E ne hai ricevuti, qualche volta, da loro?

Da loro? No. Dal mio lavoro, dalle mie cose sì, ma da loro no.

Tu hai ancora i genitori?

Sì sì. Vivono con la pensione. Sì, anche i miei fratelli portano qualcosa, io alcune volte. E poi ho una sorella che è in Albania. Lei è sposata... lei sta bene. Cerco anch’io di lavorare per loro, eh eh eh.... Sta bene perché c’hanno un po’ di terra, a nord di Durazzo. Ci sono uliveti, vigneti. Ci lavorano in tanti lì.

Ci sono delle imprese italiane a Durazzo?

Sì, ce ne sono tante.

Cosa fanno?

Fanno un po’ di tutto lì. Due anni fa ho avuto il contatto con l’italiano, quello che lavorava sul campo dell’abbigliamento. A Tirana e Durazzo. C’è quello dell’abbigliamento, c’è anche di agricoltura, di scarpe, anche di servizi sono entrati in tanti, che fanno quello di ristoranti, bar...

Non ti hanno mai chiesto di fare l’interprete?

Lì? Qua abbiamo qualche possibilità ma lì in Albania... non c’è bisogno. A Durazzo, Tirana la metà capiscono benissimo l’italiano. O gli italiani che vanno imparano l’albanese.

Quant’è lo stipendio mensile medio di un operaio albanese?

Lì? Sarebbe 200-250.000 lire al mese. Di sicuro non so ma sarebbe così. Ho avuto quel contatto con quei signori che lavoravano nell’abbigliamento, pagavano in quel genere lì.

I tuoi fratelli hanno lavorato lì prima di venire in Italia?

No. Sono stati studenti.

Ti sei mai infortunato nel lavoro?

Sì, pochissime volte. Sull’abbigliamento mi sono tagliato 2-3 volte. Siccome ero in nero andavamo a curarci in nero.

Per cui andavi al pronto soccorso senza...?

“Mi sono infortunato a casa! Mi sono tagliato a casa! Ho avuto due tagli qua!”. Mi guardavano così... “Ma sei sicuro?”. Avevo paura se domani non era chiusa la porta, no?

Hai sempre avuto il tuo stipendio in denaro o anche in altre forme? Con l’alloggio..., col mangiare... No, ho avuto sempre lo stipendio.

Quando ad esempio eri a Bari, in campagna, ti davano anche da dormire oppure no?

Sì, da dormire sì, ma da mangiare no. Mi hanno offerto un appartamento... appartamento... era una parte del palazzo, o le case di campagna, quelle di pietra, no?

Volevo chiederti: tu non ti sei mai iscritto al sindacato?

A Bari sì... quello dei tessili, ma poi dopo siccome non è venuto più... e poi anche il titolare ha fatto un po’ di pressione su tutti. Forse per questo non è venuto più anche il rappresentante sindacale. Poi dopo, l’ho detto anche prima, non ne ho avuto la necessità: mancando tutto, è inutile che chiedi tutto.

Cosa pensi del sindacato?

E’ giusto a essere, ma dipende come va a seguire le cose. Io ho avuto l’esperienza a…, del tessile, erano molto opportunisti. O forse è il genere di essere sindacato che è così. Ma io non dico che devono essere... sai, precisi, tagliati, è giusto anche essere opportunisti per concordare quello che è l’interesse, perché nessuno ti dà niente, è logico. Ma essere opportunisti tralasciando anche le cose senza dare la risposta allora diventava una noia. Veniva a giugno, si faceva la riunione per il giugno prossimo e gli stessi discorsi, allora... Ho parlato solo una volta e gli ho detto “senti, mi dispiace ma non vengo più, perché vedo che quello che abbiamo discusso in giugno è ancora qua”. E allora perché devo essere iscritto, scusa? Non è per il fatto di pagare le 25.000 lire. Ma perché devo essere preso in giro? Perché il titolare non accettava niente, allora se non si sente la forza, o di quello che diciamo non va seguito... Sì, è giusto essere contro ma dipende dalle modalità come vanno seguite, no?

Come hai imparato l’italiano? Frequentando qualche corso?

All’inizio, si sa, tramite la Tv. A capire bene sì, ma a parlare all’inizio ero un disastro. Poi a Bari ho avuto la possibilità di essere sempre a contatto con italiani, sempre. Forse mi ha aiutato. Poi ho avuto un po’ di libri di grammatica... sai, quando ti entra la voglia ci devi stare sopra.

Tu hai svolto diversi lavori. Quali sono le tue prospettive rispetto al lavoro? Cioè, hai intenzione di cambiare ancora?

Veramente non è che abbia intenzione di cambiare. Voglio qualificarmi. Quella è l’idea: di avere una qualifica. Non per diventare un libero professionista, ma di avere una professione che mi tengo. Sì, c’ho quel chiodo fisso: di avere un lavoro, che faccio il lavoro ma che non dò fastidio a nessuno. Sai, forse è l’ideale: non avere i rapporti o i contatti di lavoro, di responsabilità complessa, con tutti. L’idea è questa, poi quello che viene... va sfruttato no?

Il tuo adesso è un lavoro ripetitivo o no?

Sì, a volte sì.

E a che cosa pensi durante il lavoro?

E’ lì la difficoltà... non so, forse è l’ambiente di lavoro che... non dà possibilità di muoversi, non ti dà neanche la soddisfazione professionale, no? Io, in questa azienda dove sto adesso, ho portato l’attestato dei corsi. Nel momento in cui ho portato l’attestato dei corsi sul contratto nuovo sai cosa mi hanno scritto? Che il contratto va seguito secondo quello precedente senza cambiamenti, pure che io vada a portare sai i corsi che ho fatto di autocad, etc.. “Praticamente tu sei qua e basta, non devi pretendere di portarmi gli attestati dei corsi che fai”. Io lo capisco così... anche lei se sta al posto mio lo capisce così... Forse non c’è molto spazio per noi, non so per gli italiani, forse sarà diverso ma vedo che... vedo che non c’è tanta differenza per chi vuol cambiare o no.

Ma non mi hai detto che cosa pensi durante il lavoro? Cioè intanto che stai lavorando, intanto che stai usando la macchina da lavoro...?

Vabbè, ci sono tante cose, sai? Anche quelle private, le cose personali... Sì, di lavoro... ripeto, mi andrebbe bene di andare sul campo del disegno, su quelle cose lì. C’ho una mente ma... dipende da come va seguita. Se lo seguo il prossimo anno... se lo seguo il prossimo anno - perché ci sono altri due corsi da seguire: quello del Cad avanzato.

Chi li ha organizzati questi corsi?

Non so ci sono tanti centri di formazione.

Posso farti una domanda sulla religione? Tu sei religioso?

No. Sì, li rispetto, partecipo, godo delle loro feste, li rispetto e basta.

Tu hai solo una figlia, no?

Sì.

Tua figlia va a scuola?

Sì.

Tu vai a seguire, tu o tua moglie, gli incontri con i genitori?

Sempre.

Rispetto appunto... tu dicevi che magari nel tuo posto di lavoro talvolta tu ti senti discriminato, o comunque trattato in maniera diversa dagli italiani...

Beh, no, chiariamo: io non mi sento, sono loro che discriminano...

Volevo chiederti percepisci qualcosa del genere anche a scuola o no?

All’inizio con la bambina abbiamo avuto un po’ di difficoltà...

Cioè?

Lei stessa nei rapporti con gli altri bambini. Perché non che c’ho io l’idea, ma sono i bambini stessi che portano le idee dei grandi, dell’ambiente di loro. Sì, lei non è che abbia avuto troppe difficoltà perché è venuta in Italia che aveva l’età di due anni. Lei è di mentalità italiana, non pensa più in albanese... Così, ha avuto un po’, sai nel modo di inserire, di accettare, anche come insegnanti abbiamo avuto un po’ di difficoltà. Perché come è stata brava a scuola giù a Bari, mi sembrava strano che la nostra bambina era tutta ottima, anche in italiano. E mi ha chiesto così esplicitamente la maestra, la professoressa d’italiano: “Anche l’italiano è ottimo?” è brava in matematica, storia, geografia, anche italiano?”... Eh, sono tutte materie di scuola queste, non è che le ho fatte io a casa. Nel senso che non è che gliele faccia io le lezioni, no. Sì, quelle più... poi, piano piano... abbiamo valutato. Non abbiamo nessuna difficoltà a scuola.

Hai rapporti anche con gli altri genitori?

Sì sì, anche di amicizia.

Quindi c’è uno scambio?

Sì. sì... meno male che ci sono i bambini!

Cioè secondo te, attraverso i bambini si riescono a superare le barriere, più che attraverso il lavoro? Quello è vero... sì perché forse i bambini sono più aperti. Non vedono le differenze di... Vabbè, di colore si vedono, ma le differenze nel modo di pensare... a loro basta di stare insieme, e quella è una grande idea... ma purtroppo noi grandi non lo sopportiamo...

Quanti anni ha tua figlia?

12 anni.

Cosa pensi per il futuro di tua figlia?

Se lo sceglie da sola. Se io potessi... sì senz’altro le consiglierei di seguire l’Università, ma l’idea è sempre sul campo di economia o qualcosa sul turismo, o sull’informatica. Perché non è che io la veda come mia prospettiva, ma sai che cos’è? Forse con l’idea di legarsi con... l’aldilà del mare, con l’Albania.

Ma tua figlia parla anche albanese adesso?

Sì, parla e scrive.

Rispetto a quello che le viene insegnato a scuola, tu non hai mai trovato qualche difficoltà?

Sì, una volta sì, in questo caso mi sono messo in difficoltà. Infatti nei rapporti degli anni Trenta, che fu creato tra l’impero italiano e il Regno albanese... praticamente c’è quel rapporto che il Re è stato imposto, non è che era una famiglia discendente di ramo albanese. Lui è stato nominato e basta, perché all’inizio l’Albania è stata una repubblica. E’ lì viene trattato come il Regno, senza dare la... preistoria dello stato albanese. Eh, ma quello fa male... forse nei bambini no, ma essendo imposto in quelle idee che l’Albania è stata sempre così... senza avere la sua preistoria, diventa... diventa una questione culturale poi quando è grande. Io ti dico una cosa, adesso che mi hai ricordato, una cosa che mi ha stupito tanto, ho fatto un discorso con uno qua della casa dello studente, sì era un professore: su "Focus" è uscito un... sai, c’era una scritta, ora non ricordo il nome del professore, lì sulla preistoria di tutti i gruppi di lingue europee... la cosa più strana è che proprio sull’Europa manca la lingua albanese!... la cosa più strana è che hanno messo le lingue che sono nate neanche duecento anni fa, come quella macedone, no? Lo stato macedone non esisteva 70 anni fa! E’ una lingua a parte... ma scusa, come fai a capire che è una lingua a parte se è composta da tre etnie diverse? E non c’è quella albanese che è un’etnia con almeno 30 secoli, e che ha convissuto con i Romani, no? E’ un professore di grande conoscenza... Se vuoi te lo porto... E’ strano però!

Volevo passare ad un altro argomento. Tu sei in affitto qua, no? Come hai fatto a trovare casa? E’ stato difficile?

A volte è difficile, a volte è anche la fortuna. Ho avuto fortuna a trovare subito, tra gli amici... La fortuna è questa: il padrone della casa è emigrato in Belgio. Forse lui sa e conosce le difficoltà, no? Forse le ha vissute. Come ha saputo ha detto: “prendi le chiavi”, e basta. Come vedi, qua siamo in tre famiglie albanesi.

In questo stabile qua?

Sì. Significa che siamo stati di buon colpo.

Ma siete entrati tutti e tre insieme?

No, ho trovato prima questa famiglia accanto, poi loro, i signori che stanno giù da due mesi.

Pagate tanto?

Complessivamente, con le spese, sul milione; l’affitto è di 650.000 lire, poi il resto sono spese.

Dicevi prima che tua moglie adesso lavora?

Lavora in un’associazione di volontariato. Fà un po’ di tutto. Quello che ci riesce: un milione, un milione e due.

Si paga l’affitto, insomma?

Senza avere nessun riscontro dei contributi.

Tu cosa fai nel tempo libero?

Mi impegno in un po’ di tutto.

Cioè?

Finora mi sono impegnato su due corsi di informatica. Quello che ho finito era di 2-3 mesi, poi ho letto un po’ di libri. Per fortuna c’ho un po’ di libri in albanese, me ne sono portato qua circa un centinaio. Poi anche con la mia bambina faccio un po’ di sport.

Ma incontri anche altre persone?

Veramente, forse è una difficoltà... non penso che sia solo mia ma noi albanesi portiamo un handicap molto grave. Non siamo uniti nelle piccole società, nei piccoli gruppi... non so se sia così per tutti gli immigrati ma fra noi esiste questo. Sì, ci sono certi gruppi, ma di massa manca, per esempio come sono gli africani, che anche se non si conoscono vengono da Padova, qua basta che ci sia una festa, no? Perché li vedo qua in questa comunità, vengono anche di domenica, vengono da Trieste, da Padova, da Venezia. Non so, forse è una mancanza venuta dal regime.

Quindi tu fai molta vita famigliare, sostanzialmente?

Sì, sono un po’ privato...

Cioè non hai molti rapporti con altri italiani e stranieri?

Sì, con italiani... sì, c’ho rapporti, ma di amicizia stretta così che m’impegna il tempo no.

Non vai fuori a mangiare, o...

Sì, vabbè, quelle sono... capita di andare a, di uscire qua a mangiare la pizza, ogni due settimane, un mese... perché ogni settimana non ce la faccio, ogni due oppure una volta al mese sì. Volevo dire che impegnarmi di passare il tempo, perché veramente anche di stare troppo al bar non mi va, perché uno spreca il tempo, è uno spreco di denaro, no?

Al bar, al supermercato, al distributore come sono i rapporti con gli altri? Hai visto delle differenze tra qua e Bari?

A parte che non mi conoscono che sono albanese, non per fortuna, eh eh, ma per me è indifferente... ma non noto nessuna differenza, nessuna difficoltà. Non l’ho avuta mai nell’ambiente normale, fuori da sconosciuto, perché chi ti conosce poi lì si creano le differenze.

Quali sono secondo te le difficoltà maggiori per una persona straniera che arriva in Italia?

Penso che ci sono tante cose... La prima è come è impostata la persona, perché se è impostata con l’idea che deve andare a lavorare, è logico che trova delle difficoltà ma le supera, ma... dipende dalla persona.

Sì, ma dicevo, per te la difficoltà maggiore è stata, non so... trovare un lavoro, trovare una casa, avere il permesso di soggiorno...?

No. La cosa più difficile è stato all’inizio, veramente, a Bari per il lavoro. Sì, avendo la possibilità della casa di quell’amico, è stato sempre il lavoro. Invece qua hai tutti e due i rischi ma ci sono anche tutti e due i vantaggi, anche la casa e il lavoro. Anzi devi sapere anche sfruttare. Io non so, o per fortuna o è stato un caso, devi sapere anche sfruttare l’informazione che danno, perché siccome manca un’informazione del genere per gli immigrati allora devi sfruttare, devi avere possibilità di entrare in quello che danno per gli italiani, su tutto, anche per il lavoro e per la casa. La cosa migliore è non presentarsi straniero ma io non posso farlo, allora...anche quando vai a chiedere una casa, nel momento che sanno che sei straniero, ti fanno aspettare due settimane prima di darti una risposta.

Riesci a risparmiare una parte del tuo salario?

Abbiamo un po’ di spese da fare... Pochissimo, pochissimo perché siccome ho fatto la casa a Tirana per conto nostro siamo un po’ a sdebitarci con la banca...

Come mai ti sei fatto la casa?

Sai, devi avere sempre un appoggio dove mettere la testa, pure se hai 80 anni.

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