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L’intervista che proponiamo è stata effettuata nel dicembre 2006, a Roma, nella libreria che la scrittrice egiziano-congolese gestisce da tempo. Si colloca all’interno del progetto di ricerca di dottorato della sottoscritta che si incentrava sulla scrittura di donne immigrate in Italia di prima e seconda generazione.

Ingy Mubiayi Kakese, rientra, per così dire, nella seconda categoria, in quanto sin da piccolissima si è trasferita con la famiglia in Italia, dove è cresciuta e ha svolto il suo percorso di studi e formazione. Ha all’attivo la pubblicazione di numerosi racconti, pubblicati in antologie e riviste, alcuni dei quali sono stati oggetto di riflessione ed analisi nella mia tesi di dottorato. La scelta di intervistarla nasce dalla volontà di creare uno spazio di espressione, senza troppe intermediazioni, che possa divenire occasione di confronto, di discussione e di ascolto reciproco: non si tratta dunque di dare la parola, quanto di creare le condizioni di ascolto ed espressione, in un rapporto il più possibile paritario e non soverchiante da parte di chi pone le domande. Appare evidente come, tuttavia, una mediazione critica sia necessaria ed inevitabile: la decisione di porre certe domande e non altre, focalizzandosi su determinate questioni, rappresenta infatti una precisa scelta.

Le questioni sollevate sono numerose e concernono sia aspetti eminentemente letterari, quali la lingua ed il rapporto tra scrittura ed autobiografia, ma anche la visione che la scrittrice ha della società in cui vive e dell’immigrazione, nonché la questione coloniale, che è parsa importante da affrontare vista la sua rimozione nell’Italia di oggi e le sue conseguenze ancora tangibili.

Silvia Camilotti

(febbraio 2010)

Intervista a Ingy Mubiayi, Roma, dicembre 2006.

1) A)Vorrei partire considerando l’influenza del proprio vissuto sulla scrittura: in altri termini, se la sua esperienza biografica ha influito sul suo scrivere e, se sì, in che termini. Faccio questa domanda perché vorrei dare rilievo al contesto (biografico, sociale, culturale) in cui la scrittura prende forma. B)Nello specifico, vorrei sapere se la sua esperienza migratoria o forse quella della sua famiglia (poiché è arrivata in Italia in giovanissima età) ha influenzato la scrittura e se si, in che modo e come questa emerge. C) Vorrei anche sapere se il proprio percorso di studio e di formazione ha influenzato la scrittura e se vi sono dei modelli letterari di riferimento (quali letture, autori o artisti hanno avuto influenza o comunque un certo significato).

Sicuramente l’elemento autobiografico è presente, soprattutto nel primo racconto di Pecore Nere, però non è dominante. L’elemento biografico c’è sempre, perché comunque si tratta di uno sguardo e in questo rientra anche il fatto dell’esperienza migratoria della mia famiglia e quindi mia, nel senso che quella è la formazione che ho avuto, in quel mondo ho vissuto, in quel modo ho visto il mondo e per forza di cose, almeno dal mio punto di vista, lo trasferisco nella scrittura. Perché, almeno per come intendo io la scrittura, è un’interpretazione, una rielaborazione, è come se fosse un sogno: si rielabora la realtà in qualche modo e la si riproduce con il mezzo che si ha a disposizione e quindi è tutto frutto del vissuto. Che poi non siano strettamente autobiografici, a parte il primo - che anche quello nasce da una scintilla autobiografica (cioè il percorso che si fa per arrivare ad avere un permesso di soggiorno) -.
L’idea che sta dietro a quel racconto è l’assurdità di non essere riconosciuti senza un pezzo di carta e questo non solo dal punto di vista istituzionale, ufficiale (cioè tu ti devi identificare con un pezzo di carta) ma anche da un punto di vista psicologico, perché tu non sei nessuno fino a che non avrai quel pezzo di carta e non ti senti nessuno e quindi automaticamente hai un atteggiamento subordinato, dimesso e una serie di conseguenze che poi si ripercuotono in tutti gli ambiti del tuo essere, della tua vita, dal rapporto con la società esterna, ma anche con la tua famiglia o con chi vivi. Era questo che muoveva quel racconto. Quindi sicuramente partire da un fatto biografico, da un elemento, da un fatto che succede, che vedi, che poi viene rielaborato. È una rielaborazione che viene fatta con i mezzi che io conosco, che sono quelli della mia formazione. Io ho fatto quasi esclusivamente studi letterari, all’università ho studiato lingue orientali, sempre ambito letterario. Vero è che mi sono laureata in Storia della civiltà islamica, quindi con un indirizzo più storico, però fondamentalmente siamo lì. E questo in qualche modo “spiega” anche il fatto che la mia attenzione è puntata su un certo tipo di famiglia di migranti, di origine araba o islamica. Non sempre in tutti i racconti c’è, però un punto centrale è la famiglia, il rapporto che si crea all’interno della famiglia ed all’esterno della famiglia: perché costruire il rapporto all’esterno dipende molto da quello che lascio costruire all’interno. Quindi mi piace muovere personaggi soprattutto in un contesto familiare, per riprodurre poi il rapporto che riescono ad avere all’esterno. A parte quei due racconti di Pecore nere, poi ce n’è un altro uscito in Nuovi Argomenti: quello è stato proprio un esperimento. Era proprio mettere in una provetta quattro elementi diversi, infatti non c’era nessun esterno tranne il personaggio dj. Lì era ricostruire un mondo all’interno di una stanza e vedere le dinamiche che possono uscire: certe nevrosi, certe paure forti; quel racconto è molto frizzante, sull’allegro, però è vero che, soprattutto nelle coppie miste, c’è ad un certo punto questa negazione delle proprie origini, è come se qualcuno dovesse cedere per forza sul terreno, oppure tutte due: come se per incontrarsi bisogna allontanare, cancellare tutto il resto. Esiste anche il contrario, spesso ci si afferma troppo, per paura di essere dominati e lì spesso succedono cose anche abbastanza drammatiche. Lì era vedere cosa succedeva se: si considerava un estremo, quello di abbandonare tutto il resto, per poter vivere in modo tranquillo. E infatti l’elemento di disturbo è questo ragazzo che sconvolge tutto: lì è sotteso anche che questi due ragazzi non hanno mai sentito di essere diversi, di appartenere a qualcosa, perché non sono i genitori ad aver insistito su un fatto piuttosto che su un altro.
I miei modelli letterari di riferimento sono molti, io sono più lettrice che scrittrice nel senso che la scrittura parte da un fatto privato, è una rielaborazione di quello che vedi, senti e provi. E soprattutto è una rielaborazione di quello che leggi perché io così ho cominciato, se non mi piaceva come andavano a finire i libri di Verne ne cambiavo un pezzo, era divertente. Devo ammettere che probabilmente erano le letture che trovavo nella biblioteca di scuola e i libri di avventura sono quelli che mi hanno sempre affascinato. Ho cominciato a leggere quelli che mi danno molta soddisfazione; quella letteratura “di evasione”, di classe b è quella che mi dà soddisfazione e quando è fatta bene trovo che sia una cosa eccezionale. Io ho cominciato a scrivere per colpa di Sartre, che non è assolutamente letteratura d’evasione, però è un autore che mi ha dato molto da un punto di vista della formazione, di una coscienza, se si vuole dire; ho aperto gli occhi con Sartre, ho realizzato una serie di cose, nel bene e nel male, senza approvare tutto ciò che ha detto, sicuramente è quello che mi ha dato la capacità di decifrare, mi ha dato un codice di lettura della realtà, del mondo e soprattutto da lì ho imparato che non è univoco. Venivo comunque da una famiglia abbastanza rigida e tutto quello che diceva mia madre era oro colato senza possibilità né di dubbio né di protesta: nemmeno ci pensavo a mettere in discussione qualcosa. E quindi pensavo che tutto il mondo fosse così. Ho come questa netta sensazione, lo scarto tra prima e dopo: se sentivo una cosa detta da una persona, che sia un insegnante, giornalista, politico, quella era verità colata. Dall’incontro con Sartre in poi ho avuto l’idea della diversità. Tutto ciò accadeva a 12, 13 anni, seconda, terza media e quindi è stato il punto di rottura o comunque di passaggio. Però da un punto di vista narrativo il romanzo per eccellenza rimane il Conte di Montecristo, non sono ancora riuscita a trovare qualcosa che sia così completo, aldilà appunto di quello che si può dire su quel romanzo, le critiche le conosciamo. Però quello è Il Romanzo, con la presenza di tutto, tutto quello che deve contenere un romanzo: personaggi di ogni genere, tutte le passioni umane, tutte le bassezze umane, tutto ciò che serve per riprodurre la realtà. Perché poi il romanzo, per come lo intendo io, non deve essere reale, non ho nessuna intenzione di riprodurre la realtà. Non è una fotografia, non è un documentario, non voglio insegnare niente a nessuno, è una rielaborazione, è dare un punto di vista, è riprodurre falsando anche. Tanto la realtà non esiste, e chi è che la può ridare, a meno che tu non faccia un documentario, e nemmeno lì. Qualsiasi cosa non ti dà la realtà, non ci penso minimamente a fare quell’operazione lì. Per cui quel romanzo lì mi sembra l’esempio, il classico.

2) A) Da un taglio personalistico vorrei passare ad una prospettiva più ampia ossia chiedere un’opinione in merito alla società italiana. Quale visione ha della condizione in cui si trovano gli immigrati ed anche i loro figli? (Nei suoi racconti ho colto una critica più o meno velata e sempre mascherata con l’ironia, di atteggiamenti discriminanti, sia popolari che istituzionali, nei confronti degli immigrati e in particolare della gente di colore - penso a Documenti prego, ma anche a Concorso – nonché il suo tentativo di scardinare stereotipi diffusi). B) Ed inoltre, si potrebbe percepire, attraverso la sua scrittura, come “portavoce” di una gruppo oppure no? Sente di poter avanzare delle istanze a nome degli immigrati in Italia la cui situazione le crea indignazione?

È difficile non fare una critica alla società. Ci sono molte cose che non vanno, mi sembra anche di sparare sulla Croce Rossa. Mi sentirei molto più di criticare paesi come Francia ed Inghilterra piuttosto che Italia, ferocemente. Nello stesso tempo la grande critica che faccio all’Italia, in generale, sentendomi parte dell’Italia, è la miopia, è il fatto che non ci sia (questo vale per l’immigrazione come per tutte le altre questioni aperte dell’Italia, dalla criminalità organizzata, all’evasione, all’assetto della società che si è voluto costruire) è questa miopia dello sguardo sulle problematiche. La migrazione è cominciata in Italia ormai 30 anni fa, non si può più parlare di emergenza, non si può più dire che non si sapeva, che è una cosa nuova, no. È successo negli anni settanta, sono quasi 40 anni. Considerando tutto questo si continua a considerare l’immigrazione un fatto di emergenza: allora qui si tratta o di incapacità o di malafede e nessuna delle due è una buona cosa. Questa è la grossa critica che mi sento di fare all’Italia come istituzione, alla società, alla gente di conseguenza, perché non si ha memoria fondamentalmente, né di queste né di altre cose; però ci si ricorda perfettamente della squadra che vinse i mondiali nell’82 e non ci si ricorda che negli anni Ottanta c’erano i primi arrivi e con un’analisi banalissima si poteva fare una proiezione, non è che ci volesse chissà che genio. Agli italiani serve forse un buon capro espiatorio: se c’è incapacità perché non si è riuscito a prevedere[ndr: il fenomeno] malissimo, perché sei deputato a questo; se lo fai di proposito c’è la malafede ed è altrettanto male. Non so quanto giovi poi a tutto quanto, inevitabilmente succedono delle cose sgradevoli che hanno poi delle ripercussioni. Stiamo vivendo poi un momento drammatico per questo tipo di politica, quello che è successo in Francia, quello che è successo in Inghilterra, quello che è successo negli Stati Uniti che sono luoghi dove c’è stato maggior afflusso, probabilmente è proprio quell’integrazione che ha portato ad un certo livello di coscienza. Quello che puoi fare a Parigi lo puoi fare solo se hai un certo livello di coscienza di te e non se sei soggiogato. È complesso il discorso.
Io non mi sento portavoce, mi sento “voce”, senza il “porta”. È sempre la questione del punto di vista, dello sguardo personale. Quando scrivo racconti e altre cose, nascono più che altro da fatti, da pensieri, da urgenze, da un’idea, semplicemente il dire: cosa succederebbe se avessi una persona così e una cosà a confronto? Quindi non è mai, o quasi mai, un fotografare una realtà per farla vedere a qualcuno, non è mai riprendere un fatto reale per divulgarlo. Nel secondo racconto di Pecore nere la storia del bambino scomparso è un fatto vero, non tanto la scomparsa del bambino – quello mi serviva per creare un po’ di tensione – quanto la condizione di una famiglia di quel tipo. Il fatto di vivere in quel modo, di avere delle aspirazioni, di vivere in condizioni impensabili, sono cose che si sanno, è difficile dire non lo sapevo, sembra quasi ridicolo porlo in un racconto dedicato esclusivamente a questo. Sarebbe anche insultare l’intelligenza delle persone: è vero che ci sono persone che mi hanno detto che non pensavano esistessero queste cose, però spero e credo che siano limitate e comunque siamo così bombardati da certe immagini che ci vuole altro per fare scattare il pensiero, la conoscenza. Più o meno sappiamo tutti le condizioni, sanno tutti che gli immigrati vivono in venti in una stanza, però cosa significa vivere in venti in una stanza non lo si può sapere dal giornale, dal trafiletto di cronaca o da qualsiasi documentario che te lo illustra. Per cui ci vuole sempre quel po’ di attenzione. Per quello sono appassionata di letteratura, perché la letteratura ci permette quella mediazione con la realtà, con le realtà. Ci permette, se fatta bene, di unire la conoscenza, il sapere che hai di una cosa, l’esserne a conoscenza, ed il pensiero, il fatto di starci 5 minuti a riflettere e poi fartene un’opinione, senza per forza poi aderire; è quella la forza in più della letteratura rispetto alla scrittura controllata.

3) Per quanto riguarda la scrittura: come è avvenuto l’approdo ad essa? In maniera casuale, senza particolari aspettative; attraverso l’inserimento in realtà strutturate (quali quelle dei concorsi letterari dedicati) oppure in modo più autonomo. (Nel caso dei concorsi, cosa nel pensa?).

È un po’ difficile questa domanda… nel senso che la scrittura diventa scrittura nel momento in cui diventa pubblica. Per cui che cosa vale? Vale che io prima di pubblicare ho scritto per 10-15 anni oppure vale che io ho scritto per un concorso e sono partita da una realtà strutturata? Credo che generalmente non ci si alzi la mattina dicendo “voglio fare lo scrittore”. Ad un certo punto ti ci ritrovi, non è che qualcuno ti dice “scrivi”, almeno non in una realtà come quella italiana. So che in altri posti è molto più strutturato, ci sono dei corsi di studi fatti apposta, quindi è una decisione professionale, è come scegliere se fare l’ingegnere o qualcos’altro. Per cui è nata dalla lettura, dal fatto che c’era questa collana francese che raccoglieva una serie di avventure di ragazzi che scrivevano gialli che dovevano investigare su varie cose e mi piaceva come funzionava. E così ho cominciato a scrivere delle parti, a sostituirle, a scarabocchiare sui libri e poi a scrivere pezzi un po’ più lunghi.
Forse nel 2004 ho mandato un racconto a Eks&tra e lì è stato casuale nel senso che avevo letto il bando ed ero un po’arrabbiata perché avevo colto questo pericolo del ghettizzare, anche se loro fanno un ottimo lavoro. Perché questi temi sempre legati all’immigrazione! Quell’anno il tema era “erranti”. Io non sono errante, non mi sono mai spostata da Roma, dal Cairo sono venuta qui e poi non mi sono più spostata. Per cui io sono l’ultima che si può definire tale. Gli spostamenti che ho fatto a Roma? Nel primo sono finita due palazzi dopo quello in cui stavo, il secondo due traverse dopo. Ed è esattamente quello che tentavo di dire in Documenti, prego: non si è erranti, non è così fantastico essere erranti, non è la condizione, il voler per forza il ribaltare o rendere romantica un’idea. Lo facevano Van Gogh, Verlaine. Lo scopo non è quello di restare in una condizione romantica di viaggio, anzi, è stare fermi in un posto, mettere le radici e andare avanti, farsi un viaggio, sì volentieri, ma è un’altra cosa. Credo sia la condizione del 90% delle persone; ovviamente c’è un 10% a cui piace molto errare, ma questo può essere un Chatwin, un Sepulveda, non quello che scappa dalla guerra del Darfur, o si deve comprare casa per sposarsi in Egitto. Allora direi che i concorsi hanno questa idea, siccome sei migrante allora devi scrivere di cose migranti. Può darsi anche che io lo faccia poi. Un conto è se tu vuoi monitorare: e come è nato e cosa fa Eks&tra va benissimo, dici che cosa ne pensi, quale è la tua condizione ecc.
Oggi [ndr: il concorso] ha già un’evoluzione diversa, anche nel proporre temi (il lavoro ad esempio). Adesso sei obbligato (che poi è un’arma a doppio taglio): se tu ti proponi come scrittore migrante, e non esordiente o giovane, hai la tua parte di convenienza a presentarti in questo modo, per cui bisognerebbe avere coraggio da tutte due le parti. Io continuo a parlarne - ritorno alla prima risposta - è lo sguardo: sono sempre vissuta in un certo tipo di ambiente, sono abituata a cogliere i colori delle persone che mi stanno intorno. Se entro sull’autobus, adesso è normale, ma se vado ad una festa, noto che sono l’unica straniera e se c’è qualcun altro lo noto. Per cui quando riproduco quello che vedo nella realtà, il mondo ha la presenza o l’assenza delle persone diverse, altre, straniere, come le vogliamo chiamare, perché da sempre ci ho fatto caso e soprattutto perché quando sono arrivata in classe ero l’unica, in tutta la scuola c’eravamo solo io e mia sorella. Comunque ho avuto un’attenzione, magari io continuerò per sempre a scrivere di questo, ma più per scelta, Camilleri scrive da sempre di Sicilia ma non per questo gli possiamo far fare solo un concorso in Sicilia!

4) A) Mi soffermo ancora sulla questione della scrittura: quale senso, quale significato le attribuisce, sia per se stessa che per le persone immigrate o figlie di immigrati, che scelgono di dedicarvisi? In altri termini, vorrei sapere quale ruolo attribuisce alla letteratura, se ritiene, naturalmente, che possa averne uno specifico. B) Ed in particolare quale significato attribuisce al genere autobiografico, poiché mi sembra che l’autobiografia affiori - più o meno direttamente - nella sua scrittura?

Non mi piace leggere l’autobiografia, né mi piacerebbe partire da un io che cerca di riprodurre la realtà dei fatti. In genere non leggo o leggo quasi per dovere sia perché sono in libreria e quindi devo leggere per sapere che cosa dire alle gente se vuole comprarsi qualcosa, sia se si tratta di scrittori importanti da cui trovi degli spunti anche lì. Ha una funzione professionale, didattica e siccome non mi piace il genere non lo riproduco, non mi dà soddisfazione.
Per quanto riguarda il fatto che possa essere di qualche valore per gli altri, per le seconde generazioni ad esempio, non è nelle mie intenzioni, perché quando scrivo non ho l’intenzione di insegnare qualcosa. Più che altro è quasi un divertissement, quasi un piacere, anche se nello stesso tempo voglio dire qualcosa, ovviamente. Inoltre l’uso che fa uno del testo è collettivo ma anche individuale, uno scrive una cosa e poi il lettore la interpreta. Quello che mi è arrivato da fuori, da tutti gli incontri che abbiamo fatto, su Pecore nere e Italiani per vocazione, è che ci sia stato un forte impatto su quei pochi ragazzi che lo leggono. Perché io ho sentito persone che mi dicevano che i loro figli e nipoti erano rimasti impressionati: come se effettivamente ci fossero delle rivelazioni incredibili; sono quelle cose che mi stupiscono perché uno non dice niente di nuovo, assolutamente niente. Sui ragazzi lo si capisce perché sono in formazione, è sugli adulti che capisco molto meno e rimango sempre stupita. È una cosa di cui abbiamo discusso anche con altri scrittori, ma io rimango sempre stupita. Fino ad adesso non ho letto niente di nuovo, può essere più o meno stilisticamente molto bello, ci possono essere dei passaggi interessanti, però cose folgoranti o del genere no; mi ha fatto molto piacere scoprire delle cose dell’Albania, o della Romania… non so se riesco a spiegarmi: non c’è nessuna lettura nella letteratura migrante che possa essere emblematica per dei ragazzi, fino ad adesso non ho trovato niente che possa essere così. Ho torto evidentemente, perché dall’altra parte molte insegnanti stanno incominciando ad usare questi testi, molti dicono che funzionano. Vuol dire che nessuno ha mai detto niente, visto niente.

5) Vorrei ora problematizzare il concetto di letteratura della migrazione: ritiene sia una categoria da superare? Come si relazione con questa “etichetta”?

Da una parte è utile, dall’altra è ghettizzante, bisognerebbe avere la forza di sfruttarla e superarla nello stesso tempo, siamo legati al mercato, non c’è verso. Uno può scrivere per se stesso, quello non te lo toglie nessuno, ma nel momento in cui ambisci ad essere pubblicato allora devi farti due conti. Che poi anche lì dipende: una Einaudi ti pubblicherà una cosa esotica, una Besa ti pubblica quello che vuoi tu però Besa devi andare tu porta a porta a proporlo. È un processo che piano piano stiamo facendo, però ripeto, da tutte due le parti. Non è solo colpa dell’editoria o del pubblico, stiamo sfruttando a pieno questa dicitura e per il momento ci fa comodo. È vero che anche qui non è che stiamo più in emergenza, però nello stesso tempo si vede che non siamo ancora riusciti ad uscirne noi stessi e ovviamente ci vuole un po’ di tempo perché tutto sommato dobbiamo farlo noi e se uno riesce, se uno ha la forza bene, ma magari finisce tutto in una bolla di sapone. Non sarà così perché ormai tra le seconde generazioni c’è chi ha proprietà di linguaggio italiano, ma ha soprattutto altre ambizioni perché non ha l’urgenza del cibo e dell’affitto; prima o poi si arriverà ad un qualcosa che non saprei nemmeno dire cosa. Anche un Rushdie, è letteratura postcoloniale, ma non mi sembra abbia molto di postcoloniale eppure viene ancora definito così. Un po’ bisogna lavorare, soprattutto da questa parte; per il momento fa comodo a tutte due e lo si sta sfruttando entrambi.

6) Accanto a questa categoria, mi soffermerei ora su un’altra in qualche maniera collegata: la letteratura postcoloniale. Ritiene che se ne possa parlare in ambito italofono? Il numero 4 della rivista, Quaderni del 900. La letteratura postcoloniale italiana. Dalla letteratura d’immigrazione all’incontro con l’altro è dedicato a tale questione. Quale è la sua posizione a proposito?

Non lo so, siamo abituati a intendere la letteratura postcoloniale anglofona, francofona, per cui ha un senso parlarne: paesi colonizzati che hanno fatto le loro lotte più o meno pacifiche o cruente per decolonizzarsi e poi c’è stato un nuovo tipo di colonizzazione, l’imperialismo ecc. La letteratura postcoloniale segue un po’ questo processo storico, diventa un processo culturale e in qualche modo è fortemente in relazione al processo storico, sia nel descrivere la colonizzazione, i sentimenti, sia nel riproporre quelle cose che non sono mai uscite fuori, quella realtà legata a quel tipo di processo. Per l’Italia, sono pochi quelli che possiamo far rientrare [ndr: in questa categoria]. E poi c’è da discutere sul concetto di post: nella letteratura postcoloniale non si parla solo del momento della colonizzazione ma anche della situazione attuale. Oggi però per forza di cose c’è la presenza, c’è tutto quel processo lì, dalla presenza [ndr: storica del colonialismo]alla presenza attuale, ci sono due tipi di presenze. Per l’Italia si può parlare di somali e libici, ma immigrazione libica non ce n’è in Italia; somali un po’ di più, c’è Igiaba Scego che ne parla più da un punto di vista storico. C’è Del Boca che può dire qualcosa.

7) A) A questa questione si collega il tema del colonialismo, di cui l’Africa è stata oggetto per molti secoli. Molti autori africani contemporanei hanno trattato questo tema nella loro scrittura, parlando, più o meno direttamente, dell’eredità coloniale ancora oggi presente. Come si pone nei confronti di questo tema? B)Pensa che la scrittura possa sensibilizzare i lettori, abbia la capacità di renderci coscienti del nostro passato di colonizzatori (mi riferisco in particolare all’Italia, la cui storia coloniale è stata a lungo rimossa o comunque sminuita) e, in un certo senso, di avviare un processo di decolonizzazione delle nostre menti?

Credo nel potere veicolante della letteratura, quasi di mediazione da una parte e di forte impatto dall’altra. Mi impressionano molto più le cose – ho letto molte cose della Cina, ho sentito molte cose, mi interessa molto, ma quello che ho imparato di più è stato dai romanzi, anche romanzi frivoli per così dire, in cui viene fuori il sentimento dell’individuo e quindi della società di rapporto. Quando uno scrittore ti racconta una storia ci sta mettendo tutto, se è bravo ovviamente, – credo sicuramente che più che Italiani brava gente di Del Boca ci vorrebbe un bel romanzo con lo stesso titolo, sarebbe una cosa fantastica, in cui se ne parlasse. Non è che questa operazione serve per forza per denigrare o infierire, perché poi c’è anche quest’altro atteggiamento: io ho discusso spessissimo con le persone che ti dicono che tanto ormai è passato, ormai non mi sento responsabile di quello che hanno fatto 100 anni fa, perché te la devi prendere con me soltanto perché sono stati colonizzatori i miei nonni? Ho capito, però io sono in questa condizione perché i tuoi nonni sono stati colonizzatori, allora non ti devi offendere perché mi riferisco a tuo nonno, non te la devi prendere. C’è questo atteggiamento anche in persone con una certa coscienza politica o culturale, che non sono proprio sprovvisti degli elementi per poter valutare la realtà. Però c’è anche da dire che non c’è chi lo possa fare, almeno per quel che riguarda l’Italia: è passato un po’ di tempo per cui la viva voce ormai sta sfumando, quindi ho paura che ci perdiamo un po’ l’impatto forte. Si, io credo nella riproduzione della realtà per cui ci può anche essere una persona che non ha mai visto un posto e ti ricostruisce perfettamente quel mondo o almeno ti dà quella sensazione, ma allo stesso tempo chi l’ha vissuta ti può dare quel di più che serve a scatenare tutto il resto; oppure ce lo stiamo perdendo, perché già in Libia le giovani generazioni non si ricordano di niente e quello che si ricordano è esclusivamente propaganda e può essere controproducente. Il corno d’Africa, lì c’è molta più probabilità, però diciamo che la maggior parte non stanno in Italia.

8) Ora vorrei dare spazio ad un altro tema centrale: la lingua. Lei è cresciuta in Italia ed ha studiato in italiano; sente l’esigenza di riprendere la lingua dei suoi genitori e arricchire l’italiano con questo apporto? (Va in questa direzione, tra l’altro, anche la scelta universitaria?). Mi ha colpito la frase in Concorso in cui le due sorelle si stupiscono nel momento in cui parlano in arabo: «E poi stiamo parlando in arabo. È da tempo che non ci capita di parlare in arabo tra di noi», come se perdere la propria lingua madre sia come perdere un pezzo di se stessi.

Io ho perso le mie lingue, tra l’altro poco tempo fa mi sono ricordata il perché; mia madre è egiziana, mio padre congolese, io da piccola ho imparato l’arabo perché sono nata Al Cairo e lì siamo rimasti quattro anni. Poi quando ci siamo trasferiti qua ho parlato solo francese, andavo a scuola francese e con mio padre a casa si parlava solo francese. Poi i miei si sono separati e quindi siamo rimasti io e mia sorella con mia madre. Mia sorella era piccolissima ed è stata colpa sua perché lei nella confusione delle lingue non parlava; il medico consigliava a mia madre di parlare solo una lingua e fu scelta una sola lingua, quella della scuola; quindi noi abbiamo parlato a casa solo l’italiano per agevolare mia sorella che non riusciva a parlare. A me sono rimasti in qualche modo sia l’arabo sia il francese, poi li ho ripresi in qualche modo, ma non è tanto il fatto che siano importanti e fondamentali, è il fatto che hai un di più, hai una possibilità in più.
Non è fondamentale per la tua identità, per me né l’arabo né il francese costituiscono un fondamento, una parte essenziale della mia identità, però io sono un’amante delle lingue, per cui sapere, riuscire a capire certe formazioni linguistiche, grammaticali, il lessico, sapere che esiste un altro modo di dire una cosa, che non è un sinonimo, è bello. Come dici piacere nelle varie lingue? Non è la stessa cosa, hanno tutte una sfumatura diversa, il fatto che tu sai che esistono tutti questi modi ti permette qualcosa in più sicuramente, anche quando scrivi cerchi di più; a volte ti viene un’espressione in una lingua, e pensi a come dirlo in italiano, è quello il bello della scrittura. E quella frase lì [ndr: quella citata nella domanda] è funzionale, non è perché io credo che sia fondamentale che le due sorelle parlino in arabo tra di loro, però in quel contesto lì, siccome l’idea era di riprodurre due possibilità di percorsi di seconde generazioni, uno - detta con l’accetta - di negazione del passato e uno di negazione del presente, mi sembrava il momento culminante in cui usano una parte di loro stessi, e in questo caso la parte antica, anche per rinsaldare un rapporto familiare. E lo fai in questo caso attraverso una cosa neutra, perché in questo caso diventa una cosa neutra e non è più il campo di battaglia di tutti i giorni.

9) Quale rapporto con l’editing? Lo chiedo in quanto molti autori stranieri in Italia – anche se non penso sia il suo caso - hanno subito pesanti normalizzazioni linguistiche nei loro scritti.

Non mi è capitato mai, per fortuna. Sono stata fortunata perché ho trovato editor che mi hanno trattata come tutti gli altri, per cui l’operazione di Laterza era mirata ed hanno toccato il meno possibile, veramente è stata una cosa minima. E gli altri sono stati invece divertentissimi, delle cose insospettate, non pensavo che fosse così il lavoro dell’editor, ti cambiano delle virgole, delle parole semplicemente per il suono, non era legata né al tentativo di rendere esotico qualcosa né all’appiattimento. Mi è sembrato un lavoro da editor e quindi da malati di mente, non mi viene nemmeno da dire “questo lasciamelo così”, perché ad un certo punto alzi le braccia, ti arrendi, cose così ti assurde, non capisco che differenza ti fa…però resta è un mondo appassionante.

10) Per chi scrive? A quale pubblico pensa quando compone? Quale rapporto con il pubblico italiano?

Scrivo per quelle due, tre persone che hanno sempre letto le mie cose, che sono parenti, un amico. Non penso ad un target, penso a che cosa mi potrebbero dire quelle persone, sono condizionata più dalle prime persone che mi leggono, che mi hanno sempre letta e quello che potrebbero dire. Adesso sto scrivendo un giallo ed una sceneggiatura: nel giallo devi pensare al pubblico di giallisti - e lì si sono molto condizionata dai miei clienti e dalle chiacchierate che facciamo qui [ndr: in libreria], tanto che i commentini loro mi vengono in mente quando scrivo. La sceneggiatura invece è una commedia sul genere dei racconti di Pecore nere e anche lì, essendo una commedia, devi rispettare i canoni della commedia, pensi più a quello che all’impatto con un pubblico immaginario. Che poi alla fine cerchi di non riprodurre le cose che tu per prima non vorresti.

11) Quali prospettive vede (o auspica) per la propria scrittura? A quale genere letterario si orienta?

La scrittura è per forza di cose un hobby, la mia attività è questa [ndr: la libreria], e quindi mi deve divertire, deve essere un piacere. Mi piace anche non essere dipendente da un editore, a volte capita che ti propongono delle cose, diciamo che preferisco aspettare.

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