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Amin, Amir, Rahim. Parigi (Francia), febbraio 2006 (interviste raccolte da Alessandra Sciurba)

Amin, Amir, Rahim. Parigi (Francia), febbraio 2006 (interviste raccolte da Alessandra Sciurba)

Amin, curdo-iracheno (colui il quale, dopo esserci conosciuti in Square Albine-Satragne, mi ha fatto scoprire il Jardin Villemin)

D. Che posto è questo?

R. Questo è il posto degli afgani.

D. Credi che qui possa trovare qualcuno a cui fare delle domande?

R. Qualcuno parla inglese bene e pure il francese perché questi restano qui per più tempo di quelli di Square Albine Satragne.

D. E tu, come mai parli solo inglese?

R. Io pure sono qui da tanto ma il francese non riesco a impararlo. Ero andato a scuola all’inizio ma mi ci hanno tenuto solo fino al rigetto della mia domanda d’asilo. Niente papier, niente scuola. Se non hai un documento non serve imparare il francese. Non per i lavori che trovi da fare adesso, in effetti. Neppure per quelli che ho fatto da richiedente asilo. A quei tempi avevo un foglio valido con scritto il mio nome e il mio diritto, a tempo, di restare. Ma un richiedente asilo non ha diritto al lavoro. Legalmente non può essere assunto. Ci sono allora le sovvenzioni economiche fatte apposta per lui. 118 euro al mese, per trovare una casa, mangiare, vivere ogni giorno”.

(Dentro il Jardin Villemin, meglio noto, per i migranti che lo abitano, ma anche per molti cittadini francesi, come Guardless Park. C’è una rete da calcio al centro del giardino. Due squadre, di almeno dieci persone ciascuna, stanno giocando. Altri uomini guardano la partita da fuori. Io e Amin Ci avviciniamo. Un amico di Amin accetta di interrompere la sua partita di calcio per parlare con me)

Amir, afghano.

D. Se vuoi possiamo parlare dopo, non hai voglia di continuare a giocare a calcetto?

R. no, va bene, cosa mi vuoi chiedere?

D. Vuoi che andiamo in un caffè?

R. no, grazie, meglio stare qui.

D. Puoi inventare un nome di fantasia per raccontarmi la tua storia. Che nome ti piacerebbe?

R. mmm… mi piacerebbe chiamarmi Amir.

D. Va bene Amir, quanti anni hai, da dove vieni? Hai voglia di raccontarmi il tuo viaggio?

R. Sono afghano e ho 21 anni. Sono arrivato in Francia un mese fa. Qui a Parigi. A Guardless park. Quando avevo nove anni ho lasciato il mio paese e sono andato in Iran per via della guerra tra sunniti e sciiti. La mia famiglia è sciita e ci siamo trasferiti tutti. In Iran ho iniziato a studiare inglese e a fare sport. Ora sono un maestro di Kung-fu…

D. E qui giochi a calcio. Giochi ogni giorno?

R. Si. Ci gioco ogni giorno, sempre. A tutte le ore. Ma a me non piace il calcio, preferisco altri sport. Ci gioco perché qui non c’è mai niente da fare. Ho vinto tante medaglie nel kung-fu. Tantissime. Così tante che non riuscirei a raccontartele tutte, posso dirti solo le più importanti… A 18 anni sono arrivato secondo al campionato del mondo. Quando ne avevo venti ho partecipato ad un altro campionato internazionale e ho vinto una medaglia d’oro. Ma per poter gareggiare con me gli altri dovevano arrivare fino in Iran. Io e la mia famiglia eravamo dei rifugiati e non avevamo documenti per potere andare in altri paesi. Avevo solo un documento dove c’era scritto qualcosa tipo “la polizia non mi deve fare problemi se non ho documenti”.

D. E poi? Quando hai lasciato l’Iran? E perché?

R. fino a un certo punto la mia vita in Iran è andata bene. Poi però ho partecipato a un campionato di kung-fu tra rifugiati e lì, mentre combattevo, ho colpito sull’orecchio un avversario che era afghano come me. Quello è entrato in coma ed è morto in ospedale. Io stavo solo combattendo. Non mi sento in colpa… stavo solo combattendo. Il fratello dell’uomo che è morto però ha cominciato a perseguitarmi. Voleva vendicarsi. Voleva uccidermi. Allora sono dovuto tornare in Afghanistan ma neppure lì ho trovato pace. Per questo ho deciso di lasciare entrambi i paesi, di andarmene lontano. Sono arrivato in Turchia. Ho pagato l’equivalente di quasi 900 euro per il passaggio in macchina. Sono rimasto lì per cinque settimane e poi ho proseguito per la Grecia. Ho attraversato il mare di notte, con una piccolissima barca a remi, senza motore. Eravamo in sei. È pericoloso un viaggio così… è durato circa otto ore. E poi, quando sono arrivato in Grecia, ho capito subito che non potevo restare lì. In quel paese è impossibile avere dei documenti.

D. Dove stavi in Grecia?

R. Vivevo in un posto chiamato Patra, in un villaggio dove c’erano moltissimi altri rifugiati come me. Aspettavamo tutti di partire per l’Italia.

D. Quanto tempo sei rimasto lì?

R. Sono rimasto in Grecia cinque mesi e due settimane. Per tutto il tempo ho cercato un club dove potere praticare il mio sport ma non sono riuscito a trovarlo.

D. Come vivevi? Avevi trovato un lavoro?

R. No, mio fratello mi mandava dei soldi da casa e io cercavo di spendere meno possibile. Li conservavo per partire. Un giorno la polizia mi ha fermato, ma per fortuna non mi hanno preso le impronte digitali. Mi hanno solo dato un foglio di via. Allora ho deciso che era ora di partire e finalmente, una notte, è arrivato il mio turno. Mi sono nascosto sotto un camion che è salpato su una nave. Sono rimasto lì sotto per 36 ore senza mangiare né bere né muovermi.

D. Dove andava quel traghetto?

R. Sono arrivato in Italia, ad Ancona. Lì due poliziotti mi hanno fermato quasi subito, mentre cercavo di capire dove andare in una stazione degli autobus. Ero stanco, affamato, assetato. Mi hanno portato in un commissariato e solo dopo due o tre ore mi hanno dato qualcosa da mangiare e da bere. Questa volta, prima di darmi il foglio di via, mi hanno preso le impronte digitali. Sul foglio c’era scritto che me ne dovevo andare dall’Italia entro cinque giorni. Poi mi hanno portato in un altro commissariato, dove mi hanno fatto delle foto e tantissime domande per sapere come e perché ero arrivato in Italia. Dopo otto ore però mi hanno detto che ero libero e che potevo andarmene.

D. E dove sei andato? R. ho chiesto a un poliziotto dov’era la stazione, gli ho detto che volevo andare a Roma. Il poliziotto mi ha indicato la strada e io ho preso un treno. Ho pagato il biglietto come fanno tutti e sono partito. A Roma però non ho incontrato nessuno con cui potere parlare, nessun rifugiato come me che mi dicesse dove andare. Per questo ho comprato un biglietto per Ventimiglia e poi per Parigi.

D. E quando sei arrivato a Parigi cosa è successo?

R. sono arrivato alla stazione e avevo il numero di telefono di alcuni amici che sapevo che erano qui. Li ho chiamati e quelli mi hanno detto di prendere un taxi e farmi portare a Guardless park.

D. I tassisti sanno che voi chiamate così questo giardinetto?

R. Si, più o meno sanno dov’è. Il taxi mi ha lasciato alla Gare de l’est e io ho trovato Guardless Park. Sono arrivato qui, nel giardino, e ho trovato tutti afghani. Alcuni li conoscevo.

D. E la tua famiglia, nel frattempo?

R. la mia famiglia è sempre rimasta in Iran.

D. Ma sei proprio sicuro che non vuoi andare a prendere un caffè e parlare in un posto più caldo? Fa freddo qui fuori a stare fermi così…

R. No, grazie. È meglio che stiamo qui. Sta arrivando uno in divisa. Cambiamo discorso…

D. Stavi vincendo poco fa? Quando giocavi a calcio, intendo…

R. Si, certo, ma sai, a me non piace il calcio

D. E’ andato via… ma quanti siete a vivere qui?

R. Nel parco ci sono persone dell’Iran, del Pakistan e dell’Afghanistan. Forse c’è pure qualche africano. Siamo circa 100. Qualcuno di noi dorme per strada, io dormo qui dietro in una tenda con altri. Altri ancora vanno a dormire in un “campo” qui vicino. Ci sono tre “boss” di questo campo. Uno è nero e uno è arabo, vengono e portano la gente a dormire in quel posto. Di notte il parco è chiuso. Chiude alle sei.

D. Come fate per mangiare? R. Per mangiare si mangia in chiesa solo la sera. Durante il giorno chi ha soldi si compra i panini dai turchi qui vicino che fanno pagare poco. Nessuno lavora. La maggior parte degli uomini è qui da un mese, massimo da tre. Ma qualcuno è qui da un anno anche. Stanno in questo giardino perché qui stanno tra di loro, giocano a pallone. Ma soprattutto stanno in questo giardino perché non c’è nessun altro posto dove andare. Tutti i giorni sono uguali qui. Tutti i giorni sono uguali. Ma se esci e te ne vai in giro è pericoloso. Meglio restare qui dentro.

D. Per questo non vuoi andare a prendere il caffè?

R. Si. Per questo.

D. Ma adesso che prospettive hai? Cosa pensi di fare? R. Io voglio lasciare questo paese e trovarne uno dove mi diano dei documenti per un anno o due. Ma vorrei dei documenti che mi permettano di tornare in Iran di nascosto a trovare la mia famiglia e poi venire via di nuovo. Alcuni dei miei amici sono riusciti a restare in Francia quattro anni ma poi li hanno deportati in Afghanistan. C’è una poliziotta in bicicletta. Non la guardare. Aspetta un attimo…

D. Ecco, se n’è andata. Ma vengono spesso i poliziotti qui?

R. La polizia viene qui solo qualche volta e ti chiede da dove vieni. Gli devi dire che vieni dall’Iran o dal Pakistan. Allora al massimo ti portano al commissariato, ti prendono le impronte e poi ti lascano con il foglio di via. Se dici che sei afghano invece ti deportano indietro. Dobbiamo dire bugie, capisci?

D. Ma non vi allontanate mai da questo giardino?

R. Fuori da questo giardino è meno semplice, molto più pericoloso. Finché resti qui alla fine non ti succede niente.

D. E tu pensi di restare sempre qui?

R. Forse andrò di nuovo in Italia e dirò alla polizia che voglio restare lì.

D. Ma tu qui cosa aspetti?

R. Non lo so. È che non ho dove andare.

D. E gli altri?

R. Credo che alcuni vogliano andare in Inghilterra. Altri in altri paesi. Altri ancora, alla fine, restano qui. Capita che delle persone vengano qui e ci dicano che per noi sarebbe meglio andare alla questura e chiedere asilo, cercare di avere dei documenti, dare le impronte, per avere qualche soldo e un posto dove dormire. Ma noi sappiamo che se chiedi asilo qui passi dei mesi di inferno uguale. Aspetti e aspetti e alla fine ti dicono sempre che non sei un vero rifugiato. Allora perché farlo? Non ne vale la pena. Poi io penso che quelle persone siano pagate, magari direttamente dagli Usa, e che il governo gli dia soldi se noi andiamo a farci segnalare in questura. Qualcuno mi ha detto così. Io ci credo.

D. Forse però te lo dice qualcuno che ha interesse a che tu continui il tuo viaggio, magari qualcuno a cui daresti soldi per lasciare la Francia, magari ti convince che qui non ci sono possibilità anche se magari qualcuna invece c’è…

R. Ma per andare in Inghilterra non servono soldi, nessuno si fa pagare per questo e nessuno viene qui a cercarti per fartelo fare. Basta arrivare a Calais, aspettare il camion giusto e metterti sotto…

D. Non ti credo, so che non è vero… e se fosse così, allora, cosa state aspettando tutti qui?

R. Che il tempo migliori, che diventi più caldo. Però sai, anche adesso a Calais ci sono tantissime persone come me, rifugiati…

D. Lo sai perché ci sei andato?

R. Ma no. Io sto sempre dentro questo giardino.

(Amir non ha fretta. Sono io, dopo un po’ di silenzio, a dirgli che se vuole va bene così, ho finito di fargli domande. Va bene, non mi dice altro. Torniamo verso il campetto. Gli chiedo se pensa che qualcun altro abbia voglia di parlarmi. Dice che si può provare. Mi lascia tre metri indietro, mi fa segno di aspettare. Torna scuotendo la testa e mi dice di tornare l’indomani verso le quattro del pomeriggio che nel frattempo lui cercherà qualcuno. Lo ringrazio e sto per andarmene, ma intravedo tra gli spettatori della partita un ragazzo molto giovane che non guarda il campo di calcio ma guarda verso di me e sorride).

Rahim

D. Hai voglia di parlare con me?

R. Si, non c’è problema.

D. Vuoi che restiamo qui o vuoi che andiamo a prendere un caffè?

R. No, restiamo qui.

D. Ci avrei scommesso. Io scriverò la storia che mi racconterai, se non ti dispiace. Vuoi inventare un nome? Puoi scegliere di avere il nome che vuoi.

R. Mi chiamerò Rahim. Ho 16 anni.

(E si vede. Ha un paio di jeans sdruciti come vanno di moda, delle scarpe da tennis colorate, una maglietta azzurra e un giubbottino rosso e nero. Potrebbe sembrare un ragazzo benestante di qualche famiglia francese, se non fosse per i suoi occhi allungati e soprattutto per il fatto che ci sono meno tre gradi e vestito così sta tremando di freddo. Inizia a parlare senza che io gli faccia delle domande. Ha capito perfettamente cosa gli sto chiedendo di raccontare).

R. Sono arrivato a Parigi da due giorni ma ho lasciato l’Asia un anno fa. A causa di alcuni problemi, difficoltà…Non per la fame. Molti partono dal mio paese semplicemente perché hanno fame ma io no. Io ero ricco. Mio padre era ricco e per questo i talebani lo hanno ucciso e si sono presi tutte le cose che erano sue. Ma forse ci sono anche altre ragioni. Mio zio è un uomo potente, vicino ai politici importanti, c’erano dei giri strani… un amico di questo zio si chiama Cornelus ed è il capo. Controlla tutto, soprattutto la polizia. Quando sono andato da lui a chiedergli chi avesse ucciso mio padre quello mi ha detto che se non me ne andavo subito dal paese avrei potuto andare a chiederlo direttamente a lui nella tomba. Io non me ne volevo andare ma mia madre e le mie sorelle mi hanno detto che avevano già perduto mio padre e non volevano perdere anche me. Con queste parole mi hanno convinto e sono partito in macchina per il Pakistan pagando molti soldi. No. Non so fare l’equivalente in euro. In Pakistan avevo una zia che mi ha fatto andare a un corso di inglese e mi ha trattato bene. Ma io volevo tornare nel mio paese. Volevo solo tornare nel mio paese anche se mia zia non voleva. Solo dopo i talebani hanno mostrato il loro vero volto.

D. Mi sto un po’ perdendo con la storia. Dammi un po’ di date… quanti anni avevi quando eri in Iran?

R. Non lo so bene neanche io… non riesco mai a fare bene i conti con la mia età ma se vuoi possiamo andare in un internet point perché un mio grande amico, un afghano, uno di cui mi fido ciecamente, ha scritto per me tutta la mia storia con i tempi le date e tutto il resto. Lo ha fatto perché così la posso usare per chiedere asilo politico.

D. Ma all’internet point ci puoi arrivare?

R. Si, è qui attaccato. Fuori dal cancello a sinistra.

(Accetto, anche perché fa troppo freddo e lui trema. Almeno camminiamo e dentro l’internet point andrà meglio. Mi stupisce la disinvoltura con cui questo ragazzino arrivato solo da due giorni ha trovato il posto del computer e ha fatto amicizia col proprietario. Non è molto bravo a usare yahoo anche se ha una casella di posta. Lo aiuto ad aprire il documento. Sta in una mail il cui campo dell’oggetto è contrassegnato da un “Hello!” . Lo stampiamo:

“Afghanistan is the country in wich in the various periods as “communist governement”, harmful internal wars, the “Islamic Imarat” of Taliban, “Islamic Transitional Government” of Afghanistan and recently the presente “Islamic republic of Afghanistan” have been flowed during three last decades. But in three fist periods, the civilians were only the witness of the coninous streams of blood of thousands of innocentman and the victims of the wars. The violence hit to the pick during the extremist Taliban’s governing. In result, the violence is common, human killing is a simple occurrence and the civil and human rights are not meant to them and other uncountable sabotages wich can’t be put in the form of “words”! unfortunately, the smoke of the wars caused our eyes blindness and the skirts caught fire and it is some thing natural that we couldn’t be saves from the non-humen treats! And this is my past situation and the cause of my migration as below: I was borne in 1988 in the “Paitangi” village, Jaghori district of Ghazni province but, i wish I was never borne!!! In 1996 my father, due to being rich and anheriting landforms from my grandfather, was kidnapped by some of the relatives with the co-operation of the civilian rulers and until now there is no sign of him. One of those who were playing the main role was “Karlos”, one of most notorious guys in the area. In April 1998, on the base of the propaganda of some people, I was sent to the prison of “Sanghemasa” in crime of having a gun (Kalashnikov) for a month and after my realization, I was blackmailed to death if I would have stayed in the area. I stood against a thema but i was firmly hit that at last i was compelled to leave my motherland. In June 1998, I went run away to Pakistan but my old mother with three younger brothers left there. Up to 2001, I was there when 11 September disaster occurred and the extremist Taliban shown their real face. This caused Afghanistan’s history course to be changed and after the answer of America to the fundamental Al Qaida, the hope of live existed and I went back to my country and took decision to tolerate any kind of hardships but I suffered more than the first time and I got my family under a kind of slavery of those who cause the blackness in my family life. The first night that I got home they came and after treating me in a serious way, said “you are supposed to leave here by tomorrow and never come back or you will lose your family members before getting in here”. My mother got no way but compelled me to run away and I would be better than all being killed. I came to Iran and until recent I was there but Iranians tret with us as “Keshataria”s with “Shudra”s in ancient India. Then I came toward civilized and humanitarian societies so that I could get the chance of living. I hope the honorable government to award me the right of living and may the day reach that I serve this country until the flow of my last droop in the blood”.

D. Allora Rahim, mi racconti il tuo viaggio dall’Iran?

R. In Iran sono rimasto otto mesi, poi sono andato in Turchia. Lì sono rimasto solo una settimana e poi sono partito per la Grecia con una piccola barca a remi. È un tragitto molto pericoloso. Il 19% di noi muore facendolo…In Grecia sono rimasto tre mesi e lavoravo in nero per i turisti in un albergo. Poi me ne sono andato da lì perché lì i documenti non te li danno e se te li danno fanno schifo e se poi ti vuoi sposare nel tuo paese non puoi fare venire tua moglie con te…

D. E allora cosa hai fatto?

R. Sono arrivato in Italia, ad Ancona. Mi sono nascosto sotto un camion che si è imbarcato dalla Grecia all’Italia. Sono rimasto lì per decine di ore. Quando è sbarcato sono andato io stesso a cercare la polizia perché avevo freddo. Io non lo sopporto il freddo. Posso stare cinque giorni senza mangiare e non c’è problema, ma il freddo mi uccide, è troppo più forte di me.

D. E la polizia? Cosa ti ha fatto?

R. Mi hanno portato al commissariato e mi hanno preso le impronte digitali. Io gli ho detto che ero minorenne ma gli ho anche detto che tanto in Italia non ci volevo restare. Per questo non ho chiesto asilo e ho lasciato che mi dessero un foglio di via, come a un adulto, e mi rilasciassero. Me ne sono andato a Roma in treno e poi sono andato a Piramide dove c’erano altri rifugiati come me. Lì ha incontrato Susanna, un’avvocatessa italiana simpatica che mi voleva aiutare. Susanna mi ha spiegato che da minorenne potevo restare in Italia e che in ogni caso doveva chiedere asilo che c’erano buone possibilità.

D. E perché hai deciso di non seguire il suo consiglio?

R. Perché l’ho guardata e le ho chiesto: “ma puoi promettermi che avrò un documento e starò tranquillo?” e Susanna mi ha risposto che no, poteva sperare ma non poteva promettere nulla. E me ne sono andato perché avevo già deciso di fermarmi solo in un posto dove poter essere sicuri di non essere più mandati via. Anche Maria Teresa, la signora simpatica di una chiesa di Roma mi aveva consigliato di restare e chiedere asilo e mi aveva anche spiegato che una volta che la polizia mi aveva preso le impronte in Italia da qualunque altro posto di Europa mi avrebbero rimandato lì. Ma o sicurezze o tanto vale provare. E così ho fatto il biglietto per Ventimiglia ma ha sbagliato e sono finito ad Alessandria…una città che si chiama come te! Alla fine sono arrivato a Parigi, due giorni fa.

D. E come hai fatto ad arrivare qui a Guardless park?

R. Quando sono arrivato alla stazione ho chiesto subito a un tassista di portarmi a Guardless park. Me lo avevano detto a Roma che dovevo andare lì. Però il tassista mi ha lasciato alla Gare de l’Est e io non sapevo più da che parte andare. Ho incontrato un pakistano, gli ho detto che dovevo andare a Guardless park e lui mi ha detto di seguirlo. Però mi ha portato nel posto sbagliato, mi ha portato nel posto dei curdi, square Albine-Satragne… quando sono arrivato lì era notte e non ho visto nessuno. Però un uomo bianco, vecchio, uno che aveva circa 40 anni, è venuto incontro e mi ha chiesto se aveva freddo. Certo che avevo freddo! E gli ho risposto di sì. E allora lui mi ha detto di seguirlo. Era strano e gli ho chiesto dove voleva portarmi. A casa mi ha detto di seguirlo in un centro di accoglienza e io ho pensato che va bene, tanto valeva andare… poi però è arrivato pure un curdo e mi ha chiesto se venivo dall’Afghanistan. Gli ho risposto di sì, che era da lì che venivo e allora lui mi ha spiegato che il “posto degli Afghani” non era lontano. Alla fine sono arrivato davanti al giardino dove ci siamo incontrati ma era chiuso perché chiude alle sei. Ho visto che lì davanti c’erano tre tende e ho chiesto a qualcuno se potevo dormire lì. Mi hanno risposto che non c’era posto ma potevo provare più avanti, lungo il canale, sotto il secondo ponte. Sotto il secondo ponte ci sono due tende e alcuni che stanno sotto il cielo. Dentro una tenda mi hanno fatto infilare. Eravamo otto. Ma se vuoi te li mostro tutti questi posti.

D. Ma tu adesso cosa pensi di fare? Dove vuoi andare?

R. Mi servono 400 euro per arrivare in Inghilterra. Devo pagare i curdi.

D. Qualcuno mi ha detto che non c’è bisogno di pagare per andare in Inghilterra…

R. Scherzi?! Certo che devi pagare. 400 euro, aspetto che me li mandino da casa.

D. Perché l’Inghilterra, Rahim?

R. Perché so di amici che hanno lavorato lì come clandestini per anni e non se la sono passata male, di tutti i posti dove devi vivere senza documenti quello è il migliore…

D. Sei sicuro?

R. No. Ma che devo fare? Dove devo andare?

D. Credo di essere un po’ come Susanna. Una che ti vorrebbe aiutare ma che può solo spiegarti come stanno le cose…

R. Lo so…

D. Si può parlare con le associazioni di sostegno ai migranti che ci sono qui a Parigi, tu sei minorenne, hai delle possibilità, almeno prima di partire ancora valuta tutte le alternative.

R. Ascoltami tu, se resto qui mi tengono fino a quando faccio 18 anni e poi mi mandano via, sicuro, mi riportano in Afghanistan e io là non ci posso più tornare. Se invece chiedo asilo qui e vado alla polizia, nella migliore delle ipotesi mi riportano in Italia perché vedono che ho dato lì le mie impronte digitali, come dice Maria Teresa. Quindi me ne devo andare. Andare, andare, andare. Non si può tornare indietro.

D. Sei stanco?

R. Si. Stamattina ho dovuto svegliarmi alle sei perché ho dormito non per strada ma in un campo dove ci sono dei letti. Poi all’alba ti fanno alzare e devi tornare al giardino ma a piedi perché la sera l’autobus c’è ma la mattina presto invece no…

(siamo usciti dalla brasserie, camminiamo fino a tornare davanti al giardino)

R. Ecco, guarda, quelle tende, di fronte all’ingresso, ci dormono circa 25 uomini anche se sono solo due. Qui mi hanno detto che non c’era posto. E ora ti porto dove invece mi hanno fatto dormire, ma è a dieci minuti da qui. Va bene? ( ci avviamo lungo il Canal Saint-Martin )

R. Ecco qui è dove ho dormito l’altro ieri, la mia prima notte a Parigi. Sai, sotto il camion con me c’era anche un mio parente lontano, un amico però. Lui è morto perché non ha fatto abbastanza attenzione ed è caduto. Devi tenerti forte quando sei sotto il camion. Cosa devo fare? Sono confuso, non sono sicuro. I miei amici mi hanno detto che non devo farmi riportare in Italia. Loro hanno aspettato un documento per due anni ed è stato inutile. E per due anni hanno vissuto malissimo. Se rimango qui invece, io sprecherò il mio tempo. Posso andare a scuola, magari avere una casa e degli amici. Ma solo perché ho sedici anni. Cosa succederà quando ne avrò diciotto? Mi riporteranno in Afghanistan, dovrò lasciare tutto, sarà stato tutto inutile.

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