Nella stessa rubrica

Intervista a Kaha Mohamed Aden (di Floriana Liparini, Italia, marzo 2011)

Libri di frontiera (puntata di Passpartu’, Italia, 2010)

Intervista a Ingy Mubiayi Kakese (di Silvia Camilotti)

L’amore e gli stracci del tempo. Intervista a Anilda Ibrahimi (video, Italia novembre 2009)

Cristina Ali Farah: un’intervista

Per me nessuna città (racconto di Idolo Hoxhvogli)

Kúmá. Creolizzare l’Europa

Intervista a Anilda Ibrahimi (luglio 2008)

Come un cioccolatino fondente (di Angela Roig Pinto, 2009)

Dialogo a distanza con Gabriella Ghermandi (luglio-novembre 2008)

Per me nessuna città (racconto di Idolo Hoxhvogli)

Idolo Hoxhvogli, Per me nessuna città, in AA.VV., Tutta mia la città, Giulio Perrone Editore (LAB), Roma 2008. Idolo Hoxhvogli, Per me nessuna città, ‹‹La farfalla››, n. 13, 2009.

Per me nessuna città

Mi porto dietro una storia che non ho vissuto. La storia di una parte di mondo, e del suo coperchio, un cielo di nuvole bugiarde. Dietro questa terra asperità timide, di là un mare non troppo pescoso, ma di secolo in secolo solcato da viaggiatori con abiti sempre diversi, e dal sorriso comunque beffardo di colui che non sente il sale nelle ferite. I denti gialli di vivande, più su capelli odorosi di vita vissuta. Mi porto dietro una lingua che non ho mai parlato. Tra le voci del mondo la mia è senza terra. Tra melodie inascoltate la mia è silenziosa. La narrazione di una stella non le ha dato uno strumento, nemmeno usato. La tessitrice non un filo nella trama. Un Dio può non dare un’origine.
Volevo parlarti di me, come le parole sanno fare, ma dove le parole non sanno arrivare: alle cose, al movimento interno che anima una personalità, e dove in penultima istanza trovano ragione e fondamento gli atti, i gesti e lo sguardo di un individuo. Il retroterra che mi precede e sostiene pericolosamente non lo puoi conoscere, se non nella misura in cui la percezione e lo sguardo lo sfiorano. Non sarà che una tematizzazione solo irriflessa, leggera e sviante rispetto a ogni possibile intuizione. Un retroterra di solitudine e violenza, fuori dalle mura amiche.
Essere considerati diversi è di per sè una violenza: psicologica, in quanto scheggia la sensibilità dell’individuo, modifica negativamente un suo possibile stato di serenità, frantuma l’atmosfera di vita; fisica, perchè a una considerazione di diversità segue un allontanamento corporeo della persona considerata diversa. Il silenzio assordante dell’indifferenza o il fragore schiamazzante ed umiliante della percossa fisica. Entrambe le possibilità non sono state risparmiate. Nell’infanzia sono stato quotidianamente umiliato, picchiato, offeso e deriso a causa di un cognome non conforme all’italiano canonico. Un cognome che rimanda ad origini – in questo preciso momento storico – considerate malfamanti. Per me nessuna città.
Pugni, calci, sputi e molto altro costituiscono il ricco repertorio di ciò che ho subito. Senza che nessuno mi difendesse. Nella solitudine esterna alle mura amiche. C’era una volta il proprietario di un bar. In una traversa che buttava in via Mauro Macchi lui e il suo bar. Insinuò che andassi in giro con un coltello. Ero solo un bambino, non sapevo neppure tagliare il pane.
Come sai, o forse hai inteso nel corso di un’esistenza non infame, un momento della storia è qualcosa che ha senso nella vita di un uomo. Una singola frazione di questo naufragare è funzionale ad una valutazione che può essere, lei sì, infame. E quanto questa singola, minuscola infamia possa essere tragica un uomo può saperlo. È come il profumo d’un fiore amaro, il quale lascia dietro sé il ricordo deluso di un possibile prato, in cui come i fili dell’erba si è tutti uguali.
Mi ricorderò sempre il giorno in cui orinarono su un mio cappello, giallo, lasciato malauguratamene solo. Stropicciato, come il mio corpo dalle percosse, zuppo, come il mio cuore, lo trovai ed abbandonai. Ed ero solo un bambino, nato sulla sponda opposta del fiume. Per me nessuna città.
Alcuni bambini pensano che gli albanesi siano indiani. Devono averglielo insegnato i genitori. Fanno bene. È vero, sono indiani. Gli albanesi sono indiani. Siamo tutti uomini. Sono indiano, sono ariano, sono ebreo, sono un negro, sono parte di una totalità che comprende infinite possibilità. Un turco è tedesco, un tedesco è ebreo, un ebreo è italiano, un italiano è albanese. Si fa l’amore tutti quaggiù, da milioni di anni: com’è possibile pensare di essere qualcosa di puro? Da bambini ci si sente uguali agli altri, non ci si accorge di essere considerati diversi. Razzismo non è considerare l’altro inferiore, ma considerarlo diverso.
All’origine vi è l’umanità, all’interno della quale avviene la discriminazione: qui si consuma la tragedia, si ha la statuizione del criterio che discrimina. Stabilite le discriminanti si separano le parti, viene compiuta la separazione. Dalla separazione nasce l’intolleranza: una parte, o entrambe, non vuole il contatto con l’altra. L’esasperazione dell’intolleranza genera il fanatismo. Perchè questo? Il seme è nell’interpretazione della differenza come negativo: possibile conseguenza nel riconoscimento della differenza. Dalla differenza alla difformità, dalla difformità al contrasto, dal contrasto al conflitto, dal conflitto alla violenza. Ecco come errate declinazioni concettuali possono avere conseguenze nefaste.
Mi sento uguale agli altri, ma gli altri mi considerano diverso. Questa è la logica paradossale e contraddittoria del razzismo. Logica però contraddittoria solo sul piano teoretico, perchè in quello reale si tramuta in violenza. Cosa c’è di più reale della violenza? Ti fa ricordare di essere al mondo, ti fa ricordare che gli oggetti e le persone possono essere ostili, anzi, che lo sono in maniera più che costitutiva. Il malanimo, l’inimicizia che attraversa l’umano come il soffio primigenio quando diede vita, rende la coscienza quotidiana straripante di un solo dubbio, capace nella sua singolarità di tracimare rispetto agli angusti spazi del logos diurno: da dove tale schiaffeggiante malevolenza? Quel soffio, narrato con facilità eccessiva come magico e leggero dono originario, è forse la strenna ubriaca dell’afflato divino. Non respiro, ma esalazione che ha reso il fango animale, piuttosto che anima.
La mia vita? È lunga quanto il petalo di un fiore. Perchè raccontare il passato? Perchè il passato può non essere oltrepassato. Piuttosto è probabile che rimanga lì, inespresso ma operante nel fare quotidiano, nell’interpretazione che si dà agli avvenimenti. Il passato è l’atmosfera del presente. Il presente, si sa, deve molto a ciò che è stato. Ma quanto il passato deve al presente? Forse il pesce può perdere l’acqua in cui nuotare.

Spesso, alcuni, trattando di una filosofia della storia, non si accorgono che solo stanno trattando del suo concetto: del concetto di storia, piuttosto che della storia. Ma tanto più grave è la deviazione, non linguistica ma sostanziale, quanto maggiore è originariamente l’afflato da cui questo logos è sorto: il tener conto del patire. Una filosofia della storia – nella misura in cui diventa filosofia del concetto di storia – nel momento in cui apre la bocca, come voleva un poeta, già parla al vuoto. Troppo veloce è il gallo. La cocaina della loro filosofia è il Senso: appena gli sembra di intravederne uno il suo eccitamento assomiglia alle convulsioni deformi di una puttana drogata, e poi stuprata. Abusata da coloro che di quel Senso sono i portatori. La storia, proprio da quell’eccitante concetto che è altro da sé, viene brutalizzata. Il Dio stesso non riesce, se non nella sua mistificazione dottrinale, a non trattarla come una sgualdrina. Lo strazio poi ha buon gioco nel passaggio dalla teoresi alla prassi. Smesso l’orgasmo stridulo, metallico, del concetto, ha poi inizio la consuetudine lacerante del fatto. Il cadavere è irriconoscibile.
Filosoficamente non si può affrontare il reale solo nel sapere, ma anche nel patire. Perché anche nel patire è il sapere. Tener conto della fatticità non è un’operazione teoretica, ma storica. È nella misura in cui il concetto di storia non affoga nella bava del sofferente che si vede la sua pregnanza. Non la storia deve farsi concetto, ma il concetto semmai farsi storia. Che si lasci almeno, seppur senza padre, partorire dalla madre. L’alternativa? Dall’aquila all’aquilone. L’aquilone poi, sgozzato.

Il progetto
Français
English

Interviste e racconti
Africa
Europa
Nord America
Sud America
Australia
Asia

Politiche migratorie e dispositivi di controllo
Interviste e documenti
Cronologia

Immagini e Video
Video
Immagini

Links
scritture migranti
escrituras migrantes
Passaparole Milano

Iscriviti alla Newsletter