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Evidentemente desidera farlo sapere in tutti modi, la Libia, che sta collaborando con l’Italia e l’Europa nella guerra comune contro i migranti. Ieri l’ha fatto inviando un video al quotidiano La Repubblica in cui pubblicizza le sue modalità di bloccare in mare i migranti e riportarli indietro. “Tornare a casa sano e salvo è meglio di morire. O vuoi morire?” dice una voce dalla motovedetta libica rivolgendosi a uno dei migranti che guidano il gommone. Subito dopo, le immagini del gommone che si accosta alla motovedetta e che viene trainato di nuovo verso….

Già, verso dove? Questo non ci è dato vedere nello spot pubblicitario inviato ieri e subito mandato in onda da alcuni telegiornali italiani serali. Ma stando attenti alle dichiarazioni che si possono ascoltare qua e là nelle innumerevoli occasioni pubbliche in cui in questi giorni le voci ufficiali del governo libico possono farsi sentire, ci si può ben immaginare che il prossimo spot ci permetterà di vedere questo “dove”. Qualche campo allestito in fretta, in cui far entrare rappresentanti e portavoce dei diritti umani, commissari europei, ministri italiani, e alcune belle immagini con cui sigillare, con buona pace di tutti, l’accordo sull’esternalizzazione dell’asilo.

L’ha affermato per primo l’ambasciatore libico in Italia, Hafid Gaddur, il 14 maggio, in occasione della consegna di tre motovedette italiane al governo libico: certo la Libia non ha ancora ratificato la Convenzione di Ginevra, ma il dibattito è in corso, questa grossomodo la sua dichiarazione. Rilancia il ministro degli interni italiano, Roberto Maroni, rivolgendosi soprattutto all’Unhcr, a cui promette l’impegno italiano per far riconoscere ufficialmente alla Libia il suo lavoro di riconoscimento dei rifugiati. Così, di strappo in strappo, l’Italia si sta aprendo il varco per ripetere dall’altra parte della costa settentrionale dell’Africa quello che è già avvenuto in Marocco. Una sede ufficial-ufficiosa dell’Alto commissariato per i rifugiati con il compito di selezionare, tra i migranti e gli stessi potenziali rifugiati, quelli da riconoscere, per poi bloccarli in Africa, o, come si sente dire qua e là in questi giorni, offrirli alla grande ospitalità dei vari paesi europei. In Marocco, il risultato, per molti anni, è stato quello dell’invenzione di una nuova “categoria”, quella dei “rifugiati sans papiers”, obbligati dal foglio di riconoscimento dello status di rifugiato a permanere sul territorio di uno stato per il quale erano privi di permesso di soggiorno e che li impacchettava ad ogni rastrellamento di sans papiers, deportandoli insieme agli altri, salvo poi liberarne uno o due quando arrivava una timida telefonata da parte dei rappresentanti dell’Alto Commissariato.

Le belle immagini, però, saranno e continueranno ad essere solo uno spot. Dietro ad esse, la realtà dei veri campi già da anni funzionanti in Libia e in questi giorni “debordanti” come, sempre ufficialmente, il governo libico ha già fatto sapere a quello italiano dopo i primi respingimenti. Ma, soprattutto, dietro ai pochi rifugiati riconosciuti, tutti gli altri esseri umani. Cosa che nessuno, in questo periodo, osa ricordare. I diritti umani, e tra di essi il diritto d’asilo, servono, infatti, da non pochi anni, anche a questo: ad essere sbandierati e accordati a qualcuno per far diventare “non-umani” tutti gli altri.

(19 maggio 2009)

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