Nella stessa rubrica

STORIE MIGRANTI PROMUOVE UN’INCHIESTA SULL’“EMERGENZA NORD AFRICA”

La rotta balcanica (puntata radiofonica di Passpartù, dicembre 2011)

Violences policières à Calais : un rapport et des vidéos (France, Juillet 2011)

Droits de l’Homme à la Frontière Sud 2010-2011 (Dossier, APDHA, juillet 2011)

L’Europe vacille sous le fantasme de l’invasion tunisienne (raport Anafé-Gisti à la frontière franco-italienne) (avril 2011)

Joy: come lo Stato “motiva” la propria assoluzione (Italia, marzo 2011)

Passpartù 20: Accoglienza a microonde (trasmissione radiofonica, Italia, febbraio 2011)

Lampedusa: la frontiera bruciata (febbraio 2011)

Detained Lives (Uk, London Detainee Support Group, 2009-2010)

Seeking safety, finding fear. Refugees, asylum-seekers and migrants in Libya and Malta (Amnesty International, December 2010)

Italia Libia: patti di guerra (maggio 2009)

Dopo gli spari , i respingimenti. Non ha limiti ormai il “patto di guerra” stretto tra l’Italia e la Libia. Cinquecento migranti in quattro giorni. I primi respingimenti risalgono a giovedì 7 maggio, quando le motovedette della guardia di finanza e della guardia costiera che avevano preso a bordo i migranti di tre imbarcazioni soccorse nelle acque di salvataggio di Malta (zona Sar) li hanno riportati in Libia. In quattro giorni, però, nonostante l’insorgere del Vaticano e le critiche dell’Alto commissariato per i rifugiati, sono diventati un’abitudine. Un altro respingimento è avvenuto ieri, sabato 9 maggio, e, subito dopo, il respingimento di oggi, domenica 10 maggio. Per la gioia del ministro Maroni, che sin da giovedì ha definito “storica” l’operazione condotta dalla guardia di finanza.

"Per la prima volta nella storia siamo riusciti a rimandare direttamente in Libia i clandestini che abbiamo trovato ieri in mare su tre barconi. Fino ad adesso dovevamo prenderli, identificarli, mandarli nelle nazioni di origine...”, ha dichiarato Maroni. Già, un lavoro troppo faticoso quello del rispetto dell’umanità e dei diritti all’esistenza delle persone. Meglio ammucchiarle su una nave e riportarle tra i campi di detenzione libici, dove violenze, violenze sessuali, torture, morti, sono la regola, come raccontano ormai da anni i migranti giunti in Italia attraverso l’isola di Lampedusa. Che poi le regole internazionali sottoscritte dall’Italia non prevedano queste “svolte storiche” non importa. Di svolta in svolta, a partire dal 2004, quando da Lampedusa partirono i cargo di deportazione verso la Libia, e vennero deportati in pochi giorni più di 1000 migranti, l’Italia si sta aggiudicando il primato nel pur competitivo gioco delle “svolte storiche” che i vari stati membri dell’Unione europea hanno inventato da anni sulla pelle dei migranti.
Un breve riassunto, per rinfrescare la memoria di queste tappe del gioco di guerra.
Autunno 2004: si inizia da Lampedusa, la prima deportazione dell’Italia repubblicana, verso la Libia, ovviamente, dove più di 100 dei mille deportati muoiono nel deserto. Autunno 2005: è la volta della Spagna, ai confini con il Marocco. Questa volta si spara, a Ceuta e Melilla, le enclaves spagnole in territorio marocchino, contro i migranti che in gruppo cercano di superare le barriere. 14 i morti ufficiali. E dopo la parentesi del massacro egiziano, nel dicembre del 2005 – 150 i morti secondo fonti ufficiose tra i rifugiati sudanesi che si erano accampati davanti alla sede dell’Acnur -, parte la prima missione dell’esercito europeo, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne (Frontex), nell’estate del 2006, con i pattugliamenti congiunti lungo le acque della Mauritania e del Senegal per bloccare i viaggi verso le isole Canarie. Da allora, le missioni di pattugliamento sono diventate numerose e hanno coinvolto mari diversi, non solo l’Oceano Atlantico, ma anche l’Egeo e il Mediterraneo. Ma le acque non bastano, l’invasione arriva alle spiagge: non si arresta soltanto chi non è ancora partito, si spara anche su chi si appresta a farlo. E’ il Marocco, per difendere la Spagna, nel gioco di questa strana guerra contro le persone in cui ognuno difende i territori degli altri, che lo fa per primo nell’estate del 2007. Sulla spiaggia di Layounne per impedire la partenza di 37 persone le forze dell’ordine marocchine sparano il 31 luglio sui migranti in fuga: due morti e due feriti gravi. Nel frattempo, su volere dell’Italia la Libia continuava a costruire campi, a imprigionare, a deportare. Probabilmente, anche ad accettare qualche respingimento o qualche riaccompagnamento in mare, come si evince dalle testimonianze dei migranti arrivati in Italia ma pure dalle dichiarazioni di Fassino che non trova nulla di male nella svolta storica voluta dal ministro Maroni e, soprattutto, ricorda a Maroni che non è affatto storica. Ma solo ora, da quando il “patto di amicizia” per i risarcimenti del periodo coloniale è stato dapprima siglato e poi ratificato da entrambi i paesi, il patto di guerra può divenire davvero operativo e ufficiale. Si era cominciato con gli spari sulle spiagge di Zuwara, per bloccare i gommoni, poi si continua con i respingimenti, dal momento che non sempre si può sparare. Anche in questo caso l’Italia e la Libia potrebbero avere qualcosa d’apprendere dalla Spagna e il Marocco: se si vuole sparare in continuazione, infatti, bisogna appostare l’esercito sulle spiagge, come il Marocco aveva fatto sul suo litorale dopo Ceuta e Melilla.

“È l’ordine più infame che abbia mai eseguito” dice uno degli uomini della guardia di finanza o della guardia costiera che hanno eseguito la prima operazione di respingimento giovedì scorso nella testimonianza a Repubblica che qui pubblichiamo. Agli ordini, però, qualche volta ci si può rifiutare di obbedire, ricordava già Hannah Arendt in occasione di un’altra svolta storica.

Pubblichiamo qui anche la lettera apparsa sul Manifesto di sabato 9 maggio, scritta da Dagmawi Yimer che i campi libici li ha conosciuti e che, insieme ad Andrea Segre, per raccontarli e farli raccontare ai suoi compagni e alle sue compagne di campo ha girato il film “Come un uomo sulla terra”.

(Federica Sossi, 10 maggio 2009)

Dagmawi Yimer:

«Io, sopravvissuto, vi racconto la non vita nei lager del deserto» L’ipocrisia europea, in questo caso italiana, si è fatto viva ancora un’altra volta ieri sera quando il governo ha ricondotto in Libia tre «barche» su cui c’erano persone come me, scappate dal proprio paese per motivi politici, cioè richiedenti asilo, gente che chiede il riconoscimento dello status di rifugiato politico. E che poi, quando riesce ad arrivare e non è respinto in mare, ottiene dal vostro stesso governo la protezione umanitaria o l’asilo politico. Ho vissuto nelle carcere libiche per diverse settimane. Non saprei dire quanto, perché lì perdi la cognizione del tempo, dei giorni che passano sotto il peso dei soprusi che subisci. In quelle carceri, sono stato picchiato, derubato, trattato come una bestia. Infine, sono stato riportato nel lager di Kufra, nel sud del paese, al confine con il Sudan, sulla rotta che viene dal Corno d’Africa e che tutti noi emigranti in fuga dal regime dittatoriale di Addis Abeba seguiamo. Kufra è un inferno. Vi sono stato condotto ammucchiato con altri cento prigionieri in un container con piccole fessure solo per respirare. Spesso chi viene arrestato a Tripoli o a Bengazi, nel nord della Libia, viene condotto a Kufra. Qui viene venduto ai contrabbandieri, che poi lo liberano solo previo pagamento di una somma variabile. Anche io sono stato venduto. Una volta arrivato a Kufra, i poliziotti mi hanno ceduto agli intermediari. Gli intermediari mi hanno chiesto dei soldi per liberarmi. Ho pagato. E ho potuto continuare il mio viaggio. Altri giacciono ancora in quel luogo d’orrore e negli altri centri di detenzione libici. Sono sopravissuto a tutte queste trappole organizzate e nel luglio 2006 sono finalmente sbarcato a Lampedusa. Il film «Come un uomo sulla terra» - che ho girato l’anno scorso insieme ad Andrea Segre - racconta tutte le sofferenze che io e i miei compagni di viaggio abbiamo subito prima di arrivare in Italia. Sofferenza che abbiamo subito anche grazie agli accordi bilaterali tra Italia e Libia. In questi anni abbiamo molto sperato che i problemi dei miei compagni ancora trattenuti in diverse prigioni in Libia potessero risolversi. Ma la notizia di ieri distrugge queste nostre speranze e rivela la banalità della politica e la sua incapacità di rispettare i diritti umani. Cedere queste persone a un paese che ancora oggi non riconosce questi diritti fondamentali e non ha firmato la Convenzione di Ginevra, è esso stesso un delitto contro l’umanità. Il 16 aprile abbiamo commemorato i morti del Mediterraneo insieme a quelli del terremoto dell’Aquila. Chi piangerà queste centinaia di persone che hanno sperato di trovare asilo in questo paese e sono state respinte senza essere identificate, fuggendo non soltanto dal loro paese ma anche dalle condizioni disumane, impossibili da sopportare, di una vita da clandestino in Libia, con il terrore permanente di venire rinchiusi in un centro e di non rivedere più la luce? Tanti altri muoiono e moriranno fino a quando la Libia non accetterà e non tratterà queste persone come persone umane, e come rifugiati. E finché l’Italia, che pure ha alle spalle una lunga storia di emigrazione, non smetterà di pensare al respingimento come l’unico modo di trattare la questione dei rifugiati. Finché l’Italia non ritroverà le proprie radici di paese civile ed accogliente, posso dire una sola parola: vergogna.

Regista etiope, co-autore del film "Come un uomo sulla terra", che racconta le sofferenze degli immigrati africani in transito per la Libia

(da Il Manifesto: http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090508/pagina/05/pezzo/249386/)

parla la guardia di finanza:

http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/immigrati-6/nave-viviano/nave-viviano.html

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