Nella stessa rubrica

Tunisia-Italia. Lettera del sottosegretario del ministero per le Migrazioni tunisino al governo italiano (Tunisia, febbraio 2012)

Prisonniers du désert. Enquête sur la situation des migrants à la frontière Mali-Mauritanie (Cimade, décembre 2010)

"Libya of tomorrow". What hope for human rights? (Amnesty International, june 2010)

Così la Libia imprigiona i profughi (da "L’Espresso", 2 ottobre 2009)

Les harraga brisent la logique du « huis clos » (interview de Ali Bensâad, Aout 2009)

Pushed Back, Pushed Around (Libya/Italy), (Human Rights Watch, september 2009)

Une autre frontière de non-droit: Mali-Mauritanie (Rapport de Mission octobre 2008)

Interviste sulla frontiera. Melilla (interviste di Giacomo Orsini e Silvia Schiavon, ottobre-novembre 2008)

Réfugiés à la frontière (Zimbabwe-Afrique du Sud, par Marie Simon, janvier 2009)

Mappa dei campi libici (dicembre 2008)

Interviste sulla frontiera. Melilla (interviste di Giacomo Orsini e Silvia Schiavon, ottobre-novembre 2008)

Sulla costa mediterranea a nord del Marocco sono presenti alcuni territori spagnoli, appartenenti, dunque, allo spazio Schengen. Tra essi spiccano le due enclaves di Ceuta e Melilla. Quest’ultima è situata a circa 100 Km dalla frontiera algerina, nei pressi della città marocchina di Nador, nel nord-est del Paese. Ha una popolazione di 69.184 abitanti distribuiti in 12,3 Km² di superficie, delimitata da circa 9 Km di frontiera. Il suo status giuridico è un ibrido tra una municipalità e una regione autonoma, essendo una città autonoma che, a differenza delle altre autonomie spagnole, non ha né il potere di legiferare, né un tribunale superiore di giustizia.

Fin dalla definizione della sua frontiera, nel 1861, Melilla ha vissuto sempre una forma di osmosi con il proprio intorno marocchino, con un flusso costante e bidirezionale, di persone e merci. Negli anni ’70 del ‘900 furono siglati degli accordi bilaterali per la libera circolazione degli abitanti della provincia di Nador e della città di Melilla. Più di recente, però, le cose sono drasticamente cambiate. Nel 1985, nell’ottica d’ingresso della Spagna nella Comunità europea, il governo socialista promulgò la prima legge organica sullo status dei cittadini stranieri nel Paese. Con la sua entrata in vigore, i circa 12.000 marocchini che risiedevano nella città, ai quali prima non era stata richiesta alcuna documentazione, diventarono stranieri in casa propria. Tre anni dopo, in seguito anche ad alcune battaglie violente, con scontri e vittime, ottennero una regolarizzazione di massa.
Nel 1992 vi fu la seconda crisi, con l’arrivo in città di alcune centinaia di migranti africani di origine subsahariana e richiedenti asilo, che furono accolti in condizioni molto precarie e in strutture fatiscenti, episodio che scatenò, tra l’altro, l’agitazione e il sentimento xenofobo di parte della popolazione locale. La situazione degenerò rapidamente ed il delegato del Governo di Madrid, dopo alcune fasi convulse, procedette con arresti ed espulsioni arbitrarie. Il Marocco non accettò gli immigrati e li respinse a sua volta, costringendoli a rimanere nella “terra di nessuno” per quasi 10 giorni, vivendo all’addiaccio, assistiti solo da Croce Rossa, ong locali e l’UNHCR.
La Spagna procedette allora con un rafforzamento del dispositivi di controllo e con la costruzione un centro di permanenza temporanea per gli immigrati, il CETI. Parallelamente, dal 1995, con l’avvio del processo di Barcellona, e quindi con l’intensificazione del partenariato euro-mediterraneo, anche il Marocco cominciò progressivamente ad assumere un ruolo attivo nella vicenda, attuando le prime strategie di contenimento e repressione dei flussi migratori sul proprio territorio. Con una frontiera diventata quasi impermeabile e con e la repressione in Marocco, i migranti cominciarono allora ad accumularsi in prossimità dell’enclave, costretti a nascondersi nei pendii boscosi del monte Gurugù, che sovrasta la città dal lato marocchino. Da lì, vivendo nascosti e senza alcuna assistenza, potevano tentare più volte l’attraversamento, rimanendo spesso incastrati in questo non-luogo, in condizioni disumane, anche alcuni anni. Nell’autunno del 2005, dopo l’avvio di ulteriori lavori di rafforzamento delle reti della frontiera – da 3 m d’altezza, ai 6 di oggi – i migranti cercarono di scendere in gruppo verso il perimetro della frontiera, con scale fatte di rami e arbusti raccolti nel bosco in cui erano costretti a vivere. La Gendarmeria marocchina e la Guardia Civil spagnola risposero con la forza, sparando, e poi, in territorio marocchino, arrestando e deportando. Un bilancio parziale del 2005, secondo i dati ufficiali riguardanti la frontiera di Melilla, parlava di 11.000 tentativi d’entrata, con un numero prossimo ai 7.000 arresti, 5 morti accertati tra i migranti, oltre ad un numero imprecisato di feriti. Contemporaneamente, se nell’enclave ed in Spagna si moltiplicavano le accuse al Paese vicino per la sua scarsa collaborazione, in Marocco si faceva di tutto per compiacere le aspettative europee: il 10 ottobre, 2 giorni dopo una missione a Rabat del Ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, le agenzie di stampa battevano la notizia dell’intercettazione, da parte di alcune ong spagnole, di autobus carichi di migranti, diretti verso il sud del Paese, verso il deserto nel territorio del Sahara Occidentale, al limite con l’Algeria. Raccolti nelle carceri del nord del Paese, venivano caricati su questi bus per essere portati nel deserto. Una volta raggiunta la prossimità del confine con l’Algeria, furono scaricati in piccoli gruppi lungo circa 2.000 Km, con una scorta di alcuni litri d’acqua e del pane, completamente abbandonati al loro destino.
Oggi, a quasi 4 anni da questi tragici eventi, la valla di Melilla è diventata un “muro invalicabile” composto da 2 reti esterne alte 6 metri, all’interno delle quali è stato installato un labirinto di fili d’acciaio che non permette alcun movimento a chi vi cade dentro. La concentrazione nei boschi del monte Gurugù pare completamente dissolta dall’azione della Gendarmeria marocchina appoggiata dai mezzi delle forze di sicurezza spagnole. I fatti però dimostrano che la numerosità degli immigrati presenti nella regione limitrofa, in attesa del “momento buono”, non è diminuita. A dimostrazione di ciò vi sono gli ingressi nel CETI, che si mantengono più o meno sugli stessi valori da anni. Non più di 500 ingressi annui, comunque, in una frontiera attraversata giornalmente da 30.000 marocchini e marocchine per il loro lavoro quotidiano a Melilla.
Le interviste qui pubblicate sono state raccolte durante un lavoro di studio nell’ottobre e novembre del 2008.

(Giacomo Orsini, marzo 2009)

Balga, presidente dell’associazione marocchina Pateras de la vida, Larache (Marocco, 26 ottobre del 2008, intervista raccolta da Giacomo Orsini e Silvia Schiavon).

L’associazione Pateras de la Vida si è creata all’apparire del fenomeno della migrazione attraverso pateras, ed in particolare con riferimento allo stretto di Gibilterra ed al primo naufragio che avvenne nel giugno del 1988.

Nel 1988?

Sì, il primo naufragio a Tarifa, nello stretto, che è costato la vita a 20 marocchini. Per ragioni giuridiche abbiamo potuto dar luce a questo collettivo solo nel gennaio del 2000. La filosofia del nostro gruppo è la seguente: l’emigrazione non è l’unica maniera per continuare a vivere né per cambiare la realtà ma è un modo per cambiare la propria vita. L’associazione ha adottato due linee di lavoro: una culturale che consiste in rendere coscienti, informare, sensibilizzare partecipando e organizzando tavole rotonde con le organizzazioni internazionali il cui obbiettivo è fomentare lo sviluppo umano e impostare la popolazione come attore principale nel cambio della propria stessa situazione, con tutto ciò che ne compete. L’altra è quella rivendicativa: facciamo rivendicazione perché crediamo che la migrazione sia il risultato di una politica ingiusta a livello europeo, marocchino e africano.

In che senso?

Nel senso che manca la democrazia, in Marocco e in Africa, la ripartizione della ricchezza è ingiusta, lo sfruttamento delle risorse del Paese è alto ma non ci sono miglioramenti, con molta disoccupazione e l’indice di povertà alto. Crediamo che il nostro lavoro debba concentrarsi su come includere i giovani nel processo di presa di coscienza collettivo.

Con le vostre attività?

Includerli nelle attività che facciamo, che sono accampamenti internazionali nei quali pianifichiamo il programma in maniera indipendente, riguardo vari temi e varie problematiche che soffre attualmente la popolazione marocchina.

Organizzare qualcosa così qua è facile?

Sì è facile, però dipende dalla gente. A noi danno molti problemi le autorità, perché siamo gente di sinistra e non gli piace quello di cui parliamo, con cui poniamo molte domande, problematiche, sulle politiche adottate del Marocco e dalla Spagna, perché il nostro è un paese totalmente coinvolto nella politica della Ue di chiusura e repressione delle frontiere.

Esternalizzazione?

Sì, il Marocco per avere una posizione avanzata nella Ue, per avere un appoggio più o meno politico sul tema del Sahara Occidentale, ed è disposto a giocarsi tutte le carte: chiudere le frontiere, uccidere africani, reprimere gli attivisti, di tutto. Noi in questo angolo, in questo circolo, stiamo lavorando anche se ci controllano: siamo certi che registrino i nostri telefoni, e tutto questo genere di cose. Non solamente qua in Marocco, ma anche in Spagna dove c’è una situazione critica.

La sensazione è che l’attività sia molta ma i risultati praticamente nulli.

Sì, noi viviamo della piccola sovvenzione che abbiamo ricevuto nel 2005 da un programma di sensibilizzazione che abbiamo portato avanti in accordo con l’associazione andalusa pro diritti umani (APDH) con i quali siamo scesi a sud del Marocco a fare giornate di sensibilizzazione con un’altra associazione che si chiama Attach Benimellal e soprattutto nei villaggi nei quali c’è moltissima gente che è partita.

Come funzionano le partenze?

Li preparano lì e poi li portano qui. Sono zone colpite da povertà e miseria con un gran numero di loro che, di fronte alla crisi, alla situazione deteriorante del lavoro sui campi, trovano come unica soluzione quella di andarsene.

E’ molto diverso da Rabat quindi, che oggi mi pare capace di offrire opportunità di lavoro ed una qualità di vita accettabile.

Per questo il numero maggiore di morti nello Stretto appartiene a questa zona perché in primis è gente che non conosce le regole del mare ed in più hanno la testa manipolata.

Esiste anche un altro tragitto?

Ti spiego: dopo la conferenza Euro Africana del luglio 2007 alla quale hanno partecipato Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Francia, Marocco, Algeria, Tunisia e Mauritania, hanno deciso di accelerare il processo di blindaggio della frontiera e la Spagna ha posto il sistema SIVE, allora le pateras hanno cambiato le rotte verso il sud del Sahara, Mauritania, Senegal e Guinea Bissau. Là hanno cominciato da un anno a uscire le nuove rotte verso le Canarie perché venire qua a nord è costoso e poi basta che pensi a quando il Marocco si è messo a fare le retate, dopo gli eventi di Ceuta e Melilla dell’autunno del 2005, nelle quali fecero dei rastrellamenti nei boschi in cui vivevano da 3 anni più di 800 africani sub-sahariani.

Nel bosco?

Nel bosco di Nador, dietro a Melilla. Quindi c’erano molti voli da Tangeri per il rimpatrio e casi di africani deportati dai militari marocchini nella zona desertica al confine con l’Algeria, che è una zona minata. Questo è stato provato da MSF attraverso e testimonianze dei sopravvissuti. Il Marocco è un “Paese Tappo”, è un gendarme della frontiera d’Europa. Gioca un ruolo sporco, molto sporco in questo tema della migrazione, del fastidio dei migranti africani. Cerca di dimostrare tutto il meglio per ottenere riconoscimenti e sovvenzioni. Ma è n Paese nel quale si violano i Diritti Umani, e si violano i diritti dei migranti. In molte circostanze politiche quando l’Ue lo ha chiesto, il Marocco ha risposto con retate ed ha violato i Diritti Umani. Per esempio ci sono sub-sahariani che vivevano a Rabat sotto la tutela dell’UNHCR e la polizia molte volte non ne ha riconosciuto i documenti, strappandoglieli e gettandoglieli via, caricandoli e deportandoli verso l’Algeria. Tutto per dimostrare la buona sottomissione alla volontà dell’Ue . Credo che ciò ora valga anche per la Mauritania, il Senegal e la Guinea Bissau. Soprattutto la Spagna si è incaricata di gestire questi rapporti bilaterali ed ogni volta che appare una nuova rotta, cerca di stipulare nuovi trattati di riammissione o di pattugliamento congiunto, gestiti, quest’ultimi, dall’agenzia Frontex.

Materialmente se un marocchino vuole recarsi in Europa cosa deve fare?

Necessita di un visto. Per averlo deve soddisfare una serie di requisiti: certificato di lavoro in Marocco, 4000dh di salario, un conto corrente con almeno 3 o 4 mila euro e a volte, anche quando rispondi ai requisiti, il visto ti viene negato: adesso fanno ancora più controlli perché ci sono molti , per esempio poliziotti, che sono andati in vacanza ed hanno lasciato i propri familiari in Europa. Questo perché comunque la concessione del visto passa per il potere discrezionale del console secondo le restrizioni imposte dai governi centrali. Noi come associazione Pateras, lavoriamo da 8 anni e ci muoviamo tra Marocco e Spagna e a noi concedono il visto. Cambiano le condizioni politiche del momento e non ce lo danno più. Io ho il visto di un anno, che mi scade nel 2009. Questo perché in tutti questi anni abbiamo rispettato sempre quanto pattuito per ogni convegno. Per ogni volta tu ci vai in 8 e ti devi compromettere affinché tutti e 8 poi tornino in Marocco. Se solo uno non torna, tu perdi le tue possibilità. Ci sono casi in cui questi convegni sono stati utilizzati come canali d’emigrazione. Per questo noi abbiamo credibilità, perché non è mai successo qualcosa del genere. Per il minimo errore puoi perdere tutto.

Secondo te, l’obbiettivo dell’Ue, qual è?

Cerca di tenere controllata l’immigrazione e vuole che si adatti e risponda alle richieste del mercato del lavoro. Non sono contro, in maniera assoluta, all’immigrazione ma la vogliono selezionare. Una migrazione selettiva e ordinata.

Quindi chi ha studiato ottiene facilmente il visto?

No, i requisiti rimangono sempre gli stessi.

Quindi che pensi?

Io penso che la soluzione vada cercata nei Paesi d’origine. Noi di Pateras pensiamo che l’unica uscita dai problemi dell’Africa sia la democratizzazione, una vera democrazia interna perché ci sia giustizia sociale e qualsiasi cittadino abbia accesso ad una condizione di vita degna, così che nessuno si veda obbligato per ragioni contingenti a correre il rischio della patera o di mettersi sotto un camion come fanno i minori nel porto di Tanger o nella zona di Melilla o Ceuta. Lo sviluppo deve nascere dalle dinamiche politiche interne. Il problema è la democrazia. E in più l’altro problema è lo sfruttamento delle risorse africane da parte delle multinazionali e l’appoggio europeo alle dittature nere d’Africa. Li protegge e li mantiene impuniti. In Marocco i funzionari pubblici investono quanto rubano nel Paese, nelle banche europee, negli immobili a Marbella, nella Costa del Sol. C’è una certa complicità dell’Ue con i governi corrotti e falsi d’Africa. Là sta il problema. Per esempio, il tema dell’emigrazione, in Marocco, non ha molto interesse. Non ha importanza nell’informazione ed è irrilevante nei programmi politici dei partiti marocchini; solo alcune organizzazioni non governative come noi, l’AMDH (Associazione Marocchina Diritti Umani), l’AFVIC (Associazione dei Famigliari delle Vittime dell’Immigrazione Clandestina), trattiamo il tema, ma a loro non piace, non c’è interesse. Il problema è anche che, perfino i forum mondiali si stanno istituzionalizzando.

Come reagisce la popolazione alle vostre iniziative?

Nella campagna del 2003 abbiamo fatto 500 interviste ed il 66% degli intervistati ha risposto di essere disposto a correre il rischio di attraversare lo stretto, anche se conoscono i pericoli, perché hanno un’immagine della migrazione distorta, nella quale una volta attraversato si troveranno un tappeto di fiori ad aspettarli.

Bisogna cercare una soluzione più praticabile, realista?

Noi consideriamo i giovani come la forza vitale e il motore del cambiamento. Per questo spingiamo una linea di lavoro con i giovani, per renderli parte della nostra organizzazione e sapergli dare gli strumenti per poter svolgere il nostro lavoro. Noi siamo anche un partito, il Partito Democratico della Sinistra Radicale, e gli vogliamo coinvolgere anche nel processo quindi di democratizzazione del Paese.

Ci sono passi in avanti in senso democratico?

In Marocco ci sono passi in avanti in senso democratico, però non puoi mai sperare che siano definitivi, poiché all’improvviso ci sono dei passi indietro. In Marocco c’è un margine democratico, per cui puoi anche credere che sia veramente nella via della democratizzazione, però poi improvvisamente c’è una regressione.

In che senso?

Adesso lo stiamo vivendo.

Un esempio?

In Settembre un ragazzo, un blogger, ha scritto in merito alle licenze, che vengono concesse dal re. Ad esempio c’è la licenza per poter affittare una casa, per poterle vendere. Queste vengono gestite come privilegi. L’economia di rendita: questo è un privilegio. La licenza di un bus. Questo distrugge la competenza, l’economia, la concorrenza e l’investimento. Sono donazioni del potere, del palazzo. In un paio d’anni ti puoi convertire in un ricco. Immediatamente quando ha pubblicato sul suo blog il suo nome, l’hanno chiamato a giudizio e condannato per oltraggio al rispetto del Re e attentato contro la monarchia, perché ha detto che il Re fomenta questo sistema.

E questo non succedeva da molto?

Guarda, quest’anno abbiamo fatto l’accampamento internazionale sulle migrazioni. Nel programma c’era una concentrazione davanti al tribunale, alla quale avrebbero partecipato tutti. Quando terminò l’accampamento e tutte le persone se ne andarono, l’informazione ha diffuso la notizia che un servizio di intelligence nazionale è venuto a conoscenza del fatto che un gruppo di spagnoli veniva dal Sahara in appoggio e rappresentanza del fronte Polisario. C’era gente delle autorità che aveva diffuso ed appoggiato questi rumors, e noi abbiamo risposto con un comunicato che denunciava quest’offensiva contro di noi, contro Pateras de la Vida e contro il Partito. Siamo l’unica formazione politica che difende le rivendicazioni del Fronte Polisaro.

E voi potete permettervi questo?

Sì è chiaro, perché i nostri militanti han già pagato. Il segretario generale ha pagato con 18 anni di carcere durante il mandato di Hassan II. Però durante le nostre campagne spesso ci sono agenti dell’intelligence che ci controllano. Io ho abbastanza esperienza in questo senso e, già che lo stato marocchino è uno stato di polizia, io sono capace d’intuire chi è un agente di polizia o meno. Perfino in Spagna ci controllano.

Perché, la polizia può uscire dal Paese?

No, quando siamo in Spagna lo fa la polizia spagnola.

Ma avete prova di ciò?

Le tecniche della polizia marocchina sono brutali, torbide. Per esempio vengono qua nel bar dove siamo, si siedono di fianco e ascoltano. In Spagna è differente: siamo al bar, viene un cliente che è un poliziotto e comincia a farti domande: a domandarti come va, che fai e cose di questo genere. Adesso c’è, e poi quando cambi bar si può mettere un’altra persona.

Mi interessa, però, ritornare al tema delle migrazioni.

Ora l’Unione europea vuole una migrazione controllata e selettiva come ti ho detto prima. E soprattutto la cosa va male per coloro che vengono dall’Africa, perché adesso l’Unione Europea ha il mercato del lavoro soddisfatto, con l’allargamento ai Paesi dell’est. Il mercato del lavoro europeo è saturo. Prima l’Europa aveva bisogno degli africani, ma adesso no, e questo si vede chiaramente in Spagna, ma in Francia ancora di più, perché la politica del paese, sul tema, si svolge tutta chiudendo ai magrebini, soprattutto dopo le rivolte delle banlieue. Prima la Spagna, e l’Europa in generale, facevano finta di non vedere l’immigrazione perché beneficiava dello sfruttamento smisurato della manodopera africana; quella che si chiama, nel vocabolario economico, l’economia sommersa. Ti do un esempio concreto: Almeria. Era un deserto all’inizio degli anni ‘90, e quando hanno potuto beneficiare del flusso di pateras c’è stato un esercito di mano d’opera economica che ha subito uno sfruttamento sconsiderato capace di convertire la zona nell’eldorado d’Europa. Hanno aperto banche, Almeria è diventato un luogo ricco, il modo di vita è cambiato, e c’era una discriminazione tremenda, perché l’immigrante illegale lo pagavano 3000 pesetas mentre l’impresario guadagnava 14000 pesetas. Sempre, posso affermare, la migrazione è stata elemento di sviluppo, per le casse dell’assistenza pubblica e per il livello di natalità.

Qua quindi cosa succede? Come si organizzano i migranti di origine subsahariana?

Adesso hanno un’organizzazione a Rabat, una rappresentanza, quindi non criminale e che però non è riconosciuta dalla legge marocchina: “le Conseil marocaine du migrants“. Quest’anno hanno partecipato con noi alla concentrazione alla rete di Ceuta. Per questa tendenza militantista, le autorità ci controllano e spesso sospettano del nostro patriottismo, per debilitare la nostra immagine. Ma anche se non c’è la democrazia in Marocco, c’è una militanza importante, forte.

Le ultime cose riguardo l’informazione in Marocco. Le televisioni, i giornali. La vostra visibilità e quella dello stesso fenomeno migratorio. E riguardo i migranti di ritorno, quello che mi interessa sapere è che cosa raccontano quando vengono qui ai loro fratelli più piccoli? Che di la è tutto facile, che di la va tutto bene?

Questo è un altro impatto molto negativo della migrazione.

Questo è per non deludere la famiglia che ha investito tutto nel tuo progetto migratorio?

Anche questo non fa altro che fomentare il fenomeno della migrazione clandestina. Una situazione di illusione falsa. Questo perché questa falsa illusione si concretizza quando non ci sono alternative politiche ed economiche. Uno dei lavori che facciamo nei nostri campi è fare reportage video per proiettarli alla gente e comunicare la realtà così com’è. Però la sensibilizzazione sola non basta, perché loro necessitano alternative, poiché un discorso lo si ascolta, rimane qualche giorno e poi vola via lasciando solo la realtà. E’ un problema complesso.

Va bene, ma per fare un esempio, se uno di questi reportage, che avesse una buona qualità, tu lo portassi alla televisione, loro lo farebbero vedere?

La televisione è al servizio della politica del governo ed il governo si mobilita o agisce solo quando ha un interesse a farlo. E adesso il suo interesse è di dimostrare all’Europa che sta facendo un buon lavoro di controllo e contenimento della migrazione, e di smantellamento e repressione delle mafie e di deportazione dei sub-sahariani al confine. Adesso quello che si vede in televisione è il successo di questa lotta contro le mafie. Il tema della migrazione è un tema di manipolazione tra Marocco e Spagna. Un esempio: in Spagna ci sono più associazioni di appoggio alla causa del Polisario. Queste danno piuttosto fastidio al Marocco e quando acquistano visibilità in Europa, il governo risponde con lasciar partire molte pateras e lasciar passare molti migranti.

Quindi per il Marocco questo ha una importanza, è un a moneta di cambio. É come se fosse un circolo.

Adesso ci sono quasi 5000 MENA (minori non accompagnati) in Spagna. Tra Marocco e Spagna c’è un accordo di rimpatrio ma funziona solo quando c’è qualcosa in cambio. Il Marocco funziona così: vuoi che ti aiuti nella lotta contro il terrorismo? Mi devi pagare. Vuoi che collabori con te per il tema della migrazione illegale? Mi devi pagare. E sempre il discorso tra Ue e Marocco è quello di combattere contro le mafie, come se il problema della migrazione fosse un problema di mafie.

Il mandato dell’IOM è quello di combattere contro queste mafie?

Ma quali mafie. Le mafie sono fantasmi! le mafie sono le politiche europee, quelle delle multinazionali, quelle sono le vere mafie.

Ora a Ceuta e Melilla, il fenomeno della migrazione si è ridotto? Qualcuno ci diceva che adesso per i marocchini migrare significa passare per Tangeri.

Adesso la cosa è più difficile. Da qua escono, ma poco, e le rotte si sono spostate verso le Canarie. Qua quelli che escono, pagano la polizia spagnola. Questo succede e succedeva anche a Ceuta e Melilla.

José Palazon, presidente dell’associazione Prodein, Melilla (Spagna, novembre 2008, intervista raccolta da Giacomo Orsini)

Presidente dell’associazione spagnola Prodein (Pro Derechos de la Infancia), dà un quadro generale della situazione dei migranti e della società, civile e non, in città, con un’attenzione particolare alla situazione dei MENA, ossia i minori stranieri non accompagnati.

Secondo ciò che ho letto in internet, lavorate con immigrati.

Sì, con immigrati.

Con i MENA in particolare

Sì, il lavoro che facciamo qua è in gran parte con bambini ma questo non vuol dire che è solo con loro: lavoriamo anche con donne immigrate, con immigrati appena arrivati, con qualsiasi persona ne abbia bisogno.

Fate assistenza?

Assistenza, lavoro amministrativo per minori immigrati, perché abbiano miglior accesso alla documentazione, facciamo denuncia per qualsiasi violazione dei diritti, dei diritti umani, che qua sono molte soprattutto sui bambini.

Bene, mi sai descrivere un poco, secondo il Paese di provenienza, quali sono le proporzioni tra i MENA?

Adesso quasi il 98% sono marocchini e di tanto in tanto ce n’è qualcuno dal resto dell’Africa. C’é anche qualche algerino. Algerini ce n’erano fino all’anno 2006, e via via sono sempre meno. Adesso non ce n’è neanche uno.

Vengono soli?

Sì, soli.

E in quest’ultima entrata, quando è caduta la rete?
Sono entrati 3 minori, africani, sub-sahariani, però il Forense gli ha dato la maggiore età a tutti e automaticamente sono passati al CETI. Li ci sono altri minori, quelli che vengono accompagnati dalle proprie famiglie, che non vanno al centro di minori. Anche molti africani che vengono con la loro madre, stanno nel CETI.

I MENA qua, dove a da chi ricevono assistenza?

I MENA qua, come in qualsiasi parte di Spagna, arrivano, per prima cosa, soli, senza essere accompagnati dai genitori, e automaticamente la Comunità Autonoma deve assumersene il carico e la tutela . Anche qua a Melilla succede così. Non gli piace, non gli va, ma questo è uno dei nostri compiti, cioè che facciano, ed è ormai più o meno chiaro, e quindi lo fanno.

Lo fanno con l’Assistenza Sociale?

Lo fanno così: quando arriva un minore, va dalla polizia locale che lo trasferisce al centro di minori, e là ricevono assistenza, minima, o meno che minima. Hanno da mangiare, hanno vestiti, vanno al collegio.

Che problematiche danno di solito i ragazzi?

I principali problemi non li danno loro, li da l’amministrazione: i bambini non manifestano aggressività generalizzata da parte loro ma tutto il contrario. L’amministrazione agisce aggressivamente verso di loro, e ciò provoca aggressività da parte loro. Per esempio, a Melilla c’è un centro per immigrati appena arrivati e la va la maggior parte. Poi c’è un altro centro dove vanno bambini, immigrati più piccoli, spagnoli, e bambini cui l’amministrazione decide di dare un futuro chiaro. Poi c’è il centro della Purissima e la i bambini sono trattati, come animali, a cui non viene assegnato un futuro. La selezione si fa in maniera arbitraria, e allora nel centro della Purissima c’è un conflitto permanente e senza dubbio nell’altro, dove ci sono anche bambini marocchini, questi non provocano nessun conflitto. Il trattamento è orribile, è maltrattamento: il regime di disciplina, l’assistenza, il mangiare, tutto, e senza dubbio nell’altro, dove c’è qualità, il conflitto non c’è. Quindi il conflitto c’è più per l’atteggiamento dell’Amministrazione che non per un’attitudine dei MENA stessi.

In relazione all’art. 35 della Ley de Extranjeria, sull’assistenza ai minori, per quanto riguarda la questione dell’identificazione, si seguono le regole? Con i marocchini?
Qua?

Qua, come prescritto dalla legge e soprattutto con riferimento alla nazionalità marocchina, se si segue o se si procede arbitrariamente.

Il tema dell’identificazione della nazionalità, sapere il nome, se hanno famiglia.

In un comma che non ricordo dell’art. 35 è descritta la procedura.

Qua non si applica. Si manda un semplice foglio. L’Amministrazione manda un semplice scritto al consolato , che normalmente è quello di Algeciras, con scritto che è arrivato in città un bambino che si chiama in tal modo.

Loro arrivano con la documentazione?

No, quando un bambino arriva qua i servizi sociali scrivono che è arrivato un bambino che si chiama Mohamed Mohamed, ma non è così.

Ossia arriva il bambino e dice “mi chiamo così e così”?

Non che il bambino dica mi chiamo così, ma è la polizia.

Presume di conoscerlo?

Gli domanda il nome e lui dice quello del padre, e la polizia scrive così come gli viene detto, però questo vale in Spagna: il nome e il cognome del padre, ma non funziona così in Marocco. Capisci? Comunque non si tratta di tale e tale come riportato dalla polizia, ma Mohamed e il nome della famiglia.

E quindi cosa mandano ad Algeciras?

Mandano Mohamed tale è arrivato a Melilla, e dal consolato nemmeno rispondono. Quando i bambini compiano la maggiore età devono ottenere un passaporto marocchino per rinnovare la residenza e così, quando vanno a ritirarlo tornano spesso con un passaporto con un altro nome e a volte anche un’altra età. Bambini che hanno compiuto 18 anni, li mandano a farsi il passaporto e quando tornano ne hanno 17 e devono tornare nel centro per minori. E il rovescio: molti ragazzi che hanno 18 anni tornano che ne hanno 19. E’ che a Melilla non sanno niente dei ragazzi, niente dei bambini, niente.

E dall’altro lato è possibile che i familiari dei MENA li portino qua e li lascino perché a conoscenza delle garanzie offerte dalla legge spagnola?

Sì, chiaro, però questo è un fenomeno recente. Nel 2005, 2004 non era così: realmente coloro che venivano qui, erano bambini di frontiera, di strada o con dei problemi in famiglia: un bambino che vive per la strada, che cerca un po’ di copertura,, da mangiare, un letto. La cosa più importante non erano i documenti. Da un po’ di tempo a questa parte, la proporzione dei bambini di strada e di quelli di famiglia, cioè che si vede che non sono di strada e che vengono per i documenti, è cambiata, però in generale il bambino che entra è un bambino di famiglia molto povera. Il bambino la cui famiglia ha soldi monta in una barca, una patera o una barca commerciale.

Ho letto un lavoro di HRW, che era un’accusa all’amministrazione di Melilla. Del 2005, parlava di abusi da parte della polizia, abusi nel centro e negazione dell’assistenza, dell’educazione e di tutte le garanzie definite dalla legge, nonché di deportazioni sommarie alla frontiera. Corrisponde alla realtà?


Inoltre ho letto qualcosa sui periodici in merito a quanto successo tra Prodein, ed in particolare te, APDH, Associacion Pro Derechos Humanos, e l’Amministrazione. Quindi se puoi dirmi qualcosa in merito alla tendenza dell’amministrazione e della popolazione locale riguardo e verso il tema degli immigrati e dei MENA.

E’ tutto molto aggressivo. Nella popolazione locale c‘è una buona parte che non vuole vedere, come se desse le spalle, perché viola il loro benessere. E’ una città che può risultare molto comoda per la gente che non guardi a queste cose. Si guadagna il doppio, si paga la metà delle imposte. Può essere una città molto comoda e in questo senso se succede qualcosa, se qualcuno vede qualcosa, gira subito le spalle. Questo per gran parte della popolazione. Addirittura c’è gente di qua che non sa addirittura che alla valla ci sono violazioni dei Diritti Umani, si uccidono persone: non lo sanno! Sono a cento metri dalla valla, ma la gente non vuole vedere, non vuole sapere. In molti lo vedono come un sistema di protezione considerando l’intorno, ostile. E c’è un altro settore di gente molto razzista, molto aggressiva, tanto con gli immigrati quanto con i minori, soprattutto quelli marocchini. Perché principalmente qua il razzismo si rivolge verso i marocchini, sia da parte degli spagnoli che da parte dalla porzione mussulmana della popolazione. E la tendenza del governo è quella di approfittare di questa avversione al Marocco, si “usarlo” come nemico. “C’è una rete, attenti che vengono, che vengono ad invaderci!”. C’è una rivendicazione e il governo approfitta di questo e fa il suo gioco, lo commenta e spinge molto sui bambini marocchini per aumentare questa paura della popolazione, per cui sono vittima continuamente del governo. Noi che li difendiamo, che stiamo con loro, con i bambini, soffriamo la stessa distorsione dell’informazione, della stampa. Il presidente ed il rappresentante del governo della città non finiscono d’insinuare che noi siamo la causa dell’arrivo dei sub-sahariani in questi giorni, non so se hai letto.

Sì ho letto che insistevano sull’effetto chiamata.

Che qualcuno di Melilla chiama i sub-sahariani e gli dice di saltare in quel momento perché va bene. E’ una forma per screditarci.

Avete attività anche nel CETI?

Sì però di tipo occasionale, quando ci sono problemi con l’amministrazione, con la polizia, e allora entriamo in azione. Siamo sempre in contatto, quando ci sono espulsioni, o cose di questo genere.

Siete autonomi? Ho letto che avete un 5% di finanziamento pubblico e un 95% di donazioni.

No, mai donazioni pubbliche, niente di niente. Mai, né adesso né domani né in passato.

Quindi nessuna relazione con il governo centrale, ne con il governo di altri paesi ne con la U.E.?

No, non maneggiamo denaro.

Ma quali sono i tuoi suggerimenti rispetto alle migrazioni?

In primo luogo creare le condizioni nei Paesi del Sud perché siano abitabili e in questo, secondo il mio punto di vista, un aspetto fondamentale è finirla con la corruzione dei governi e delle dittature di questi Paesi, in primo luogo, per poi mandare fondi d’aiuto, ma non a dittatori, marionette e presidenti corrotti. Quei soldi che servono a mettere guardie alle frontiere, guardie armate. Si finirebbe con ciò ristabilendo un ordine politico differente. L’alternativa quindi è un’utopia oggi. Il fenomeno migratorio non finirà mai, non lo fermeranno mai, è sempre stato così e sempre sarà così. Il primo passo è quello di cambiare il sistema politico dei Paesi del Sud. Qua a Melilla anni fa non c’era la frontiera, si poteva passare tranquillamente in entrambe le direzioni e non succedeva niente. Non succedeva niente! Fu quando posero la frontiera che cominciarono ad esserci problemi. I marocchini venivano a Melilla e se trovavano lavoro si fermavano a lavorare, altrimenti tornavano un altro giorno. Non succedeva niente. Quando hanno messo la frontiera sono cominciati i problemi, mettendo soldati da tutte le parti. Il problema non è la gente, ma la frontiera, come rete e come concetto. Melilla, come dici tu, in piccola scala riproduce l’Europa, e addirittura va un po’ oltre, come un laboratorio dove si prova a spingere le politiche, per vedere che succede, per vedere fino a che punto il tessuto sociale tiene. A Melilla, politiche sempre più dure, una dopo l’altra.

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Senegal, 2006