Nella stessa rubrica

Intervista a Kaha Mohamed Aden (di Floriana Liparini, Italia, marzo 2011)

Libri di frontiera (puntata di Passpartu’, Italia, 2010)

Intervista a Ingy Mubiayi Kakese (di Silvia Camilotti)

L’amore e gli stracci del tempo. Intervista a Anilda Ibrahimi (video, Italia novembre 2009)

Cristina Ali Farah: un’intervista

Per me nessuna città (racconto di Idolo Hoxhvogli)

Kúmá. Creolizzare l’Europa

Intervista a Anilda Ibrahimi (luglio 2008)

Come un cioccolatino fondente (di Angela Roig Pinto, 2009)

Dialogo a distanza con Gabriella Ghermandi (luglio-novembre 2008)

Dialogo a distanza con Gabriella Ghermandi (luglio-novembre 2008)

Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi è uno strano e bellissimo libro. Mahlet, la sua protagonista, attraverso i racconti degli anziani e delle anziane d’Etiopia, ci regala una storia che in Italia non si conosce, quella della resistenza etiope al colonialismo italiano, ma ci regala anche l’Etiopia di oggi, l’Italia di un’immigrata etiope, e qualche frammento dell’Etiopia della dittatura di Mengistu. Dispiace, a volte, arrivare all’ultima pagina di un romanzo e abbandonare quell’universo di immagini e frasi in cui ci aveva permesso di immergerci e con la regina di Gabriella Ghermandi per me è stata una di queste volte. Per intrattenermi tra le storie di Mahlet ancora per un po’, avevo scritto una breve recensione per la sezione “Paradiso” di Liliana Rampello nel sito delle Libreria delle donne di Milano. Qualche giorno dopo, tra le mail, ho trovato il ringraziamento di Gabriella, che non conoscevo. A quella mail ne sono seguite altre, perché abbiamo cercato di dialogare a distanza sul suo romanzo, sulla storia e le storie, sui racconti di Mahlet e sulla scrittura di Gabriella. Queste sono le domande e le risposte che si interrompono qui, in attesa di ricominciare quando Gabriella Ghermandi pubblicherà il nuovo romanzo a cui sta lavorando.

(Federica Sossi, novembre 2008)

domanda:

Sul tuo sito, motivi la tua scrittura in questo modo: “Ho provato i denti aguzzi della nostalgia e della solitudine, e in quel tempo di gelo, dove alcun abbraccio caloroso ha riempito il mio vuoto, ho trovato una unica dimora, la lingua di mio padre, l’Italiano, e ho capito che potevo abitarvi dentro e ricostruire il calore con la memoria della mia gente e del mio paese. E così oggi scrivo..”. C’è la sensazione di solitudine e di gelo della tua prima esperienza in Italia e poi la lingua paterna come dimora, nella quale però far entrare la memoria della gente del tuo paese. E’ un’idea che mi ha colpita, perché solitamente gli scrittori che hanno riflettuto sull’esperienza della migrazione, o della diaspora o dell’esilio, evocano la lingua materna come ciò che resta o come un’esperienza di perdita. E poi perché l’italiano diventa davvero la tua dimora solo grazie al fatto che tu, usandolo come lingua della tua scrittura, vi ospiti la memoria della gente del tuo paese, aprendolo così ad altre esperienze linguistiche. Potresti dirmi qualcosa su questo?

risposta:

Partiamo dal dato di fatto che io sono arrivata in Italia che sapevo scrivere bene solo in italiano e aggiungiamo il resto che si collega alla tua riflessione su ciò che ho scritto nel mio sito. Come tu sai io sono vissuta in Ethiopia. Un anno prima della mia partenza per l’Italia mio padre è venuto a mancare. Ho vissuto una infanzia e inizio adolescenza piena di amore e parte di questo amore mi è stato dato da mio padre. E non solo. A causa della vicende coloniali che ha subito la mia famiglia materna, forse mio padre mi ha regalato più Ethiopia di quanta non me ne abbia donato mia madre. Quindi la mia lingua paterna veicola affetto, sicurezza e anche Ethiopia al pari della mia lingua materna. Da ciò puoi capire come l’italiano fosse già la mia lingua a 360 gradi, ma per farla rimanere tale, per farla rimanere viva della vita vissuta in Ethiopia, l’ho abitata con le storie della mia madre terra. L’ho abitata prevenendo il rischio di riassorbirla come veniva usata qui. Cerco di spiegarmi. La lingua veicola l’interiorità o il modello culturale di chi la usa. Una volta, durante un ritorno a casa, in Ethiopia, mi è capitato di chiacchierare in amharico con un francese che lo parlava fluentemente, ma pur parlandolo molto bene, con una grammatica corretta e anche con i modi di dire corretti, mi suonava strana, poco morbida e avvolgente. Per tutta la sera ho provato uno strano fastidio. In continuazione mi chiesi se ero io ad essere cambiata e percepire l’amharico come non lo avevo mai percepito prima o cosa. Devo precisare che ero in Ethiopia da soli due giorni, e quasi sempre quando torno a casa è come traslocare d’anima, e ci metto un po’ a “ritrovarmi” e all’inizio tutto mi pare strano e storto. Quindi pensavo che il suo amharico mi suonasse strano per questo motivo, ma poi nei giorni ho capito, parlava l’amharico abitandolo con i suoi paesaggi culturali, alcuni personali e altri più collettivi del suo paese d’origine. Ecco io mi sono imposta con il mio italiano d’Ethiopia prima che l’italiano di Bologna mi arrivasse addosso spodestando “la mia lingua”.

domanda:

Bella quest’idea per cui non esiste una sola lingua, così come la rivendicazione di un tuo italiano d’Etiopia. In questo, c’è tutta l’esperienza del colonialismo e, nel caso specifico, del colonialismo italiano in Etiopia che nel tuo romanzo, Regina di fiori e di perle, fai raccontare alla protagonista attraverso le storie che lei ascolta. E’ un romanzo che a me è piaciuto moltissimo e sul quale vorrei farti parecchie domande. Ma, rispetto alla tua risposta, scelgo questa per prima: anche nel romanzo pensi di esserti imposta con il tuo italiano d’Etiopia non lasciandoti spodestare dall’italiano di Bologna o dell’Italia?

risposta:

Io ci ho provato, se ci sono riuscita me lo dovete dire voi che avete letto. Tu che dici?

domanda:

A me colpisce un uso della lingua intrecciato a un uso della storia. La scrittura che usi per far raccontare la tua protagonista-narratrice, che tra l’altro diventerà autrice solo alla fine del libro, è una lingua molto descrittiva ma quasi essenziale, incalzata continuamente, e questo non solo quando lascia tutto lo spazio ai racconti degli altri, da espressioni e considerazioni degli infiniti altri personaggi che fanno parte della trama. Quasi, tanto la lingua quanto la descrizione degli avvenimenti, anche quando si riferiscono al tempo dell’Etiopia vissuto in prima persona da Mahlet, non fossero mai unicamente “suoi”. Come se tanto l’esperienza quanto la sua descrizione nella scrittura fossero sempre attraversate dall’esperienza e dalla lingua, dalle espressioni, dalle frasi degli altri. In questo, secondo me, ci regali una strana lingua, non chiusa, nel senso che non è la lingua di un soggetto parlante ma dei tanti che parlano e vivono attorno a colei che narra. E’ forse questo il “tuo” italiano d’Etiopia?

risposta:

Si, il mio italiano d’Ethiopia e un italiano di ascolto. L’essere così nutrita dai racconti, anche quelli più semplici, della mia gente che riesce a farti viaggiare anche quando ti racconta i fatti ordinari di tutti i giorni. Penso per esempio a una della mie tante mamme che mi raccontava di come fosse spazioso e dondolante il sedere della sua prima figlia “Come una tavola, proprio come una tavola e quando si muove il sedere fa jim jim jim, dondola e fruscia di vestiti”. Così io cerco di mettere per voi i loro racconti in italiano.

domanda :

Mahlet, la protagonista narratrice del libro, come se fossero fiori e perle raccoglie le storie che le vengono raccontate. Sono tutte storie che si riferiscono all’esperienza coloniale, alla resistenza etiope, agli affetti e alle lotte degli uomini e delle donne che hanno vissuto quel tempo lontano. Anche la storia, dunque, e non solo la lingua, deve aprirsi alla pluralità per poter essere raccontata? Non solo, in un certo senso, usando quello che chiami il “tuo italiano”, imponi non soltanto una lingua, ma anche una storia, o meglio tante storie, anche ai lettori, italiani, a cui ti rivolgi. Potresti dirmi qualcosa anche su questo?

risposta:

La STORIA, quella con i caratteri maiuscoli, quella dei libri con le date e i nomi dei grandi non è forse costruita dalle tante infinite storie personali di grandi e piccoli? Cercando tra le storie della STORIA, trovi delle cose così straordinarie, e capisci come tutto sia un intreccio continuo di vite plurali e singolari al contempo. Tanto per dirne una, di un grande personaggio, Mussolini aveva circa 12 anni quando l’Italia perse ad Adwa. Raccontava di aver vissuto con grande frustrazione quella disfatta e quando era piccolo si diceva che eventualmente fosse diventato un personaggio importante per l’Italia avrebbe lavato l’onta della sconfitta di Adwa. Allora mi chiedo: cosa del suo immaginario personale ha influito sulla grande storia? E che vita ha avuto? Se la sua adolescenza non fosse stata permeata dall’immagine di una rivalsa su Adwa sarebbe stato uguale? Quando riduciamo la STORIA al singolare, ci scordiamo che anche noi contribuiamo a crearla ogni momento con i nostri piccoli e grandi gesti. Ecco a me piace fare emergere la coralità delle storie che possono dare una dimensione globale, locale, singola e plurale al contempo.

domanda:

Sì, ma nel tuo romanzo l’opposizione tra Storia con la S maiuscola, o con i caratteri maiuscoli, e la storia plurale che tutti contribuiscono a creare si intreccia anche con un’altra opposizione: quella di una storia, o meglio, di tante storie che in Etiopia sono ancora presenti e si raccontano e, come fai dire al padre della tua protagonista, scelgono qualcuno per raccontarsi, quasi premessero per essere ascoltate, e, invece, in Italia, un vuoto di storia, tanto come storie plurali che come Storia con i caratteri maiuscoli. E dal momento che tutte le storie ascoltate da Mahlet sono storie dell’occupazione italiana, della resistenza etiope, del gas usato dagli italiani per batterla, a me sembra, leggendo il tuo libro, di scorgere questo suggerimento: quel vuoto di Storia che si trova in Italia può essere lacerato solo attraverso la pluralità delle storie che arrivano dall’Etiopia. E questo mi ha colpita, perché è come se tu ci dicessi due cose al contempo: la Storia del vostro colonialismo la dovete ascoltare dai colonizzati e soltanto attraverso le tante storie plurali che arrivano dallo spazio occupato e che spezzano la singolarità della Storia potrete cercare di conoscerla.

risposta:

Non mi interessa entrare in una situazione di conflitto e dire “Voi” puntando il dito sugli “Italiani”. Non lo trovo costruttivo. Ho cercato di viaggiare su un territorio che ci rende tutti fratelli e sorelle: le emozioni. Raccontare la vita dei tanti che hanno subito la colonizzazione italiana, far sentire sulla pelle il loro disagio e il loro dolore, la loro speranza, il desiderio di libertà. Se scrivendo o raccontando riesco a fare “sentire” oltre che pensare, so che ho centrato il bersaglio e un piccolo anche se piccolo piccolo gruppo di italiani che lo leggeranno dopo avranno una visione diversa del colonialismo italiano che non deriva dal ritornello “Italiani brava gente” e può finalmente diventare “Solo le civiltà barbariche si arrogano il diritto di sottometterne un’altra. E si è ancora più barbari se ci si arroga tale diritto rivestendolo di missione civilizzatrice. In base a quale parametro decidiamo che è civile e chi no?”

domanda:

Tutte le storie che Mahlet ascolta sono legate come un laccio a Yacob, il vecchio di famiglia e il primo a consegnare a Mahlet la sua storia di resistenza. Gli altri narratori e le altre narratrici raccontano dopo la morte di Yacob per sciogliere il laccio della promessa che Mahlet gli aveva fatto da bambina – portare la sua storia nella terra degli italiani – e che ora, adulta, non ricorda più. Solo quando le altre storie del periodo della colonizzazione terminano, anche il laccio può essere sciolto e Mahlet può vivere il lutto della morte di Yakob. Con le storie che porti oltre il mare, nella terra degli italiani, vuoi forse dire che anche gli italiani hanno un laccio o un nodo da sciogliere e che potranno farlo solo quando, ascoltando le storie che arrivano dall’Etiopia, saranno imbrigliati in esse, o attraversati da esse?

risposta:

Già, direi che è chiaro il fatto che gli italiani abbiano un nodo da sciogliere. Un nodo così grosso da portarli a nasconderlo piuttosto che provare a sbrigliarlo. Proprio oggi c’è sulla repubblica un articolo sui bambini misti nati durante l’amministrazione fiduciaria in Somalia!! Da leggere, soprattutto per chi continua a pensare che gli italiani non hanno fatto altro che bene. Per quanto mi riguarda, il laccio di Mahlet e come il laccio del Molaade del film di Osmane Sembene. La seconda moglie lancia la maledizione del molaade legando un laccio a cavallo dell’entrata del cortile e solo lei potrà scioglierlo. Viene pubblicamente picchiata per far sì che ritiri la maledizione, ma non cede. Decide di sciogliere il Molaade solo quando capisce che il consiglio degli uomini che vuole l’escissione e l’infibulazione è vinto, quando le donne che la fanno praticare sulle proprie figlie passano dalla sua parte, declamando davanti al gruppo degli uomini che mai più una bambina soffrirà e morirà per l’infibulazione e quando il gruppo di donne che si occupano di praticarlo le consegnano i coltelli. Così sono le mie storie, un laccio teso a cavallo della porta del cortile, che fa inciampare se non si accetta di guardare.

domanda:

Invece, spostandoci verso il nostro tempo, che è anche quello di Mahlet, descrivi un’altra contrapposizione: quella tra il sogno con cui, alla fine della dittatura di Mengistu, anche i giovani dell’Etiopia, non più proprietà dello stato, cominciano a pensare all’Occidente, immettendosi così “nel flusso che coinvolgeva il Sud del mondo” e poi, invece, la realtà della migrazione, in questo caso in Italia. Tra l’altro, parli delle malattie da cui è afflitto l’Occidente, che descrivi in questo modo: “Un manto spesso avvolgeva ogni singola persona, tenendo tutti ben separati gli uni dagli altri. Un manto che non cadeva nemmeno quando si stava in comitiva”. Potresti raccontarmi qualcosa su questo?

risposta:

E’ difficile vivere in un paese che tradisce lo slogan tanto urlato, di benessere e democrazia. Venendo dal sud del mondo uno si immagina che qui ci sia oltre a ciò che lascia anche il di più che permette in qualche modo una vita migliore, che permette anche una maggiore evoluzione della specie umana, ma poi arriva e si trova disilluso. Certo, qui esiste molto di ciò che manca nel sud del mondo, ma manca tutta una fetta di qualità umane che si sono sbriciolate tra le tenaglie della tecnologia. Le esigenze di vicinanza di intimità di affetto e relazione vengono schiacciate dal falso bisogno di soddisfacimento dei beni materiali che domina su tutto e per il quale si è disposti a sacrificare la nostra vera soddisfazione interiore. Una soddisfazione che saprebbe saziarti. Qui si vive in un sistema che toglie tanto quanto dà, e più vuoi avere più devi farti togliere, come se il tutto fosse un grande animale che si nutre del sangue di se stesso. C’è una solitudine immensa e la cosa terribile è che attualmente, in Ethiopia, nella capitale dove sta prendendo piede il modello economico e produttivo occidentale, si comincia a sentire l’odore della stessa solitudine. Ma c’è dell’altro, il sistema economico del mondo industrializzato è come un’edera che soffoca una vecchia quercia centenaria. Il mondo industrializzato preda il sud del mondo di ogni sua risorsa naturale e se ne nutre. Quale insegnamento si è in grado di veicolare in questo modo, non è forse il messaggio che lo squalo mangia il pesce piccolo? Allora forse possiamo dire che chi è più squalo vince? E quindi chiederci: con questo sistema come farà a vincere l’umanità, tutta assieme? Tale è lo sguardo che mi ritorna da questo nostro mondo “civilizzato” e “tecnologicamente avanzato”.

domanda:

Prima che tu mi mandassi questa risposta avevo annotato altre due domande da farti, sempre su Regina di fiori e di perle. Ora, però, preferisco seguire il flusso di quello che dici. Non sono mai stata in Ethiopia e ammetto di aver messo piede in Africa solo tre anni fa. Sono stata dapprima in Marocco, varie volte, anche in una situazione familiare oltre che per fare alcune interviste ai migranti di origine subsahariana bloccati lì. Poi in Senegal, ma solo per alcuni giorni nel 2007, per intervistare i giovani senegalesi che in quel periodo intraprendevano il viaggio con le piroghe da pesca verso le isole Canarie, attraversando più di 600 chilometri di Oceano Atlantico e spesso morendo. Questo solo per dirti da dove parte la mia domanda. Quello che mi ha colpito, in entrambi i luoghi, sia tra i marocchini e i senegalesi, sia tra i migranti bloccati in Marocco nel loro viaggio verso l’Europa, è il permanere del “sogno” che tu descrivi. Nel frattempo, infatti, sono cambiate varie cose e, soprattutto dopo l’11 settembre, l’Europa si è manifestata anche con il suo volto di ancella di varie guerre globali. Non solo, le politiche di controllo e di governo delle migrazioni, in Europa, si sono inasprite molto nell’ultimo decennio. Qui, in Italia, la situazione di molti migranti clandestinizzati dalle leggi in vigore sono davvero molto difficili. Moltissimi non riescono a trovare mai la strada di un’esistenza alla luce del sole. Eppure, è come se tutto questo, dall’altra parte, oltre quel piccolo stretto che separa i due continenti, non venisse percepito. Tra i migranti di qui senti tutto il peso di quella delusione che tu racconti, declinata in vari modi, a seconda delle situazioni che vivono, eppure è come se questo canto collettivo non riuscisse a farsi udire dall’altra parte. Tu che ne pensi?

risposta:

Già, so cosa stai dicendo, come mai il sogno persiste? Me lo sono chiesta anche io tante volte. In questo momento sto iniziando a scrivere un secondo romanzo, sulla storia di due ragazzi, una coppia, lui etiope e lei eritrea, che si sono conosciuti sul cassone del fuoristrada con cui hanno attraversato il deserto. Ho fatto loro delle interviste, a lui ho chiesto perché? Lui è di una famiglia anche benestante. Mi ha detto “Un giorno mi ha chiamato un mio amico, da Londra. Solo un mese prima era in Ethiopia e in un mese è arrivato a Londra. Mi ha fatto venire non il desiderio, ma l’ossessione per la partenza. Ho dovuto seguirlo, come se mi avesse catturato un demonio. Quando decisi di partire lo chiamai. Non sai come mi ha supplicato di non partire, ogni momento mi diceva – non vi è nulla che valga la pena – le mie orecchie non hanno neppure fatto passare quelle parole. Oggi io dico le stesse a chi in Ethiopia vuole partire. So che non sarò ascoltato. Come a suo tempo ho fatto io. Ma credo che presto il viaggio del deserto e l’attraversamento del mediterraneo sarà chiuso.” Allora gli ho chiesto “Per le leggi Italiane che ostacolano l’immigrazione?” lui si è messo a ridere “Le leggi italiane si sbriciolano davanti ad un pugno di dollari. No, non per quello. Solo perché il Ciad sta per entrare in guerra, e il Ciad è uno dei confini che bisogna attraversare”. Ecco, io non ho risposte. Nessuno ne ha, credo. Forse l’unica cosa che posso dire, in molti casi, è il bisogno dell’uomo di credere ancora di poter realizzare un sogno e quindi è comodo credere nello slogan del mondo occidentale. Pensa che quando dico a qualcuno in Ethiopia che qui non è poi sto gran piacere, loro pensano che io sia tirchia e non voglia che anche loro siano felici. Ecco cosa si dicono quando io volto le spalle. E puoi chiedere a tutti i migranti. Capita a tutti, è molto comune.

domanda:

Vorrei chiederti ora alcune cose sulla tua esperienza di scrittrice e di scrittrice in Italia, dove per te, quest’esperienza è iniziata. Regina di fiori e di perle è il tuo primo romanzo, mentre prima avevi scritto racconti e testi per il teatro. Nel libro, sembra che il grosso del lavoro della protagonista che dovrà diventare autrice consista nell’ascoltare le storie, nel raccoglierle, poi il raccontarle, nella scrittura, sarà la parte più facile. Lo fai dire alla madre di Mahlet, verso la fine del libro, quando Mahlet ha già capito perché tutti le raccontavano quelle storie del tempo dell’occupazione italiana e come al fondo di tutto ci fosse la prima storia raccontatale mentre era bambina dal vecchio Yacob. “Coraggio! Il più è fatto. Adesso devi solo scrivere”, dice in quest’occasione la madre a Mahlet. Vorrei innanzitutto sapere se nella tua esperienza di autrice ti identifichi con questa frase. Ma poi, la frase sembra suggerire anche qualcosa rispetto a ciò che può essere la scrittura. Dà l’idea di una scrittura aperta, il cui obiettivo e la cui ragion d’essere è l’essere tramite delle storie degli altri, e che dunque necessita di un lavoro molto consistente, di ascolto, prima di farsi tale. Volevi suggerire in parte anche questo con quella frase?

risposta:

Come tu ben sai, spesso quando si scrive alcune cose vengono direttamente dall’inconscio, sono poi i lettori, gli studiosi, i traduttori che ti fanno saltare agli occhi le cose. Quindi la tua analisi in parte è un ritorno che io ho e mi permette di razionalizzare. Su tale base rifletto e ti dico che sì, nel mio lavoro, per il mio tipo di scrittura, l’ ascolto è molto consistente e indispensabile. Per me la scrittura si può dire sia l’ultimo atto. Quando prendo in mano la penna è perché la storia c’è già, in tutta la sua complessità. Poi magari mi succede che mentre scrivo il mio inconscio faccia uscire altre storie marginali, che vanno a sommarsi alla storia già esistente, ma il più è già concepito e deve solo essere partorito.

Bene, ti ringrazio e smetto di mandarti altre domande. So, infatti, che in questo periodo sei con la penna in mano e aspetto la tua nuova storia. Meglio, le tue nuove storie. Grazie davvero. A presto. Federica

(luglio-novembre 2008)

Per una breve ricostruzione storica di alcuni episodi del colonialismo italiano in Etiopia, si può guardare il documentario sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, Fascist Legacy ("L’eredità del fascismo") prodotto dalla BBC e diretto da Ken Kirby :

1)

2)

Il progetto
Français
English

Interviste e racconti
Africa
Europa
Nord America
Sud America
Australia
Asia

Politiche migratorie e dispositivi di controllo
Interviste e documenti
Cronologia

Immagini e Video
Video
Immagini

Links
scritture migranti
escrituras migrantes
Passaparole Milano

Iscriviti alla Newsletter