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Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

La storia di una vita. Dalla Bosnia all’Italia (di Miran Hasibovic)

PRESENTAZIONE

Il racconto che segue è stato scritto nel 2004. Questo è anche l’anno della mia maturità scolastica e questo lavoro era parte integrante della mia tesina, intitolata ’’Storia di una vita’’, che affrontava anche altri argomenti (Jugoslavia genesi e disintegrazione, lettere di guerra, poesie ecc.). Il lavoro (dopo 5 anni) se paragonato al mio attuale modo di scrivere, risulta un pò datato, sia al punto di vista grammaticale che stilistico. Però è uno scritto che identifica la mia vita in un luogo e in un tempo precisi, cambiandolo o aggiornandolo avrei finito col non sentirlo più mio.

(Miran Hasibovic, novembre 2008)

La storia di una vita:

INTRODUZIONE:

La Bosnia ed Erzegovina è un territorio in cui le differenze prevalgono sulle similitudini e dove le similitudini comunque persistono. Qui il Mediterraneo si è scisso con lo scisma latino-bizantino e in questa frattura si è inserita l’enclave islamica. In Bosnia l’Oriente e l’Occidente si sono dati la mano. Le componenti cristiane,cattoliche e ortodosse hanno vissuto vicino a quelle d’origine musulmana o di provenienza ebraica. Durante il corso della guerra la popolazione maggiormente colpita era quella musulmana, i quali l’Europa ha quasi ignorato. In tutta l’ex Jugoslavia la divisione tra coloro che erano musulmani solo per la religione e coloro che, senza riferimento ad essa, erano considerati musulmani, non esisteva.

UN’ INFANZIA FELICE:

Ed è qui che sono nato. Nella città di Mostar per me il posto più caro al mondo, il mio paradiso terrestre.

Città la cui caratteristica più significativa è sicuramente quella della multietnicità dentro di lei convivevano culture e tradizioni diverse, vi erano infatti mussulmani, cattolici e ortodossi. Forse per caso o per uno strano scherzo del destino li sono nato io, e per non dare uno strappo alla regola sono nato in una famiglia mista in parte di origine cattolica ed in parte di origine musulmana. Comunque si parla solo di origini perché nella mia famiglia (parte paterna nella quale sono cresciuto e dalla quale si può dire che sono stato educato) la religione di per se era cosa tutta altro che importante anzi non veniva proprio considerata. Da bambino ho sofferto per moltissimi anni di bronchite asmatica che mi costringeva a passare molto tempo per cliniche ed ospedali sotto l’influsso di medicinali e terapie però ciò non poté impedirmi di vivere un infanzia serena. A distanza di tempo non ho dimenticato……….mi ricordo…… Mi ricordo di giorni felici e spensierati. Mi ricordo delle favole, delle poesie che la mamma mi raccontava, spesso aggiornate per far sì che finissero a lieto fine come piaceva a me. Mi ricordo di tutti quei giorni passati a giocare in giardino con mia cugina Tanja. Mi ricordo della sera di capodanno quando entrava in casa mio zio Edo (papà di Tanja) travestito da babbo natale e ci dava in dono sacchi enormi pieni di giocattoli e dolcetti. Mi ricordo quando andavo di nascosto nella camera dei miei nonni e rubavo tutto ciò che luccicava per poi nasconderlo in posti che solo io conoscevo. Mi ricordo della mia prima bici una mountain bike bianca e rossa, biciclette così non se ne erano mai viste in città. Mi ricordo del nostro terrier Buba il cane più buono e fedele che io abbia mai avuto. Mi ricordo della mia prima macchina radiocomandata e del dispiacere che ho provato quando il giorno dopo l’ho distrutta perché per sbaglio l’ho mandata sotto i piedi di mia mamma. Mi ricordo delle monellate che erano all’ordine del giorno. Mi ricordo della scuola. Impegnativa si, ma altrettanto divertente. Mi ricordo dei graffi delle ferite che con le lacrime agli occhi cercavo di nascondere per non far preoccupare la mamma. Mi ricordo della scritta TITO NOI TI AMIAMO sul monte Fortica scritta enorme che però vista dal nostro giardino sembrava poter essere presa nel palmo di una mano. Mi ricordo delle varie festività religiose tutte accettate e festeggiate come se fossero nostre. Mi ricordo delle lunghissime vacanze passate al mare. Mi ricordo delle vie solari di Mostar del suo clima dei negozi e anche delle persone.

Mi ricordo di tante altre cose. Infondo come fare altrimenti! Dimenticare? No è impossibile cancellare dalla mente situazioni ed ambienti cosi belli.

Tutto era come in una favola fino a quel maledetto giorno!

L’inizio della guerra:

Mi ricordo molto bene di quel giorno, il giorno nel quale la mia vita è cambiata drasticamente. E difficile pensare che la vita in un così breve arco di tempo possa ritorcersi contro di te. Era un pomeriggio di primavera, un pomeriggio come tanti, io ero in salotto con mia madre e tentavo inutilmente di convincerla per portarmi dalla nonna (materna) Tima quando all’improvviso un boato fece tremare la casa. Incredulo guardavo le finestre vibrare, in quel istante tutto intorno a me si era fermato quei dieci secondi a me parvero ore, e poi mi ricordo di mia madre che mi tirava per il braccio e correva davanti a me per raggiungere il garage, posto che lei riteneva più sicuro in quel momento. Solo il giorno dopo abbiamo saputo che una cisterna imbottita di esplosivo al plastico era stata mandata contro la caserma militare posta a nord. Quella è stata la scintilla che ha innescato il tutto! Il giorno dopo ricordo una strana quiete nell’aria, quiete che preannunciava la tempesta, infatti quella stessa notte fui svegliato dagli spari. Per me era una situazione incomprensibile, perfino le risposte alle mie domande non erano chiare, io volevo semplicemente sapere il perché di tutto ciò. Le risposte ai miei quesiti erano vaghe per un semplice motivo, perché in realtà nessuno si rendeva conto di quello che stava accadendo e nemmeno il motivo per cui la guerra era scoppiata. All’ inizio i bombardamenti erano notturni ciò permise a mio padre di fare del nostro garage un bunker protetto dall’esterno con tronchi di legno e dall’interno con sacchi di cemento in polvere, il tutto per far si che avessimo un posto almeno un po’ più sicuro dove nasconderci. Le ricordo quelle notti perlopiù insonni con il panico e con la paura nel sangue, dormire era impossibile. MI ricordo di mio padre seduto in silenzio sulla sedia che osservava per ore la pistola che aveva fra le mani chissà cosa gli passava per la mente sicuramente senza pensarci due volte avrebbe dato la sua vita per proteggerci. La situazione stava precipitando i bombardamenti erano diventati imprevedibili, di giorno, di notte, non faceva alcuna differenza.

Era giunto per me, per mia madre, per mia cugina (e anche per altri parenti dei quali però non mi ricordo) il momento di abbandonare la nostra casa, il nostro giardino, per trasferirci in centro città perché il condominio di Zdenka (sorella di mia nonna paterna) era dotato di una cantina sotterranea che ci sarebbe servita da protezione contro le granate. Ricordo chiaramente il giorno in cui dovetti lasciare la mia casa era una giornata piovosa, seduto in macchina osservavo con malinconia il nostro giardino e rimpiangevo i giorni passati.

Le notti passate in quella cantina sotterranea erano bruttissime, c’erano molte altre persone,eravamo tutti seduti per terra su una coperta o su un pezzo di cartone, tutti in silenzio, per quanto io ricordi non c’erano sorrisi, non c’erano emozioni perché in una situazione tale anche trovare la voglia di vivere non era cosa da poco. Nessuno credeva che la guerra avrebbe assunto una tale portata senza che l’Europa intervenisse, ma la realtà era ben diversa: eravamo lasciati soli al nostro destino.

Dopo più di un mese di notti passate a nasconderci, ascoltando il suono delle sirene e gli scoppi delle granate, mio padre insieme ad Edo (mio zio) prese la decise di mandarci nella villa estiva del fratello di Edo in Croazia.

Fuga in Croazia:

Partire per la Croazia non risultava una cosa semplice anzi era un viaggio molto rischioso perché bisognava passare i territori che erano sotto il controllo serbo. Un giorno approfittando della temporanea quiete partimmo con la macchina di mio padre, alla guida c’era lui e oltre a me e mia madre a bordo erano presenti mia cugina Tanja sua sorella Svijetlana e mia zia Zeljka (madre di Tanja e Svijetlana e moglie di Edo). Come detto prima il rischio era altissimo, mio padre era consapevole che la nostra vita era appesa ad un filo in quanto la strada era circondata da monti che erano sotto controllo dell’esercito serbo e dai quali questi ultimi bombardavano. Praticamente era una corsa contro il tempo, mi ricordo ad un certo punto intorno a noi iniziarono a sentirsi degli spari e mio padre ordinò a mia madre di sedersi dietro il suo sedile e di mettere me tra le sue ginocchia il tutto per poterci proteggere in un qualche modo anche a costo della sua vita. Per fortuna passammo indenni quei territori e la vista dell’Adriatico ci riempi di felicità i cuori, in un momento tale il domani non ci spaventava più. Finalmente arrivammo ad Igrane e se da una parte eravamo felici di essere sopravvissuti dall’altra eravamo amareggiati e tristi perché mio padre doveva tornare a Mostar.

Io ero pur sempre un bambino e non mi rendevo conto del rischio che egli correva e della situazione vera e propria che c’era a Mostar. Quell’estate potei riprendere a vivere una vita abbastanza spensierata, andavo a scuola (in un albergo equipaggiato per i profughi) passavo le giornate principalmente in compagnia di mia cugina Tanja e di Mia una ragazzina di Sarajevo che si trovava nella nostra stessa situazione. Per mia madre quello fu un periodo durissimo, da Mostar giungevano poche notizie e tra l’altro erano poco rassicuranti, i miei familiari erano li a lottare tra la vita e la morte. Dopo diversi mesi ci fu un periodo di relativa pace a Mostar e papà, insieme al padre di Tanja, poté venire a trovarci. Era strano per me notare il suo sguardo triste, il suo viso dimagrito, ma anche in momenti tanto duri lui riusciva sempre a farmi sorridere. Mi colpi quando mi diede in mano la Zenit la sua amata macchina fotografica mi disse di giocarci tranquillamente per lui quel oggetto tanto curato in passato ormai non aveva alcun valore. Cosi come mi colpi l’aspetto della macchina con la quale era venuto quella Talbot Solara praticamente nuova fino a qualche mese prima era ridotta ad un rottame c’era nylon al posto di alcuni vetri era arrugginita sporca ed ammaccata. Però ormai nemmeno in Croazia le cose andavano bene per noi a causa di un crescente nazionalismo che si radicava nelle persone ormai stanche e alla ricerca di uno sfogo. Mia madre ad un certo punto fu costretta a dichiararsi croata per poter ricevere un minimo di aiuto alimentare e farmaceutico. Oltretutto a peggiorare le cose fu la situazione all’interno della famiglia dalla quale alloggiavamo ormai stanca di tutto quel che si era creato perché in fondo i nostri problemi non erano i loro. E poi non avevamo soldi e mio padre era ancora li a Mostar a combattere una guerra che non era nostra. In quel momento l’unica cosa che ci restava da fare era fuggire, abbandonare la nostra terra e lasciarci tutto alle spalle. Aspettammo che ad Igrane arrivasse mio padre per partire tutti insieme alla rotta di una nuova vita. L’Italia era la nostra meta perché lì da qualche anno viveva mia zia Jagoda (sorella di mio padre) che si era offerta nel darci ospitalità per qualche tempo. L’ostacolo principale era la frontiera al porto di Spalato in quanto mio padre era un militare dell’esercito croato e come tale non poteva lasciare il paese in nessun modo senza un regolare permesso, che lui non possedeva.

Così quando giunse il momento mio padre si inventò una storia e disse al doganiere che sua sorella era gravemente malata e che non poteva permettersi di non rivederla per l’ultima volta. Per nostra fortuna dopo un lungo colloquio durante il quale mio padre gli promise che sarebbe tornato dopo sette giorni quel uomo ci diede fiducia e ci permise di salire sul traghetto.

Partimmo cosi alla vista di una nuova vita senza un soldo in tasca ma con i cuori pieni di speranza.

Arrivo in Italia:

Per me l’Italia è sempre stata il paese dei balocchi perché in passato i miei genitori ci andavano spesso ed io non ho mai avuto la fortuna di vedere questo posto chiamato Italia dal quale arrivavano giocattoli e vestiti nuovi. Perciò ero contento di andarci già immaginavo che figurone avrei fatto con i miei amici di Mostar quando gli avrei raccontato dove sono stato. E chi avrebbe mai detto che ci sarei rimasto per tutti i prossimi anni della mia vita? Comunque giunti ad Ancona (settembre 1992) prendemmo il treno per Pescara dove aspettammo la coincidenza per Sulmona che era la nostra meta. Ci fu descritta dalla zia Jagoda come un posto bellissimo situato nell’entroterra abruzzese, un posto ricco di cultura e storia famoso per i confetti e per essere il luogo della nascita del poeta Ovidio.

Mi ricordo che economicamente eravamo veramente in crisi, tutti e tre indossavamo ciabatte ed invece di borse in mano avevamo buste di nylon. A Sulmona ci aspettò mio zio Jadran (marito della sorella di mio padre Jagoda e padre di mio cugino Sergej) che ci ospitò per i prossimi otto mesi nella loro casa. Per vivere era essenziale lavorare infatti i miei genitori insieme a Jagoda iniziarono a confezionare confetti per la fabbrica Pelino (i confetti Pelino sono famosi in tutta l’Europa) un lavoro difficile in quanto richiedeva maestria, pazienza e nervi saldi e nonostante ciò poco pagato. Jadran faceva il cameriere e quello che si guadagnava in casa ci bastava a malapena per pagare le bollette e sfamarci. La vita era veramente dura, mi ricordo che in Italia il mio primo paio di scarpe me lo comprò un macedone amico di Jadran, mi prese per il braccio e mi porto al mercato, mi disse di scegliere quelle che più mi piacevano. Dopo un paio di mesi ci trasferimmo in Via Probo Mariano (situata in centro Sulmona nel borgo Pacentrano) e in quello stesso periodo mio padre riuscì a trovare lavoro presso una carrozzeria, lavoro che gli avrebbe permesso di guadagnare qualche soldo in più.

Io iniziai ad andare a scuola e ad instaurare i miei primi rapporti con i bambini italiani. Per me era strano uscire da un contesto di guerra ed essere sradicato dal proprio contesto sociale trovandomi a ricoprire posizioni nuove. Dopo quattro mesi fui trasferito dalla prima alla seconda elementare in quanto appresi in fretta le basi della lingua italiana e le mie conoscenze erano più che adatte alla nuova classe. Quel momento lo ricordo benissimo in quanto al contrario delle mie aspettative fui accettato con grande entusiasmo dai nuovi compagni che erano molto contenti soprattutto i maschietti di avere un nuovo amico di giochi. In quella sezione (A) conobbi ragazzini fantastici e con molti di loro tutt’oggi ho un fortissimo legame d’amicizia. La nostra situazione economica stava man mano migliorando però altrettanto non si può dire di quella psicologica. Mio padre dopo il lavoro accendeva la radio e restava fino a tardi con quest’ultima appoggiata all’orecchio, era molto preoccupato per i nostri familiari in quanto la situazione in Bosnia stava precipitando e nessuno faceva niente per fermare il disastro. E poi avevamo saputo che mia nonna Tima in seguito alla pulizia etnica era stata portata via da casa sua (casa che subito dopo e stata saccheggiata di ogni bene) e mandata nella parte sinistra della città dove per fortuna aveva trovato alloggio da dei suoi amici.

E come se non bastasse nel 1993 ci giunse la notizia che il vecchio ponte di Mostar era stato distrutto, per noi cittadini di Mostar quello era il monumento storico più importante al mondo. Vedendo le immagini in televisione fu impossibile trattenere le lacrime tutti ma propri tutti piangevamo come bambini perché consapevoli del fatto che insieme alle macerie nelle fredde acque del fiume Neretva era sprofondato anche il nostro orgoglio.

Ci sentivamo amareggiati ed impotenti di fronte a quello che stava accadendo nel nostro paese per lo meno in questo periodo mia madre riuscì a trovare lavoro e ciò se da una parte ci permise di vivere un po’ meglio dall’altra permise a me di avere molte più libertà. Il pomeriggio invece di studiare come ero abituato in passato iniziai ad uscire in cortile a giocare con gli altri bambini.

Io quel periodo lo ricordo come un periodo fantastico, la guerra ormai mi sembrava lontana e con i bambini nei vicoli di Via Probo Mariano si faceva di tutto: si giocava a nascondino, a calcio, si andava in bici, in skate board, sui pattini, si giocava a basket, si facevano le gare con le macchine telecomandate e poi mi ricordo dei continui contrasti con i bambini di altre zone contro i quali si sferravano lotte con pistole e palloncini d’acqua fino all’ultima spruzzata. Erano passati ormai diversi anni e nel 1995 una notizia ci sollevò, la notizia che confermava la fine della guerra nel nostro paese, eravamo veramente contenti soprattutto perché non avevamo subito perdite in famiglia e poi si era consapevoli che avendo toccato il fondo la situazione non poteva che migliorare. Io nel 1996 finii le elementari e più che per scelta mia per scelta di mia madre iniziai la scuola media Mazzara (scuola d’arte considerata la scuola media più difficile di Sulmona perché oltre alle materie classiche si faceva tedesco, plastica, tecnica e artistica) allora non ero un gran che entusiasta però ripensandoci quei tre anni sono stati molto significativi ed importanti per me. Anche in quella scuola conobbi ragazzini fantastici (e professori altrettanto in gamba), forse quelle sono state e sono tutt’ora le amicizie più importanti della mia vita. Purtroppo quel periodo dal punto di vista sociale ed emotivo fu molto duro per me, perché in quegli anni per la prima volta mi trovai di fronte persone poco tolleranti il cui razzismo mi aveva colpito in particolar modo. Anche se con la grande maggioranza degli italiani avevo dei buonissimi rapporti in seguito a quelle esperienze cominciai a sentirmi estraneo e diverso. Dentro di me finii per avere paura di ciò che pensavano gli altri più di quanto mi avesse terrorizzato la guerra. La nazionalità, il sentirmi estraneo, consapevole di vivere in un ambito sociale che non era il mio mi ha fatto sempre soffrire, moltissime sono state le volte che ho pianto cercando una risposta al perché una cosa del genere era capitata proprio a me. Con il passare del tempo mi sono reso conto che il mio tipo di cultura non è molto comprensibile per gli altri. Credo che la diversità delle etnie presenti nel mio paese abbia reso la mia tolleranza maggiore delle persone con cui entro in contatto. Ormai correva l’anno 1997 e la guerra in Bosnia sembrava definitivamente sedata, nonna Tima era tornata nella sua casa pronta a ricominciare da capo e Hasib e Anka (nonni paterni) ci rassicuravano sul fatto che la vita era tornata pressoché alla normalità. Per me e per la mia famiglia era giunto il momento di tornare a Mostar di vedere e riabbracciare i nostri cari. Io non potevo crederci dopo anni passati a sognare, desiderare, rimpiangere la mia terra finalmente avrei rivisto la mia Mostar, la mia casa e i miei familiari. Ero contentissimo perché in fondo mi aspettavo di ritrovare la mia vecchia vita i miei vecchi amici tutto, come era una volta………..purtroppo mi illudevo……….

Ritorno a Mostar:

Non potevo crederci finalmente……finalmente quel giorno era giunto dopo cinque anni d’attesa avrei rivisto la mia città. Ero veramente emozionato, arrivati in Croazia per me era come arrivare a casa, era quasi inalterata, era come la ricordavo io, solare con un mare bellissimo trasparente, l’odore dei pini mischiato con l’odore del adriatico dava vita a un profumo caratteristico che risvegliava in me vecchi ricordi di quando ero bambino. Gli ambienti le città dove io e i miei genitori andavamo in vacanza in quel passato che non mi sembrava più così lontano erano integri come nella mia memoria. Sospiravo incredulo e dicevo: sono tornato questa è la mia terra. Ma il paesaggio man mano che si andava nell’entroterra stava cambiando più ci si avvicinava alla frontiera della Bosnia ed Erzegovina e più triste diventava la realtà. Passato il confine di fronte a noi uno scenario triste e malinconico si apriva, la strada era dissestata intorno vi erano case abbandonate quasi tutte bruciate o ridotte in macerie. Guardavo dal finestrino incredulo mentre il paesaggio sempre in peggio mutava, neppure la natura era sopravvissuta, alberi sradicati, piantagioni bruciate, non credevo ai miei occhi, quella non poteva essere la mia terra. Ancor più brutta fu la sensazione di tristezza che mi assalì quando entrammo a Mostar. Mi pareva una città ormai in ginocchio, distrutta in ogni sua parte, molte sono state le volte che ho chiuso gli occhi, mi mancava il coraggio di guardare di giudicare quel ambiente malinconico che non rispecchiava e non dava vita alle mie speranze.

In quel momento il dolore, l’amarezza, la delusione dentro di me erano tali che non dissi una parola, mi ricordo chiaramente quando mia madre non rendendosi conto di quello che provavo mi disse ‘‘Guarda, guardati in torno, eccoti la tua Mostar’’ parole che allora come oggi risuonano nella mia mente e mi fanno soffrire. Prima di procedere verso casa nostra ci fermammo da Duda un amica di mia nonna in quel momento l’unica cosa al mondo che volevo era rivedere il mio nido ovvero la casa e il giardino (chiamato metaforicamente giardino è in realtà un terreno di circa duemila metri quadri dove sorgono tre case quella nostra, quella di mio nonno paterno e quella del mio bis nonno Carlo padre di mia nonna paterna Anka) dove sono cresciuto. Duda vedendomi fremere di desiderio chiamò mio nonno Hasib e gli disse di venire a prendermi. Mio nonno arrivò subito su una vecchia pony (tipo di bicicletta) e dopo essersi salutato con tutti mi fece sedere dietro di lui per portarmi a casa. Come me anche lui era molto emozionato perché conoscendomi sapeva quanto forte era il mio desiderio. A circa cinquecento metri dalla nostra proprietà si fermò mi diede la bici e disse ‘Prendi la bici, da qui in poi puoi proseguire da solo’. Presi la bici e iniziai a pedalare, senza rendermene conto andavo sempre più forte, ricordavo quella strada molto bene che a distanza di anni non era tanto cambiata, andavo fortissimo e mi dicevo ‘‘finalmente finalmente dopo tutto questo tempo sto per rivedere casa’’ feci quell’ ultima curva, ed ecco ero li di fronte al nostro cancello. A prima vista il paesaggio non era cambiato, era molto simile a come lo ricordavo, ormai tutta la mia impazienza era svanita, spinsi il cancello ed entrai piano incredulo mi guardavo intorno non riuscendo a credere che ero tornato. Entrai in casa, mia nonna Anka e sua sorella Ivanka erano lì che mi aspettavano le abbracciai entrambe e le riempii di baci, anche loro come me non potevano credere che finalmente dopo così tanto tempo eravamo tornati. Quel mese di Agosto passò veramente in fretta mi ero abituato ormai alla nuova Mostar, perlomeno così credevo fino a quando non siamo andati a vedere i resti del vecchio ponte.

Rimanere indifferente a quello che i miei occhi vedevano era impossibile tutta la malinconia riaffiorò di colpo, mi resi conto che la Mostar dei miei ricordi non esisteva più perché era evidente, se non c’era più il vecchio ponte come faceva ad esserci Mostar?(Mostar letteralmente vuol dire ponte vecchio: most =ponte, star =vecchio). Quell’estate passò e noi ripartimmo per l’Italia, ero molto triste ma altrettanto soddisfatto perché nonostante le molte delusioni avevo realizzato il mio desiderio più grande.

Al giorno d’oggi: (2004)

La situazione oggi è cambiata di molto, in quanto l’immigrazione è diventata fatto di ogni giorno e la presenza di persone diverse sta entrando nella normalità di ogni giorno. Anche se la mia famiglia ed io ci siamo inseriti nella società italiana non ne facciamo parte del tutto. Le differenze sono troppo radicate seppure non visibili ad occhio nudo. Sentirsi straniero è una condizione permanente e di sospensione tra due mondi. Il nostro paese è cambiato durante questi anni ed è impossibile non sentirsi estraniati anche lì (seppur maggiormente vicini). E’ come oscillare tra mondi e culture, ma non avere un posto a cui appartenere. Mostar nonostante tutto è ancora il mio paradiso terrestre il posto per me più caro al mondo dove più mi piace trascorrere il mio tempo. Si e vero! E cambiata in questi anni, la ricostruzione se pur lentamente sta rimettendo in piedi una città che ormai aveva toccato il fondo.

Pian piano sta ritrovando il suo vecchio splendore, purtroppo non tutti gli abitanti di Mostar sono tornati, la maggior parte di questi è all’estero e poi vi è molta gente nuova che è venuta dalle campagne e approfittando della guerra si è insediata in città. Vi sono poi enormi differenze tra i nuovi ricchi (che per arricchirsi hanno approfittato della guerra) e la maggior parte della popolazione che lotta ogni giorno per vivere o forse è meglio dire per sopravvivere. Un altro grande problema che da molti anni a questa parte mi opprime è il problema del nazionalismo religioso che è stato soffocato ma non estinto. Tutt’ora Mostar è divisa in due parti quella sinistra dove risiedono i musulmani e quella destra dove risiedono i cattolici. Non è facile perdonare da un giorno all’altro un torto così grande ma è ancor più difficile fare ciò se si continua a forzare i pensieri e i simboli religiosi. Un esempio di questo è la grande croce alta più di trenta metri che è stata costruita sul monte Hum. Un simbolo che di per sé a molti non da fastidio ma il problema non risiede nel simbolo. Ciò che a molti, me compreso, fa rabbia riguarda il posto dove è stata costruita in quanto è situata sul monte dal quale l’esercito croato bombardava la città uccidendo e portando sofferenza tra le persone. Cosicché un simbolo religioso è diventato un simbolo provocatorio che non può fare altro che peggiorare una situazione sociale già precaria. Molti soldi maneggiati da persone senza scrupoli invece di essere investiti nella ricostruzione vengono impiegati nella costruzione di nuovi posti religiosi come moschee o chiese o ancora peggio rubati e spartiti tra di loro. Se pur lentamente la legge sta facendo passi in avanti, molte persone sono finite agli arresti per imbrogli economici, si dice che la verità torna sempre a galla e io spero che ciò sia vero. Devo dire che, la situazione sia sociale che economica dal 1997, l’anno del mio primo arrivo, è migliorata e anche di tanto, perciò da buon ottimista continuo a credere che andrà sempre in meglio. Mostar nonostante i suoi difetti avrà sempre moltissimi pregi, resterà una città bellissima accarezzata da un clima mite e temperato. Il venticello che spesso soffia non smetterà di farlo e i suoi fiori che odorano le vie del centro storico non appassiranno così come il fiume (Neretva) dalle acque verdissime non prosciugherà. Insomma Mostar per me sarà sempre una città speciale bella e viva sia di notte che di giorno.

E a dare sospiro alle anime di noi abitanti di Mostar sarà un evento importantissimo che avvera quest’ estate. Ovvero la riapertura del vecchio ponte, monumento che tutti noi ci portiamo nel cuore, il simbolo che tutti ci accomuna, non importa di che religione o di che nazionalità noi siamo, perché siamo e resteremo per sempre dei mostarci (abitanti di Mostar).

Per questo motivo voglio credere a quelle persone che dicono, che la ricostruzione del vecchio ponte sarà l’inizio di una nuova era basata sulla convivenza pacifica e il rispetto tra le varie etnie (musulmana, cattolica ed ortodossa). Se ciò fosse vero Mostar tornerebbe ad essere una città multietnica come lo è stata in passato e riacquisterebbe tutto il suo antico splendore. Ed io non sarei più il passeggero nella carrozza della vostra vita in quanto anche io come voi avrei una stazione alla quale scendere.

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