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Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

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Morire di cpt, Torino, Italia, maggio 2008 (intervista di Gabriele Proglio)

Sabato 24 maggio 2008, Hassan Nejil muore nel Centro di detenzione di Torino. Erano passate alcune ore da quando era iniziata la sua agonia e da quando gli altri detenuti avevano cercato di avvisare i responsabili della Croce rossa, che gestisce il Centro, delle sue condizioni, ma avevano ottenuto come risposta che si doveva aspettare l’arrivo del medico di turno alle 8 del mattino. Troppo tardi per Hassan. Da quel momento i detenuti hanno dichiarato una sciopero della fame e iniziato un protesta. Per il colonnello Baldacci, responsabile del Centro, sono tutti dei bugiardi a cui non bisogna credere e soprattutto non bisogna credere alla loro ricostruzione dei fatti. Qualche giorno dopo, il 29 maggio, 4 detenuti, testimoni della morte, vengono prelevati dal Centro ed espulsi dall’Italia. Evidentemente, nessuno aveva interesse ad ascoltare la loro verità. Pubblichiamo qui il testo di un’intervista a uno dei testimoni.

«Hanno detto che era tardi, e lo hanno lasciato morire»
Un testimone racconta le ultime ore di Hassan nel cpt di Torino
Gabriele Proglio
Torino

Si chiama Sallami Abedel, ha 19 anni, è marocchino. Si è da poco sposato con un’italiana, con tanto di certificato alla mano. Ma la polizia di Aosta non gli ha creduto, lo ha accusato di aver messo su un matrimonio falso. E lo ha portato nel cpt di Corso Brunelleschi a Torino, dove domenica notte è morto uno di loro, Hassam Nejil. Ora è uno dei capofila della protesta contro i «mancati soccorsi» al compagno agonizzante. Lo abbiamo raggiunto nel cpt per via telefonica.

Dunque, cos’è successo quella notte?

Quando Hassan è venuto qui lo hanno riempito di psicofarmaci. Stava già male. Al mattino lo hanno visto alle sei che strisciava contro le sbarre, gli hanno chiesto... ma stai bene? E lui non parlava. E’ andato in stanza. Poi gli altri si sono accorti che stava male e hanno chiamato la Croce Rossa.

E poi?

La Croce Rossa ha detto che non c’era il medico a quell’ora. Gli abbiamo detto che stava male, che doveva andare dal dottore. Hanno risposto che non era possibile. Da quel momento in poi quando abbiamo suonato non ci hanno più risposto. Quando è morto i ragazzi hanno continuato a urlare, solo per quello sono venuti a prenderlo. Prima respirava ancora. Gli altri chiedevano aiuto e nessuno è venuto, forse perché pensavano che li prendessimo in giro.

Dopo che cosa avete fatto?

Sono venuti a prenderlo alle 9 e mezza, ma lui era già morto. E’ morto verso le 8, le 8 e mezzo circa.

Da allora siete in sciopero della fame per protesta.

Sì, l’abbiamo fatto l’altro ieri, ieri e oggi. Solo che oggi i tunisini hanno mangiato. Metà mangiano, metà no.

L’altra notte c’è stata anche una rivolta.

La rivolta era per il morto. Si sono messi tutti ad urlare, a buttare via i materassi, a smontare i letti e buttare le buste della spesa per iniziare lo sciopero della fame. Stanno cercando di farci smettere di protestare. Non vogliono far entrare la nostra spesa, pagata con i nostri soldi. Ci dicono che se vogliamo fare lo sciopero loro fermano tutto, non fanno entrare la spesa, niente.

Hai visto altre violenze in questi giorni?

Un ragazzo ha provato a scappare, lo hanno riempito di botte. Era venerdì. L’abbiamo visto scappare via. Poi ci ha raccontato che si era nascosto in un tubo grosso di cemento e la polizia per cercarlo ha preso un ferro e tirava dentro, alla cieca. L’hanno beccato tre volte in testa, poi quand’è uscito hanno iniziato a picchiarlo. Non riusciva più a camminare. Lo tenevano in cinque, e sembrava morto. Adesso ha tutte bozze in testa. Un’altro ha gli occhi viola. Ha risposto male e l’hanno picchiato.

Cosa chiedete?

Vogliamo che ci facciano uscire tutti di qui. Me ne voglio andare, non ce la faccio più. Noi vogliamo che i cpt chiudano. Perché non è giusto. Perché devono portare qui la gente che non ha fatto niente, perché si devono passare qui dentro sessanta giorni?

Sono successi altri problemi sanitari, oltre a quello che ha portato alla morte di Hassan?

Ieri. Un ragazzo aveva male a un ginocchio, non riusciva a camminare. Abbiamo chiamato e detto di venirlo a prendere. Ci hanno risposto che non entravano perché stavamo protestando. Però lui stava male davvero, non riusciva neanche a camminare. Allora ci hanno detto di portarlo fuori. Abbiamo aspettato un quarto d’ora e poi l’abbiamo portato. Un altro ragazzo è rimasto scioccato dalla morte, era cinque giorni che non mangiava, solo oggi sono venuti a prenderlo per portarlo in ospedale. Ci considerano come delle bestie. Sai che sabato ci sarà una manifestazione in vostro sostegno? Speriamo che ci aiutino e riescano a tirarci fuori da questo posto. Piuttosto che sprecare soldi a mandare via la gente, li usino per regolarizzarla, per trovargli un lavoro.

(da Il Manifesto, 28 maggio 2008)

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