Nella stessa rubrica

Statement of the Syrians after the shipwreck to the European Union (Italy, october 2013)

Let’s take this sorrow seriously. Giusi Nicolini, Mayor of Lampedusa, answers the mothers and the families of the Tunisian missing migrants

C’est au sérieux que nous devons prendre cette douleur. Giusi Nicolini, maire de Lampedusa, répond aux mères et familles des migrants tunisiens disparus

Prendiamo sul serio questo dolore. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, risponde alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi.

Appello per i migranti tunisini dispersi/نداء من أجل التونسيين المهاجرين المفقودين/Appel pour les migrants tunisiens disparus/Petition for missing Tunisian migrants/Unterstützungsaufruf für die vermissten tunesischen Migranten

"Da una sponda all’altra: vite che contano". Lettera ai ministri degli interni e degli esteri italiani e tunisini/رسالة للوزراء /Lettre aux ministres (Italia, 14 gennaio 2012, italiano/arabo/francese)

Cie 2011. Cronologia delle resistenze (a cura di Martina Tazzioli, Italia, gennaio 2012)

Una lettera da Adama (Italia, 17 dicembre 2011)

Donne italiane e tunisine: lettera alle giornaliste (dicembre 2011)

Per Mor per Modou (appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana, Italia, dicembre 2011)

Amaniel (nome inventato), Agrigento (Italia), 29 agosto 2004 (intervista raccolta da Federica Sossi)

Amaniel, eritreo, racconta il suo viaggio dall’Etiopia verso la Libia e poi l’Italia. Il passaggio attraverso il Sahara e poi la vita in Libia, dove è rimasto sette mesi prima di raggiungere Lampedusa. Poi, lo stesso Amaniel, intervista un suo compagno di viaggio sull’accordo che l’Italia stava facendo in quei giorni con la Libia per il controllo delle coste.

“Grazie mille dell’occasione che mi dai di parlare dei problemi, del modo di viaggiare in Libia e nel Sahara. Grazie molte per darmi questa occasione per spiegare i problemi maggiori che le persone hanno a causa della guerra.
Per prima cosa voglio parlare dei problemi dell’Eritrea e far capire la ragione principale perché le persone emigrano dalla loro nazione. Sono stato in Etiopia per 12 anni, a scuola. L’Eritrea è un paese di 4 milioni di persone e in Eritrea c’è la mia famiglia. Ho anche un problema con quel governo. Ho passato un anno in prigione. Non vivevamo come volevamo e desideravamo, non avevamo la libertà di vivere come una bella persona.
Negli ultimi tempi le persone emigravano dall’Eritrea all’Etiopia e avevano problemi di linguaggio, quando non parli la lingua di un paese ti possono trasformare in un nemico e questo non aiuta le persone emigrate, ti fanno fare quello che vogliono. La ragione per cui le persone emigrano dal loro stato è un allenamento militare, le persone giovani non vanno a scuola, non vanno a lavorare perché devono fare la Sawua (addestramento militare), ma le persone rifiutano e scappano in altri paesi.
Da qui ti spiego dall’inzio il modo in cui inizialmente le persone sono arrivate in Libia e dopo di me Enok ti spiega la situazione in Libia. Io davvero spero che questa cosa non debba capitare ad altri.
E’ iniziato in Etiopia, da Gondar, abbiamo speso molti soldi qui al posto di passaggio, alla frontiera e dopo sono stato sette mesi in Sudan raccogliendo soldi per andare in Libia perché devi fare molta fatica per passare da una parte all’altra. Devi fare delle cose molto difficili per riuscire ad aiutare la tua vita. Non è una cosa buona per gli esseri umani questo modo di vivere.
Lì c’erano delle vecchie auto come toyota o auto usate, c’erano tre fuoristrada toyota. Abbiamo il cibo razionato, come biscotti, e acqua e abbiamo pagato 300 dollari per passare a Cufra, una città della Libia. Durante il percorso c’è stato un incidente sulla strada del Sahara perché un auto non era adatta per fare questo viaggio, ha avuto dei problemi meccanici.
Questo è il modo in cui funziona ed è abbastanza inspiegabile, non ho la quantità di parole giuste per spiegarlo: persone che muoiono perché finiscono l’acqua e il cibo, venti giorni o diciassette giorni per arrivare in Libia, questa è la situazione, qualcosa come questo senza che venga saputo da nessuno, nemmeno da un Dio. Senza medicine, senza nessun tipo di aiuto e nessuna ospitalità arrivano in Libia. E poi ancora 400 dollari, il pedaggio, e poi i soldi per il cibo e l’alloggio, e poi vogliono continuare il viaggio da Cufra sino a Ildava, poi 1000 chilometri da Tripoli sino all’Italia.
A Bengasi il punto principale è che incontri la polizia e se non hai soldi puoi rimanere in prigione per molto tempo, qualche mese o un anno. Sono stato sette mesi in Libia con amici della mia stessa nazionalità ma anche molte altre persone della Nigeria, del Sudan, del Ghana.
Il problema non è solo per gli eritrei o gli etiopi ma per ogni nazionalità. Non c’è un corpo diplomatico in Libia, credo di aver visto l’Ambasciata eritrea in Libia ma non ne hanno fatto qualcosa per le persone dell’Eritrea, un luogo che si prendesse cura degli eritrei, non vogliono saperne nulla degli eritrei. Sono troppi problemi da spiegare per me.
Penso che se tu chiedi a qualcuno che è arrivato in Italia della Libia ti dirà che la Libia non è un buon paese. Le persone hanno avuto così tanti problemi con i libici, i libici usavano un coltello, per rubargli i soldi, se vai fuori dalla tua casa per andare in qualsiasi posto, per bere un caffè o qualcosa del genere, vengono da te in gruppo e se poi vai dalla polizia la polizia ti salta addosso e ti dice che non si occupa di altre nazionalità.
Quindi voglio parlare per coloro che verranno dalla Libia in Italia. Se c’è qualche ufficio in Italia per questi immigrati che sono passati per la Libia voglio fargli capire che cosa queste persone hanno passato, perché in Libia con qualsiasi cosa, in qualsiasi modo fanno capitare qualcosa di brutto. Il governo libico ha una sua propria struttura e le persone non hanno abbastanza sapere, non hanno libertà, non c’è rilassatezza nel modo di agire, non c’è qualcosa come questo (il registratore che gli ho lasciato per fare il suo racconto) per potersi esprimere liberamente. Voglio spiegarti il problema del mio popolo e delle altre nazionalità: la guerra non è buona, se c’è una guerra non puoi dormire e avere del bene e andare a scuola e non puoi guadagnare in modo libero, ecco perché le persone vanno via dai loro paesi per andare in posti dove c’è la pace”.

Intervista di Amaniel a Enok (nome inventato): “Cosa pensi dell’accordo tra la Libia e l’Italia? Vista la situazione in Eritrea e in Libia, i problemi di questi due paesi, come pensi che possano essere affrontati questi problemi? Mi rivolgo a te per avere il tuo parere.
Nel mondo in cui viviamo la carta e le firme sono quotidiane, la loro praticabilità non va a vantaggio dei popoli oppressi e delle persone che sono vittime della guerra e della fame, perché nessuno cerca di affrontare questi problemi. L’Iraq ha il petrolio, e i paesi europei e gli americani, per prendere questa ricchezza, ammazzano la gente di questo paese. I nostri problemi non li guarda nessuno, non siamo considerati, ma il nostro problema di eritrei non è da meno di quello dell’Iraq.
I giovani sono scappati per poter trovare una soluzione a dei problemi, ma poi sono usciti da lì e hanno trovato una situazione più complessa e problematica. Non hanno trovato giustizia. Per esempio, dall’Eritrea verso il Sudan o dall’Eritrea verso l’Etiopia e poi in Sudan è molto difficile. Una volta entrati in Sudan il problema linguistico, il problema della cultura, i problemi economici non sono facili. C’è l’ufficio delle Nazioni unite solo nominale e non dà alcuna soluzione, questo non vuol dire che qualcuno non possa trovare una soluzione di fortuna o casuale. Per questi problemi incontrati in Sudan le persone decidono di partire attraverso un luogo da cui non sono passati nemmeno gli animali del mondo. Non ho occhi, non ho denti. Se sarò vivo sarò vivo, altrimenti sarò morto. Io sono morto da vivo e anche se muoio è lo stesso.
Ho fatto questa scelta e sono arrivato in Libia. Libia vuol dire anche Sahara, non è diverso, perché poi incontri delle shifta (rapinatori, banditi) che chiedono soldi e quando non ottengono soldi ammazzano la gente. La Libia e il Sahara sono identici.
Anche quando arrivi in Libia il governo libico non è meglio dei banditi. Uno dei motivi per cui loro del governo si comportano come banditi è che ti accusano di essere arrivato illegalmente. Non vedono i problemi che ti spingono per arrivare qua. Alcune persone, delle autorità locali, organizzano delle specie di prigioni che il governo non conosce. Organizzano queste prigioni e se tu sei capace, linguisticamente, puoi uscire fuori pagando un minimo di 300 e 400 dollari sino a 1200 dollari. Se non hai soldi ti fanno ritornare nel tuo paese d’origine. Se esci si va a Bengasi e da lì pagando dei soldi puoi ottenere un visto provvisorio, a volte con 70, a volte con 100 dollari, sino a 150. Con questi permessi puoi entrare a Tripoli, in modo quasi legale. E quando entri a Tripoli dal ragazzo di dieci anni sino al vecchio devi pagare. Qualsiasi persona che incontri paghi. Se dici che non hai soldi lui prende tutto quello che c’è sul tuo corpo, orologi, ecc., e poi alla fine ti possono anche ammazzare o ferire con dei coltelli se non hai queste cose. Quando vai di fronte alla legge per reclamare o per denunciare ti dicono: perché sei venuto nel nostro paese? Questo di giorno, per quanto riguarda i civili, poi durante la notte diventa il momento dei poliziotti, vanno in giro per le case o nei luoghi di raccolta, perquisiscono le persone e portano via tutto quello che hanno.
Tu hai spiegato tutte le atrocità che si commettono e tutte le difficoltà che ci sono in Libia. In quanto eritreo che cosa potresti dire al governo italiano per salvare gli eritrei che sono in Libia?
Io non ho una conoscenza politica approfondita e quindi non sto parlando dal punto di vista politico. Sto partendo dalla mia esperienza e da quello che mi è successo. Il motivo per cui io sono andato via dall’Eritrea, può essere per motivi della politica del governo, può essere che io abbia avuto dei problemi individuali con i responsabili. Se non ottieni la giustizia non puoi fare altro che scappare da questa situazione, perché delle volte si arriva anche ad essere ammazzati con il fucile e allora a quel punto decidi di scappare, anche se queste cose non vengono fatte alla luce del sole succedono anche in prigione senza che nessuno lo sappia, è un fenomeno comune di ammazzare non alla luce del sole o all’aperto, quindi prima che queste situazioni succedano a te scappi. Tutti quelli che sono in Libia non sono persone che non avevano nulla da mangiare o che avevano fame o che non avevano da fare nulla come lavoro, ma quando non c’è la giustizia, la pace, la democrazia per ottenere la giustizia, la pace, la democrazia e per mantenersi in vita, per conservarti in vita allora prima che succeda a te scappi”.

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