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Bercelone ou la mort (Barça ou Barzakh), video di Idrissa Guiro, Senegal (2006)

Barça ou Barzakh, in wolof, Barcelone ou la mort, in francese, lingua ufficiale del Senegal. Scritto sui muri, detto per le strade, cantato da alcuni cantautori, ripreso dai giornali, Barça ou Barzakh è lo slogan con cui in Senegal, nel corso del 2006, si è espresso un movimento di vero e proprio esodo dei giovani senegalesi verso… Già: verso dove?

Verso Barcellona, afferma lo slogan. Verso la Spagna, riprendono i bambini senegalesi nel film di Idrissa Guiro, che non sanno che cosa sia l’Europa, ma la Spagna “per mangiare” sanno che cosa sia. Verso le isole Canarie, come è avvenuto nella realtà (Senegal, migranti rimpatriati (2006)), con centinaia di piroghe colorate, un tempo barche per la pesca, e migliaia di giovani che intraprendevano la traversata dell’Atlantico, unico viaggio concesso dall’Europa e dalle sue politiche di governo delle migrazioni ai giovani della costa occidentale dell’Africa.
Verso la morte, anche, come lo slogan non inteso alla lettera, ma ascoltato bene, lascia intendere. Per migliaia di viaggiatori quella strana meta, precisa e indeterminata al contempo, una Barcellona-Canarie-Spagna-Europa, si è rivelata essere, infatti, una tomba tra le acque dell’Atlantico già prima che il 2006, l’anno dell’esodo, si concludesse con questo dato: 35.000 i migranti arrivati sulle isole dell’arcipelago delle Canarie, molti di loro senegalesi. Migliaia e migliaia, senza che nessuno sappia dire quanti, i morti.
Come già negli anni passati nello stretto di Gibilterra e poi sulla rotta che dalla Libia porta verso il Canale di Sicilia, muoiono, infatti, in molti, in questo caso forse addirittura in troppi, prima di arrivare. E tra il novembre del 2005, dopo i primi arrivi sull’isola di Tenerife, e il maggio del 2006, si innalza un coro di voci e di numeri: quanti sono? Un vero e proprio balletto macabro, con un richiamo all’umanità e un occhio agli accordi di rimpatrio, alle pattuglie e agli altri infiniti ostacoli congiunti da frapporre all’arrivo della “valanga umana”, si alza su quelle morti, forse a commemorarle. Quanti sono? Molti, evidentemente, poiché, che partano dalla Mauritania o dal Senegal, e qualcuno persino dal Gambia, la distanza da attraversare è davvero immensa.
Poi la Spagna e l’Europa sono corse ai ripari, dispiegando le proprie pattuglie congiunte, firmando sottobanco accordi di rimpatrio (Senegal, 2006), arrestando, o facendo arrestare dalla polizia del Senegal, ma nel quadro dell’operazione congiunta di Frontex, i giovani senegalesi mentre si trovavano ancora sulle spiagge del loro paese, colpevoli di un desiderio di migrazione. Barça, allora, ha ripreso la sua distanza e indeterminatezza, un sogno d’altrove, di cui ora in Senegal giovani, bambini e donne conosceranno soltanto le parole che l’allontano, dette loro da donne e uomini bianchi che parlano in mille modi, attraverso incontri, la carta stampata, giornalini e fumetti, spettacoli teatrali, per “sensibilizzali contro i rischi dell’emigrazione clandestina”. Ultima versione di quei dispositivi di confinamento messi in atto dall’Europa e che esigono ormai numerosi complici, funzionari di stato e non, operatori umanitari, a volte persino associazioni antirazziste, con un raggio d’azione sempre più distante da un centro ipotetico.
La declinazione più recente di tale dispositivo è rappresentata, infatti, da una forma dolce e dissuasiva di limitazione, tutta discorsiva, e improntata alla “sensibilizzazione” con cui alcune ong europee, affiancate dall’Oim, ma finanziate ovviamente dall’Ue, hanno deciso di instaurare negli stati africani la nuova legge dell’emigrazione clandestina. Non un parlamento che legifera, come era avvenuto negli stati del Maghreb, solo parole, invece, volte a "sensibilizzare" giovani a volte già provati - ma evidentemente non abbastanza sensibili - dal lutto per la morte di qualche amico o dal naufragio del loro stesso viaggio.
Grazie ai loro dispositivi di discorso, dai muri e dalle parole del Senegal Barça è stata riportata in Europa, lì dove realmente si trova; resta, onnipresente, Barzakh, il primo luogo dopo la morte secondo il Corano, come un incubo o un monito capace di interrompere ogni capacità di sognare.

Barça ou Barzakh, Barcelone ou la mort, il film di Idrissa Guiro, presentato al Cinéma du réeel di Parigi nel marzo di quest’anno e vincitore del premio Louis Marcorelles, di cui qui presentiamo alcuni clip disponibili sul web, ripercorre le tappe di quel sogno e ridà a Barcellona tutta la concretezza della sua realtà onirica.

(Federica Sossi, marzo 2008)

http://docbarcelone.canalblog.com/

http://www.educationsansfrontieres.org/?article9938

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