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Adesso da tre settimane ho lasciato questo lavoro perché sono occupato con le riunioni a Tiburtina o con i miei programmi. Ma voglio cominciare un’altra volta la prossima settimana. Ho cominciato questo lavoro l’anno scorso dopo che ho preso negativo e non posso più lavorare alla bancarella o al ristorante perché sono senza documenti.

Prima lavoravo a una bancarella di scarpe, una bancarella che sempre girare, non un posto solo. Quando ho preso negativo non posso lavorare bancarella e sono stato due mesi senza lavoro. Senza documenti non posso neppure cercare lavoro allora ho pensato di fare questo lavoro di portare mangiare paesano per ragazzi che stanno alle bancarelle. Ho cominciato prima a portare mangiare paesano poi anche mangiare generale. Quando vado bancarella prendono da mangiare non solo del mio paese, ma anche tanti ragazzi di altri paesi che quando assaggiano e lo trovano buono mi dicono: “la prossima volta porta anche per noi”. Ho lavorato così per tre mesi e dopo sono andato due mesi a fare il pomodoro a Brindisi.
Mi chiamano dalle bancarelle per telefono e mi dicono dove sono e io gli porto da mangiare. Alle 11 di mattina comincio il giro e alle 2:30 finisco. Loro mi chiamano e io gli dico che arrivo a mezzogiorno, all’una… Ogni giorno porto venti piatti, diciotto, ventidue, ogni piatto, completo di salata, costa tre euro. Ho girato tanto la città. In giro vado sempre con la metro, non mi allontano dalla metropolitana altrimenti ci vuole troppo tempo a fare il giro e faccio tardi a portare da mangiare.

La mattina alle cinque vado al mercato di Piazza Vittorio e compro tutta la roba. Alle sette e mezzo, otto comincio a cucinare e in tre ore è tutto pronto. Alle undici esco di casa e comincia il giro, alle tre finisce. Dopo le tre torno a casa così il giorno di lavoro è finito. Quando ho portato venti piatti ho guadagnato sessanta euro, ma non è sempre uguale dipende: una volta venti, una volta trenta…

Per me 15 euro, venti euro al giorno va bene perché non fumo, non bevo… Solo tè e caffè. Tutta la settimana cucino io.

Il primo giorno cucino il riso a vapore con una pentola che noi chiamiamo “cas cas”, che è una pentola grande, sotto metti l’acqua a bollire e sopra c’è una pentola più piccola con i buchi dove metti il riso. Un giorno cucino il riso con un po’ di sugo, carne e un piatto di salata, quando oggi ho fatto il riso domani cambio. Il secondo giorno sugo con patate, carne, due rosette e salata. Il terzo giorno faccio pasta con sugo, pasta corta perché di più ho trovato che non vuole spaghetti. Quarto giorno faccio cus cus. In questi giorni se qualcuno mi dice che vuole mangiare paesano io metto a parte solo per lui mangiare paesano. Mangiare paesano è un piatto di ingera con zighinì. L’ingera non la compro a Tiburtina ma la compro alla Stazione Termini che è buonissima. L’ingera si fa con tre o quattro tipi di farina, mettiamo anche un po’ di farina di riso, così rimane morbida.

Il quinto giorno faccio pesce, ma quando metto pesce non metto carne, pesce con riso o con pasta. Il pesce lo compro fresco a Piazza Vittorio. Un tipo di pesce che ho provato una volta e l’ho trovato buono e così sempre prendo quello. Cucino da solo, ho una cucina a Tiburtina.

Ho fatto questo lavoro per tre mesi, dopo sono partito per Brindisi a fare il pomodoro. Finito il tempo del pomodoro quando sono tornato a Tiburtina non volevo ricominciare con questo lavoro di portare da mangiare fuori, volevo un nuovo lavoro, volevo un posto per cucinare le fave. Ho cominciato a fare le fave prima di andare nel magazzino grande di Tiburtina, quando ancora stavamo con i paesani nel magazzino piccolo. Lì ho lavorato due mesi bene perché ci sono tanti ragazzi, poi dopo meno perché molti sono partiti per il Nord Europa. Lì nel magazzino piccolo con il tempo caldo avevo due frullatori e facevo i frullati di frutta. Ho lavorato tanto in quel tempo. Quando abbiamo cambiato magazzino cominciava l’inverno e quindi i frullati non andavano più bene e ho pensato di fare questo ristorante per le fave. Ho pensato di farlo proprio in mezzo al capannone perché quello è il posto più importante.

Io sono stato fuori dalla famiglia per tanto tempo e così ho dovuto imparare a cucinare. Ma le fave ho imparato a cucinarle in Eritrea prima di uscire dalla famiglia. Ho lavorato nel ristorante del fratello di mia madre, di mio zio quando avevo 14 anni per quattro cinque anni. Questo mangiare per noi è molto importante, noi chiamiamo le fave “la carne dei poveri” perché le fave hanno molte proteine, le fave e la carne sono la stessa cosa, quando non mangi la carne e mangi le fave basta così, la carne è troppo costosa, le fave no. Le fave si cucinano su una pentola grande, prima le fave secche le pulisci dalla terra nell’acqua, poi le bolli. Un secchiello di fave per quattro secchielli di acqua. Perché le fave vogliono molta acqua, quando sono secche sono piccole e quando sono cotte diventano grandi, quindi ci vuole molta acqua. Per dieci chili di fave ci vogliono più di quaranta litri di acqua. Dieci chili di fave vanno bene per più di centoventi persone. Dieci chili di fave costano non più di 15 euro. Insieme alle fave metti formaggio, olio, uovo, cipolla, cumino, sale, un po’ di burro. Le fave devono bollire sei ore, ci vuole tanto fuoco.

Il fratello di mia madre aveva in Eritrea e anche in Sudan un grande ristorante solo per le fave, il ristorante si chiama proprio “fawali” che significa “posto delle fave”, non c’è altro mangiare. Al paese la gente mangia la mattina e la sera questo piatto, per molti non passa una giornata senza mangiare le fave. In Eritrea non coltiviamo le fave le prendiamo dal Sudan e dall’Egitto e si chiamano proprio fave d’Egitto.

Questo ristorante per me lo hanno fatto dei falegnami che vivono a Tiburtina. Io li pago e loro fanno tutto, trovano il materiale in giro e costruiscono. Lo hanno fatto in quattro giorni. Io gli ho detto che volevo questo posto per fare le fave e loro lo sanno come devono fare. Per cucinare le fave non ci vuole molto, basta una pentola grande e il fuoco e basta.

A Tiburtina nella mia stanza ci sono cinque persone, sempre stiamo insieme. Ci sono stanze con due persone, tre persone, quattro persone, le stanze si fanno con le persone che sono della stessa lingua, della stessa famiglia. Le persone che abitano con me parlano tutti una lingua, la lingua di mia madre. In Eritrea ci sono nove lingue, nella mia stanza parliamo tutti la stessa lingua. Siamo dentro una grande famiglia che parla una lingua e dentro questa famiglia poi ci sono tante famiglie. Alcuni li ho conosciuti qui in Italia, altri in Libia. Questa ragazza che abita con me non la conoscevo prima, quando ci siamo incontrati e lei mi ha detto “mia madre così, mio padre così”, allora siamo della stessa famiglia e dormiamo nella stessa stanza.

A Tiburtina passiamo il tempo un po’ come facevamo al paese in Eritrea. Da noi quando gli uomini finiscono di lavorare vanno al club a giocare a carte, a biliardo, a scacchi, a dama, a ping pong, a biliardino. Le carte le hanno portate gli italiani, la scala quaranta, la briscola. A Tiburtina ci sono le fave che per noi è un piatto fondamentale, e c’è il caffè eritreo, e potete vedere che gli eritrei passano tanto tempo a giocare a carte, le carte che hanno portato gli italiani in Eritrea.

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