Nella stessa rubrica

Communiqué de presse des retenus du CRA de Nîmes (France, 7 octobre 2011)

Prison pour étrangers de Vincennes, vendredi 23 septembre 2011 (France, septembre 2011)

DUPLICITÉ ET COMPLICITÉ ? ARRÊT DE LA RÉPRESSION CONTRE LES JEUNES MIGRANTS TUNISIENS ( Fédération des Tunisiens pour une Citoyenneté des deux Rives (FTCR), France, Juine 2011)

Communiqués du Collectif des Tunisiens de Lampedusa à Paris: occupations et manifestations (France, mai 2011)

Kamel, tunisien, 24 ans. Témoignage recueilli le 13 avril 2011 (France, avril 2011)

Témoignage du centre de rétention de Vincennes (France, mars 2011)

Incendie au centre de rétention de Marseille. Lettre des retenus (France, mars 2011)

Témoignages des prisonniers du centre de rétention du Mesnil-Amelot (France, janvier 2011)

Témoignage d’un sans-papier au Centre de rétention du Mesnil-Amelot (France, juin 2010)

Récit d’une expulsion dans un charter Frontex (avril, 2010)

Mondi globali. Palestina e conflitti metropolitani. Intervista a Mohamed (nome inventato), Parigi, Francia, novembre 2007 (intervista raccolta da Emilio Quadrelli)

Provare ad affrontare alcuni nodi che la “questione palestinese” si porta appresso è quanto si propone il testo che segue per questo, senza girare troppo intorno alle cose, è sembrato sensato andare direttamente al cuore della questione provando a “prendere il toro per le corna” e per farlo non vi era che una strada obbligata: affrontare la “questione dell’Islam politico” o, per lo meno, alcuni suoi aspetti. È indubbio infatti che, nonostante la presenza di alcune piccole ma significative presenze laiche, democratiche, cristiane e socialiste il grosso della resistenza palestinese sia rappresentato dal movimento Hamas il quale si è imposto non solo in virtù della sua obiettiva competenza e capacità militare ma, ancor prima, grazie al radicamento sociale e politico che è stato in grado di instaurare tra cospicue quote della popolazione palestinese. Risultato di tutto ciò è stata la “sorprendente” vittoria elettorale che gli ha consentito di diventare il partito politico legittimato a formare il Governo.

Le conseguenze, sul piano internazionale, sono ampiamente note e non sembra il caso di soffermarvisi. Ben più interessante è sembrato, a fronte di una stigmatizzazione generale da parte dei Governi europei e della stragrande maggioranza dei partiti politici, indipendentemente dalla loro posizione governativa, cercare di descrivere prima e analizzare brevemente in seguito le ricadute che Hamas e più in generale l’Islam politico ha avuto anche nelle metropoli globalizzate della Vecchia Europa.
L’intervista che segue è stata realizzata in Francia. A parlare è un palestinese vicino ai quaranta che convenzionalmente chiameremo Mohamed. Per molti versi la sua è la storia di un’immigrazione privilegiata, non recente e ampiamente inserita all’interno della cosmopolita società parigina nella quale, se avesse finito con l’accettarne le regole, non avrebbe avuto difficoltà a trovare una comoda posizione di rendita e prestigio. La seconda Intifada, e la reazione che questa suscita nella sua famiglia e nella cerchia delle loro frequentazioni, sortisce degli effetti non secondari che gli fanno osservare quanto accade in Palestina con occhi diversi ma non solo.
L’iniziale attenzione verso la Palestina si trasforma in sguardo sulla Francia, sull’arabofobia dilagante, sulla stigmatizzazione delle “classi pericolose” degli abitanti della banlieue finendo con il mettere in discussione, dapprima le logiche dell’assimilazione culturale accettate come dato di fatto dalla famiglia e da gran parte delle classi agiate arabe e palestinesi, in un secondo tempo la scelta di fare sua la causa palestinese. Da qui il rapporto che, ben presto, decide di instaurare con Hamas, la conseguente partenza verso la Palestina e la partecipazione diretta alla lotta armata del popolo palestinese. Un aspetto che, per ovvi motivi, non può che rimanere fino all’arrivo di tempi migliori custodito tra gli archivi della Resistenza.
Ma, in fondo, l’attenzione per la struttura combattente di Hamas, se ha interesse per gli specialisti del “pensiero strategico” non particolarmente rilevante appare per una ricerca sociale e politica maggiormente attenta e interessata allo scenario socio/culturale all’interno del quale la Resistenza prende forma e consistenza.
Per quanto le suggestioni della seconda Intifada, per Mohamed, giochino un ruolo importante e su questa scia prenda corpo un lavoro di studio e conoscenza dell’intera vicenda della lotta palestinese, con uno sguardo particolarmente attento alle linee di condotta, sia politiche sia militari, messe in atto dallo stato israeliano, a determinare la sua scelta di campo è il clima che gli sta intorno: l’arabofobia e l’ostilità sempre più diffusa nella società francese verso gli ex colonizzati delle periferie e i nuovi immigrati. Atteggiamenti che trovano ampi consensi sia in famiglia sia nella cerchia sociale, borghesia araba e palestinese, principale entourage dei genitori.
Ed è da qua che sembra opportuno partire per affrontare un viaggio che, passaggio dopo passaggio, sarà in grado di affrontare, in modo stringato e sintetico ma non generico, gran parte dei nodi politici la cui centralità sembra imporsi anche in gran parte delle metropoli globalizzate del Vecchio Continente. La lunga intervista con il militante palestinese pone ed evidenzia un insieme di questioni sulle quali è ben difficile soprasedere anche se, il ristretto ambito di un’intervista, non può certo avere la presunzione di avere un ruolo in qualche modo esaustivo.
Tuttavia un qualche tipo di conclusione è pur sempre il caso di tentare cercando di cogliere il “cuore” di quanto si ascolterà. Indipendentemente dalla condivisione o meno del percorso intrapreso dal nostro attore sociale privilegiato su un fatto sembra difficile non concordare: nell’epoca contemporanea è alquanto improbabile stabilire una qualche linea di confine. Ciò che è dentro e ciò che sta fuori. In altre parole, la rigida suddivisione tra un Primo e un Terzo mondo, oggi sono molto difficile da cogliere. Nelle metropoli globalizzate, indipendentemente dalla loro collocazione geoeconomica e geopolitica, Primo e Terzo mondo convivono fianco a fianco dando vita, all’interno di un territorio geografico apparentemente comune, alla messa in forma di ordini discorsivi non semplicemente diversi ma decisamente contrapposti. L’era del capitalismo globale ha obiettivamente unificato il mondo anche se è ben distante dall’averlo omologato e, per di più, non ha mandato in archivio le contraddizioni oggettive e materiali del modo di produzione capitalista.
Una cosa pertanto sembra il caso di osare. A lungo, all’interno delle aree politiche e culturali critiche nei confronti del capitalismo globale si è ritenuto sensato e opportuno articolare la critica su un’azione che, pur considerando in maniera unitaria il mondo, continuava a declinare il suo intervento all’insegna del “particolare”. Pensare globale, agire locale ne è stata la sua migliore sintesi. Tutto ciò ha fatto sì che, alla fine, ad emergere sia stato un “localismo” i cui non–risultati sono più che evidenti. La perdita di una visione globale, che in termini operativi significa considerare la “politica internazionale” come l’unico terreno politicamente importante e decisivo, ha fatto sì che, non di rado, le pastoie del “particolarismo” si siano imposte come unico orizzonte della scena politica. Come uscire da simili pastoie non è certo impresa delle più semplici tuttavia, la ricerca di un comune terreno analitico, se non risolve il problema può contribuire se non altro alla messa a punto di un framework teorico da non disprezzare.

(Emilio Quadrelli, marzo 2008)

La tua è una condizione sociale ampiamente inclusiva che non presenta particolari problemi. Il tuo essere palestinese non veicola, da parte della società ospitante, alcuna forma di stigmatizzazione così come, da un punto di vista professionale, nessuna strada sembra esserti preclusa. In possesso di un ottimo curriculum formativo il tuo futuro sembrava, per molti versi, incanalato verso una tranquilla esistenza nel mondo cosmopolita e universalistico della Francia repubblicana ma, ad un tratto, qualcosa si incrina e tutto questo salta. Che cosa, in particolare?

Per prima cosa i discorsi che sento fare nel mio ambiente a proposito della lotta che stanno conducendo nei Territori, diventata più nota come seconda Intifada. Nei suoi confronti, e non solo per la comparsa dei martiri, da parte della mia famiglia e della loro cerchia di amicizie vi è, insieme a una radicale presa di distanza un deciso disprezzo e un’avversione che non ammette repliche. Noi siamo una famiglia benestante e ampiamente integrata che, nel passato, era vicina alla politica di Fatah. Una politica che, nel tempo, si era fatta sempre più moderata da un lato, e criminale dall’altro. Fatah era diventato un comitato d’affari della borghesia palestinese il cui unico scopo era spartirsi le risorse del popolo palestinese. Il tutto attraverso dei comportamenti che, come hanno rilevato in molti, ricordava assai da vicino la Mafia italiana. Un gruppo in cui a prevalere era la corruzione e la totale assenza di morale. Quando Hamas, perché radicato nel popolo, ha portato avanti la resistenza all’occupazione la borghesia palestinese si è sentita in dovere di indignarsi, finendo con lo schierarsi apertamente con il nemico storico. Questo è il primo fatto al quale però, in contemporanea, se ne aggiungono altri che, per forza di cose, sono il logico corollario di questo. La distanza nei confronti di Hamas, con argomentazioni che fanno proprie le retoriche razziste occidentali nei confronti dei palestinesi ma soprattutto degli arabi perché, questa è la cosa che bisogna mettere in evidenza, la critica ai palestinesi è una critica agli arabi ma, perché anche su questo bisogna essere precisi, la critica non è tanto agli arabi in quanto tali ma agli arabi non allineati la cui condizione, per lo più, coincide con l’essere un arabo povero, non integrato, socialmente escluso e politicamente invisibile allora qua, all’interno, il discorso contro la resistenza in Palestina diventa il discorso contro gli abitanti della banlieue. La criminalizzazione della resistenza in Palestina, accettando le logiche imperialiste che la considera una forma di terrorismo, si coniuga con l’accettazione della criminalizzazione delle classi pericolose all’interno. Terroristi e criminali all’esterno, teppisti all’interno.

Quindi, sotto questa luce, anche la stessa arabofobia più che un sentimento razzista generico è qualcosa che prende di mira: movimenti, ambiti sociali, culturali e politici ben definiti?

Certo, questo mi sembra un po’ il nocciolo della questione. L’arabofobia comincia a diventare un sentimento comunemente condiviso nella società francese che, paradossalmente, trova consensi e accomodamenti anche in gran parte della popolazione araba rispettabile e socialmente inclusa e questo si porta appresso due tipi di conseguenze. Una di tipo politico l’altra di natura più sociale conseguenze che, del resto, non si ritrovano solo tra la popolazione di origine araba e palestinese presente sul territorio francese ma sono facilmente riscontrabili anche sull’altra sponda del Mediterraneo, nelle nazioni del Nord Africa e in Palestina. In pratica gran parte della buona borghesia araba e palestinese sceglie di schierarsi senza troppe remore con il sistema imperialista, fino a diventarne una sua pura appendice. In Algeria, Marocco e Tunisia i governi locali diventano strumenti diretti delle dominazioni imperialiste occidentali mentre, in Palestina, anche il tenue nazionalismo che per anni era stato presente tra la borghesia palestinese immigrata inizia ad affievolirsi sempre di più. Il primo passo avviene attraverso il riconoscimento e la legittimazione dello stato sionista e, perché questa è l’altra faccia della medaglia di cui assolutamente non si parla, l’accettazione di ridurre i territori palestinesi a semplici enclavi di tipo etnico/economiche, sotto il controllo di governi fantoccio direttamente legati e foraggiati dal sionismo e dagli Stati Uniti. In poche parole i Territori dovrebbero diventare la naturale riserva di forza lavoro a basso costo e senza alcuni diritti dalla quale l’imperialismo israeliano può attingere a suo piacimento, senza dover rispettare alcuna regola. Il controllo di queste zone sarebbe affidato a quelli che, i più, chiamano palestinesi responsabili. Cioè i soci in affari degli israeliani. Le avvisaglie di tutto ciò, del resto, erano da tempo presenti visti gli stili di vita che, gran parte degli uomini di potere legati a Fatah, conducevano. Ma quello che diventa importante evidenziare è l’affermarsi di logiche apertamente razziste all’interno della società francese nei confronti delle popolazioni arabe.

La cosa che mi sembra importante ricostruire, ancor prima del razzismo presente nella società francese, è l’adesione da parte di ampi settori delle classi sociali rispettabili arabe e palestinesi a tali retoriche. Come si manifesta tutto questo?

Ciò che diventa oggetto di stigmatizzazione da parte degli arabi benestanti sono gli arabi poveri o, per usare un termine più preciso, di tutta quella parte di popolazione araba ascrivibile all’ambito della subalternità. In poche parole si assiste a una decisa presa di distanza nei confronti degli abitanti arabi della banlieue o di quelli che, limitandoci alla metropoli parigina, risiedono in alcune sacche, ad esempio Barbès e Belleville che, pur essendo all’interno della città legittima, presentano una realtà urbana e sociale distante dai canoni della rispettabilità. Una presa di posizione che tende a rimarcare la differenza tra chi si considera sostanzialmente assimilato e chi non è in grado di compiere tale passaggio ed è, per questo, destinato a rimanere perennemente altro e straniero. Da parte delle classi sociali arabe rispettabili, è venuta via, via maturandosi l’idea che assoggettarsi alle retoriche dell’Occidente sia l’unico passaggio culturale e politico sensato poiché, l’Occidente, rappresenta il punto più elevato e avanzato della civiltà. Ovviamente quando si parla di Occidente non si ha in mente qualcosa di vago e indistinto, quello che genericamente viene chiamato stile di vita occidentale ma l’adesione a un sistema di dominio a opera delle multinazionali imperialiste. Questo è il nocciolo della questione sul quale credo sia importante provare a fare chiarezza. Si tratta di una questione di vitale importanza. Se osserviamo i dibattiti intorno al cosiddetto conflitto tra Occidente e resto del mondo notiamo come, alla fine, il tutto sia circoscritto a un ambito culturale. Ciò che è continuamente ignorato è l’aspetto oggettivo, materiale della questione. È come se l’imperialismo, le multinazionali, gli eserciti ufficiali e, come ormai è sempre più evidente, l’infinita serie di eserciti privati che operano nei territori extra – occidentali non esistessero. Guerre, rapine, massacri, dominazione e oppressione spariscono dalla scena pubblica e il problema diventa un dibattito infinito intorno agli snack della McDonald’s o simili. Il problema, così posto, si riduce all’accettazione o meno di una certa dose di omologazione culturale.

Potresti descrivere meglio come si manifesta la presa di distanza dai palestinesi e dagli arabi poveri e, in contemporanea, l’adesione acritica alle retoriche delle classi dominanti francesi?

La cosa non è molto difficile da spiegare. La mia famiglia, grazie alla sua posizione sociale, ha sempre avuto frequentazioni di un certo tipo. Sia per quanto riguarda il mondo arabo – palestinese sia per quanto riguarda quello francese. Non siamo mai vissuti in un ambito chiuso e ristretto. Per quanto, almeno per un certo periodo, sullo sfondo la causa palestinese continuasse ad avere una qualche importanza, nel tempo tutto questo si è notevolmente affievolito ma non si è trattato solo, il che non sarebbe un problema politico, di una stanchezza personale e privata. In realtà, e questo ha coinciso con l’involuzione complessiva di tutto il gruppo dirigente di Fatah, gran parte della borghesia palestinese si è legata al carro della borghesia imperialista svendendo la lotta del popolo palestinese in cambio di una serie di privilegi per il proprio ristretto ceto. In poche parole la borghesia palestinese ha rotto il fronte dell’unità nazionale per unirsi al fronte dell’imperialismo. I ricchi, alla fine, hanno scelto di stare con i ricchi.

C’è, in tutto questo, qualcosa di molto simile alla storia del popolo ebraico o, per lo meno, della sua parte meno rispettabile. Concordi?

Per molti versi sì ma non mi sembra una cosa particolarmente significativa. Succede sempre, indipendentemente dai contesti particolari e specifici che qualcuno, in grado di vantare una qualche posizione di privilegio, si allei con i nemici del proprio popolo fino a diventarne il più feroce aguzzino e persecutore. In ogni situazione di conflitto si assiste a un processo di polarizzazione dove, una parte degli stessi dominati, si schiera con i dominatori. Se questo avviene persino tra coloro che subiscono gli aspetti peggiori della dominazione a maggior ragione ciò accade tra chi può vantare posizioni sociali rispettabili. Oggi, e in Francia questo è particolarmente visibile, qualunque discorso critico verso Israele e la sua politica e qualunque difesa di Hamas e della resistenza antisionista e antimperialista è immediatamente tacciato di antisemitismo come se, la storia di Israele e Israele stesso, avessero qualcosa di unico e particolare. In realtà, Israele non ha nulla di particolare ma è un normale stato imperialista che si comporta come tale ma, ed è questa forse la sua vera particolarità, nel suo caso le forme di razzismo che per altro ci sono in tutte le società imperialiste sono portate alle estreme conseguenze perché, nella sua nascita, non vi è solo l’aspetto del nazionalismo. Il suo è un nazionalismo etnico che poggia, a volte in maniera più sfumata a volte meno, sulla convinzione di essere un popolo esclusivo, culturalmente se non razzialmente omogeneo. Comunque, ed è il vero problema, se in Palestina al posto di Israele vi fosse l’Inghilterra, la Germania o che so io la Finlandia le cose sarebbero forse diverse ma non di tanto. Il popolo palestinese combatterebbe contro di loro come combatte contro Israele. Incentrare il tutto su Israele in quanto Israele non ha alcun senso e fa solo il loro gioco perché, invece di porre la questione centrale dell’occupazione da parte di una forza imperialista, sposta l’attenzione su Israele in quanto particolarità alla quale non si addicono le categorie analitiche dell’imperialismo. Del resto è sufficiente osservare la società israeliana per capire che, in lei, vi è ben poco di particolare. Lo stile di vita israeliano è del tutto allineato agli standard di una potenza imperialista, con tutte le contraddizioni interne che queste comportano. Non esiste il popolo d’Israele come entità astratta, estranea alle contraddizioni del sistema imperialista, esiste una classe dominante israeliana allineata e ampiamente cointeressata alle politiche imperialiste. Il nemico non è il popolo ebraico ma lo stato sionista e imperialista di Israele il più forte alleato dell’imperialismo a matrice statunitense nell’area Medio Orientale. La resistenza non è contro il popolo ebraico così come non è contro il popolo americano bensì è contro la forma politica, militare, economica e religiosa dei governi imperialisti. Semmai, se proprio vogliamo coglierne le particolarità, dobbiamo osservarla sotto il profilo della nazione in guerra ma questo ha ben poco a che vedere con Israele in quanto tale e molto con la situazione oggettiva e materiale con cui si è misurato fin dalla nascita. Sotto tale aspetto, da Israele, forse vi sono anche molte cose da imparare. La sua capacità operativa e, soprattutto in passato, il suo essere totalmente e integralmente nazione in guerra non è una cosa che va sottovalutata e, per molti versi, è qualcosa che va studiato con particolare attenzione. Le vittorie militari conseguite in passato da Israele non possono essere liquidate in quattro battute ma devono essere studiate con attenzione. Nel corso della Guerra dei sei giorni la vittoria di Israele, tanto per fare un esempio noto ai più, non è stata, come con non poca fantasia è stata raccontata dalla storiografia araba, il frutto di uno strapotere tecnologico. Chiunque guardi a quegli eventi con un minimo di oggettività sa benissimo che, da un punto di vista tecnico, le differenze erano minime mentre, dal punto di vista del pensiero strategico e del coinvolgimento totale della popolazione nella guerra, Israele ha mostrato di essere non uno ma cento passi in avanti. E questo ha ben poco a che fare con l’aspetto tecnico e logistico ma chiama in causa il modo politico in cui la guerra è condotta. In guerra il vantaggio tecnico e logistico, di per sé, non sono una garanzia assoluta per la vittoria. Questo, a maggior ragione, quando la guerra assume le caratteristiche della guerra di popolo e quindi a essere coinvolte in prima persona sono le masse, il popolo, l’insieme della nazione. Per questo è necessario imparare, anche e soprattutto dal nemico e ancor di più se questo ha dimostrato di essere particolarmente efficace. Sotto questo aspetto Israele ha molte cose da insegnare. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano e che, adesso, non è neppure opportuno fare. Credo che sia importante, invece, sottolineare l’aperta presa di distanza tra la ricca borghesia palestinese e araba e il resto della popolazione. Ciò che è avvenuto in Palestina, ma non solo, oggi lo ritrovi esattamente con la stessa forma dentro le metropoli europee. La criminalizzazione delle classi sociali subalterne oggi, in Francia, è all’ordine del giorno. Come in Italia molta borghesia ebraica appoggiò il fascismo in Francia, oggi, molti benestanti arabi sono con Sarkozy. La storia, alla fine, si ripete sempre.

Quindi, mi pare evidente, non si può tralasciare quanto è accaduto in un passato recente nelle banlieue. È così?

Assolutamente sì. Il comportamento delle classi sociali arabe benestanti e socialmente legittime è stato del tutto identico a quelle francesi. La rivolta dei giovani banlieuesards è stata criminalizzata e considerata alla stregua di puro teppismo criminale. Un giudizio che, in linea di massima, ha accomunato tutte le classi dominanti senza troppe distinzioni culturali, religiose e via dicendo.

Su questo, però, mi sembra che si apra anche un’altra questione. Nel corso di quella rivolta vi è stato il tentativo di alcuni gruppi islamici di governare gli eventi. Un tentativo andato velocemente in frantumi. Allora come spieghi, sulla base delle tue affermazioni, il ruolo importante che l’Islam politico riveste in questi territori?

È una buona domanda che, tra l’altro, permette di liquidare una serie di luoghi comuni che, ogni volta che si parla di Islam, immancabilmente saltano fuori. L’Islam che i giovani della banlieue hanno rifiutato non è l’Islam politico ma quello religioso, notoriamente conservatore e reazionario. Questi, è vero, ha provato a inserirsi nei disordini, cercando di diventarne il legittimo rappresentante, appoggiato in questo dal Governo in cambio della pacificazione della situazione, ma i suoi inviti sono stati rispediti al mittente. L’Islam è una religione che, forse ancora più di altre, è soggetta a una pluralità di interpretazioni. Alcune vanno in una direzione, altre verso degli approdi diametralmente opposti. Quindi sbandierare l’Islam, di per sé, non vuol dire nulla.

Ma da un punto di vista sociale, quindi in relazione a quanto avviene in Francia, tutto ciò cosa comporta?

Intanto bisogna dire che non si può separare ciò che avviene in Palestina da quanto accade qua. Anche se in molti tendono a vedere le due cose come ambiti e problemi diversi non è possibile tenerli separati. Ovviamente fatte le necessarie tare del caso. Nel mondo attuale si può tranquillamente affermare che non esista in nessun modo uno spazio esclusivamente locale. Tutte le dimensioni, politiche, economiche, militari e così via, sono immediatamente globali e, semmai, si può parlare di diversa articolazione di una strategia globale sulla base dei diversi ambiti territoriali. Ma tra i due spazi non vi è una rigida linea di confine piuttosto si può parlare di uno spazio simile alla frontiera che, per sua natura, rimanda a qualcosa di mobile e non statico come l’idea del confine. In poche parole, riportato sul territorio francese la distanza che la borghesia araba e palestinese ha rimarcato verso i movimenti di resistenza presenti al di fuori dei confini europei è la stessa che ha mostrato nei confronti della rivolta della banlieue. Ti ripeto, il problema è l’unità strategica, sia interna, sia esterna che la borghesia imperialista attua nei confronti di quelle che, nel mondo dell’Islam politico, sono definite le masse dei diseredati.

Pertanto, come reazione, inizialmente hai avuto un forte irrigidimento religioso, ti sei islamizzato totalmente, poi qualcosa è cambiato e hai maturato una visione più articolata della questione. Puoi descrivere le fasi di questo passaggio?

In realtà ci sono state non due ma tre fasi. La prima è stata una reazione proprio del tipo muro contro muro con conseguente adesione, a dire il vero sino al parossismo, di tutto ciò che rimandava all’Islam persino nella sua veste più caricaturale. Un modo di contrapposizione ingenuo che assumeva, anche se in maniera positiva, l’insieme di stigmi che la cultura occidentale riversava sul fondamentalismo. In poche parole, in questa prima fase, tendevo a ostentare il mio essere islamico assumendo tutti gli stereotipi attraverso i quali gli islamici erano messi all’indice dalla società legittima. Una fase, fortunatamente breve. A questa ne è succeduta una seconda che mi ha portato a vivere in prima persona l’esperienza del movimento Hamas. Infine, pur rimanendo legato a tale esperienza, n’è subentrata una terza dove, l’esperienza Hamas, è assunta più che come punto d’arrivo come una fase, importante ma da non assolutizzare, dell’esperienza del movimento della resistenza globale alle logiche e alle pratiche, altrettanto globali, dell’imperialismo. Dunque tre fasi ben distinte tra loro.

Direi che, giunti a questo punto, sia il caso di affrontare il nodo Hamas più da vicino e mi sembra il caso di farlo affrontando un passaggio non secondario relativo al ruolo che ha svolto nella seconda Intifada. È in quel frangente che il martirio ha assunto una dimensione decisiva. Qual è la valutazione che se ne può dare?

L’unica valutazione possibile e sensata da dare in merito a questa tattica credo sia di ordine militare. Il grado di coscienza o di fede, che porta una donna o un uomo a sacrificare la propria vita nella lotta contro la dominazione imperialista, è una cosa che riguarda solo e unicamente coloro che compiono tale scelta. Forse se l’oppressione e la dominazione non avessero raggiunto i livelli attuali, non ci sarebbe così tanta disponibilità a mettere in campo questa forma di tattica militare estrema. Non bisogna dimenticare che, per chi nasce e cresce in uno dei tanti campi profughi, in ogni caso, le possibilità di vita sono oggettivamente basse. Non è difficile capire che, per chi passa attraverso un certo tipo di esperienze, sia preferibile sacrificare la propria vita infierendo un qualche colpo ai dominatori piuttosto che morire ugualmente in seguito a una qualche abituale incursione da parte delle truppe d’occupazione o vivere una vita sotto il terrore e in piena miseria. Da un punto di vista militare quella che l’Occidente chiama la tattica dei kamikaze si è dimostrata la migliore riprova di come, la supremazia tecnologica, non può nulla contro la volontà di combattere e resistere. Il sacrificio combattente ha azzerato, di colpo, le certezze che la guerra tecnologica aveva coltivato obbligando gli imperialisti a fare i conti con una realtà nei confronti della quale si sono mostrati impreparati e impotenti. Quindi, militarmente, per quanto estrema, è una tattica i cui effetti, per le popolazioni sotto assedio si è dimostrata vincente. Questo è un fatto. Gli attacchi portati dai combattenti suicidi hanno scompaginato le certezze degli occupanti che, in seguito a questi, hanno dovuto muoversi con più circospezione e con non poca paura. La valutazione va fatta a partire da questa considerazione. Dopo di che è anche opportuno far notare come, più la capacità e le strutture combattenti crescevano, minore diventavano le azioni improntate al martirio. Nel momento in cui le strutture combattenti hanno raggiunto un elevato grado di efficacia, le azioni suicide sono pressoché cessate. Inoltre forse è il caso di ricordare come, il martirio, sia qualcosa di comune a tutte le fasi di guerra e non necessariamente chi sceglie il martirio ha alle spalle una fede religiosa ed esclusivamente musulmana. Scegliere di morire in nome o per qualcosa di superiore, in cui crediamo più della nostra stessa vita, non è poi una cosa così strana e impensabile. Nell’ultimo romanzo di Frederick Forsyth, alla fine, l’unico a compiere un’azione da martire, sacrificando coscientemente la propria vita, è l’occidentale mandato a caccia dei kamikaze. Si dà la morte, uccidendo insieme a lui l’intero nucleo combattente in procinto di agire, per salvare il gotha del mondo occidentale. Probabilmente, agli occhi del lettore poco attento, ciò che il protagonista compie è un’azione eroica da manuale, non un aberrante atto al quale può ricorrere una mente offuscata dal fondamentalismo religioso. Ciò che, con ogni probabilità gli sfugge, è che quella scelta è del tutto in linea con la deprecata tecnica dei kamikaze islamici. Il mondo della guerra è fatto in questo modo e solo l’ipocrisia dell’Occidente, che scatena la guerra e poi finge di vivere in un mondo di pace, può cercare di ignorarlo. La seconda Intifada non ha fatto altro che evidenziare il grado di eroismo del popolo palestinese. Se la prima Intifada ha mostrato che persino con i sassi è possibile continuare a combattere, quindi in condizioni logistiche assolutamente svantaggiose, la seconda ha dimostrato che, grazie alla determinazione, è possibile capovolgere anche le situazioni più sfavorevoli. Per quanto essere in possesso di una tecnologia e una logistica adeguata sia fondamentale, nella lotta contro l’imperialismo a essere determinante, fondamentale e decisiva è la volontà e la capacità di resistenza, il problema in definitiva è la forza del popolo, se questa esiste ogni ostacolo può essere superato. Ma non solo. L’affermazione di questa volontà diventa esempio anche per tutti gli oppressi. La seconda Intifada ha avuto questo merito. Con il suo clamore ha risvegliato numerose coscienze anche qui, nei territori delle metropoli apparentemente pacificate.

Questo mi sembra un aspetto sovente trascurato dagli analisti politici e sociali. La riprovazione generale che le tattiche suicide suscitano nell’opinione pubblica occidentale sembra non ammettere replica. In tutti gli abitanti, senza eccezioni, del mondo occidentale quei gesti suscitano solo repulsioni e condanne. In realtà, secondo la tua testimonianza, il discorso è un po’ più complesso e, accanto alla riprovazione dell’opinione pubblica occidentale, sempre all’interno di questo mondo il martirio suscita giudizi di ben altro tipo. Potresti articolare meglio le tue affermazioni?

Non è molto difficile. Dipende molto semplicemente da quali occhi osservano quanto sta accadendo nel mondo. Anche in Europa, non diversamente dalle altre parti del mondo, non vi è e neppure vi può essere uno sguardo univoco. Perché vi sia conflitto occorre che esistano almeno due campi diversi le cui ragioni sono in opposizione. Così come, fuori dell’Europa, esistono stati, gruppi politici e blocchi sociali e religiosi schierati con gli imperialisti anche nel campo imperialista vi sono aree che gli si contrappongono e dove ciò che per alcuni è terrorismo per altri è martirio ed eroismo. In tutto ciò non mi sembra apparire nessuna straordinaria novità. In ogni epoca di conflitto si è assistito alla produzione di un duplice discorso, antitetico l’uno all’altro. Del resto, se così non fosse, non vi sarebbe conflitto. Ciò che forse deve essere messo in evidenza è la svalutazione che il discorso e le ragioni dell’altro oggi subiscono. All’altro non appartiene la dignità del discorso, del linguaggio della politica e quindi anche della guerra perché, va continuamente ricordato, non vi è politica senza guerra. L’idea ormai imperante, così come è sta elaborata dagli strateghi dell’imperialismo e che si può sintetizzare con la fine della storia, data per scontata la vittoria planetaria del modello capitalistico delle multinazionali, relega qualunque opposizione nell’ambito della non politica. Gli oppositori non sono nemici politici ma banditi, terroristi, fondamentalisti innamorati di un non meglio precisato evo antico, mondi e culture etniche incapaci di stare al passo con i tempi e così via. Nel mondo può esistere un solo modello, quello neoliberista, non vi è alternativa legittima e legittimabile. Un modello che, nel caso, deve essere esportato e imposto anche con l’occupazione militare. Ovviamente questo è un modello funzionante e funzionale non per mondi astratti ma per blocchi politici, economici e sociali reali e concreti. Un mondo fatto a misura per le classi possidenti e le sue appendici medie, che sono gli attori politici, economici e sociali reali sui quali questo sistema poggia. Chi non appartiene a questo mondo ne rimane, e ne deve rimanere, oggettivamente fuori. Ma questo progetto, se ha l’epicentro in alcune aree geopolitiche esterne alla fortezza europea o alle fortezze occidentali, si articola anche all’interno delle stesse fortezze, mettendo fuori gioco, in senso politico, quote considerevoli degli stessi abitanti dell’Occidente. Per questo, il legame tra la resistenza dei popoli sotto aggressione e una parte della popolazione delle metropoli occidentali globalizzate, non è fatto di una vaga e semplice solidarietà ma affonda le sue radici nel riconoscimento di vivere una condizione non troppo dissimile. Allora, se questo è lo scenario, diventa anche abbastanza facile comprendere come, la seconda Intifada, abbia infiammato il cuore e l’anima anche degli esclusi dell’Occidente.

Questo fino a fare propri i tratti estremi della resistenza palestinese?

Non è possibile dare una risposta precisa. Si può dire che il sacrificio attraverso il martirio ha suscitato notevole ammirazione e ha contribuito a ridestare intere generazioni di esclusi anche dentro alle metropoli europee. La Palestina è diventata un punto di riferimento costante per molti. Questo è il dato importante. Quella in corso è una guerra e, come in tutte le guerre, l’aspetto politico è sempre il più importante. Le ricadute della seconda Intifada vanno valutate a partire dall’importanza che, la questione palestinese, è tornata ad avere anche per una parte della popolazione europea. Quanti combattenti effettivi abbia poi reclutato è, sotto questo aspetto, in fondo irrilevante. Sicuramente lo ha fatto ma questo rientra in questioni logistiche che non possono essere oggetto di un’intervista. Quello che forse è più importante sottolineare mi sembra un’altra cosa: la solitudine in cui, gli esclusi delle metropoli europee che correvano ad abbracciare la causa palestinese, si sono trovati. Tutto, o almeno la stragrande maggioranza, del mondo politicamente legittimo si schierava con Israele o con la direzione liquidazionista e collaborazionista della dirigenza palestinese. Mentre Hamas, anche se insieme a lui combattevano alcune piccole realtà di sinistra del Fronte del rifiuto, manteneva alta la bandiera della lotta antisionista e antimperialista tutti facevano a gara per delegittimarlo. Questo, visto oggi, non è stato un male perché ha radicalizzato e fatto chiarezza, non solo in Palestina ma soprattutto qua, nel ventre del mostro imperialista. Intorno a Hamas si è capito chi sono gli amici e chi i nemici. Purtroppo tra i nemici bisogna annoverare anche tanti amici di ieri. Una piccola parentesi su questo mi sembra importante e doverosa aprirla. Il fatto che, molti di coloro che erano nostri amici, siano passati sul fronte opposto fotografa esattamente la radicale trasformazione che c’è stata nelle società di quello che un tempo si chiamava Primo mondo negli ultimi vent’anni e il carattere assunto dalla guerra in corso. L’era del capitalismo globale ha rimesso in circolo pratiche e logiche non distanti da quelle dell’epoca coloniale e lo scontro in atto è molto vicino a quello tra coloni e colonizzati. L’insieme delle società dell’ex Primo mondo appartiene al mondo dei colonizzatori e come tale si comporta. Il passaggio di campo di molti è spiegabile, non attraverso categorie e giudizi morali, chiamando in causa la postazione materiale che occupano rispetto ai popoli che devono essere dominati. È naturale che chi appartiene al mondo dei colonizzatori non appoggi i colonizzati.

In tutto questo, mi sembra di capire, appare abbastanza nitidamente una vena polemica con i movimenti di sinistra. A differenza di quanto accadeva in un passato neppure troppo lontano, dove la causa del popolo palestinese era persino venerata dai movimenti di sinistra, sia radicali sia riformisti, oggi le cose sembrano andare in maniera molto diversa e in molti, anche a sinistra, hanno riscoperto e fatte proprie le argomentazioni israeliane mentre, nella migliore delle ipotesi, si assiste a una sorta di equidistanza tra palestinesi e israeliani ma, in ogni caso, nessuno sembra più disposto a mettere in discussione il diritto all’occupazione. Secondo te a cosa si deve tutto ciò?

Forse perché, la maggior parte di loro, trae più benefici dalla dominazione che non dalla resistenza. Infatti, di fronte a questi eventi, la sinistra è stata del tutto assente, non è stata in grado di prendere alcuna posizione capace di entrare in relazione con questi eventi. Questo ha comportato, anche in Europa, una riflessione piuttosto radicale delle esperienze di lotta e resistenza maturate in tutta una fase storica. L’obiettivo schierarsi, indipendentemente da qualche piccola critica di tipo tattico, ma che non poneva in discussione la legittimità strategica del sionismo, al fianco di Israele ha provocato una frattura che ha posto la sinistra europea apertamente nel campo del neocolonialismo e dell’imperialismo e, in alcuni casi, del sionismo tout court. La conseguenza diretta di questo passaggio, in Europa, è stata dapprima l’arabofobia e in seguito la diffusione del razzismo verso tutte quelle popolazioni provenienti da paesi o aree musulmane o comunque poco in sintonia con il sionismo. Mentre nei nostri confronti si iniziava a instaurare una logica razzista che, per esempio in Francia, non si vedeva dai tempi della guerra d’Algeria, anche se, e questo è il vero paradosso di questa situazione, l’accusa di razzismo è stata continuamente rivolta nei nostri confronti. Ogni discorso critico verso Israele è stato tacciato di razzismo mentre, la resistenza del popolo palestinese, era continuamente oggetto di stigmatizzazione oppure cadeva nel silenzio più assoluto. Si è così assistito al delinearsi di due campi di discorso, dentro aree sociali completamente diverse e senza alcun contatto, se non del tutto sporadico e sempre all’insegna del conflitto, tra loro. Sto parlando soprattutto della Francia ma, a grandi linee, è un fenomeno che accomuna un po’ tutta l’Europa per non parlare degli Stati Uniti dove, tutto l’apparato politico e ideologico dei neocons, è gestito interamente dalle lobby finanziarie sioniste in accordo con il complesso militare/industriale. Questo scenario, che ha radicalizzato il filosionismo all’interno della società legittima e maggiormente visibile, ha prodotto un contro discorso nei mondi sociali meno visibili ed estranei a quella che comunemente è identificata per opinione pubblica. I mondi prevalentemente delle ex colonie e dell’immigrazione, mondi concentrati soprattutto nella sterminata banlieue o nei quartieri poveri delle città. Lì, l’attenzione per la Palestina, ha iniziato a conoscere un interesse sempre maggiore e la lotta dei palestinesi ha iniziato a essere un modello per importanti quote di popolazione.

Vorrei soffermarmi proprio su questo. Una delle altre cose che è maggiormente rimproverata a Hamas, e più in generale a buona parte del cosiddetto Islam politico, è l’imposizione di uno stile di vita al limite del bigotto e di essere fautore di una società tetra e tristi dove ogni espressione di vitalità ed esuberanza viene severamente perseguita dalla polizia islamica. Una polizia molta attenta e persino ossessiva nel far rispettare uno stile di vita dove non sembra esserci spazio per nulla: niente divertimento, niente sesso, niente musica, niente alcol e così via. In poche parole sembra che basti un niente per essere accusati e perseguitati con l’accusa di favorire la penetrazione, attraverso gli stili di vita, del modello occidentale. Che cosa puoi dire al proposito?

Forse bisogna ricordare alcune cose che sono ovvie, banali e scontate ma che in molti sembrano tranquillamente ignorare: in Palestina c’è la guerra. La società palestinese è una società in guerra e sotto occupazione. In ogni momento è possibile trovarsi sotto attacco da parte delle forze israeliane. Diventa abbastanza evidente, e sarebbe obiettivamente criminale non comportarsi in tale maniera, che ogni energia deve essere messa al servizio della resistenza e che tutto il popolo sia chiamato a una collaborazione non formale. Siamo di fronte a una lotta mortale. Un fenomeno che non ha nulla di particolare ma è tipico di tutte le società sotto assedio che, per forza di cose, non possono far altro che ricorrere alla mobilitazione totale. È da qui che è necessario partire per spiegare quanto accade dentro i territori palestinesi.

Secondo molti, però, le forze che si inspirano all’Islam politico tenderebbero a imporre qualcosa di simile anche all’interno delle metropoli occidentali, almeno nei confronti delle popolazioni di origine araba. Cosa puoi dirmi al proposito?

Io credo che ci sono dei principi e dei valori che vanno instaurati ovunque. Prendi, per esempio, l’abitudine che trovi in gran parte dei negozi gestiti dagli arabi nelle banlieue di raccogliere fondi e offerte per sostenere la causa del popolo palestinese. Si può parlare di imposizione della legge islamica perché si raccolgono fondi per finanziare ospedali, scuole, servizi sociali per tutto il popolo palestinese? Cosa c’è di fondamentalista nel sostenere la legittima causa del popolo palestinese contro l’aggressione sionista e imperialista? L’unico motivo di tanto odio è il carattere antimperialista che questo tipo di attività rivendica senza farsene problema. Che questo sia l’imposizione della legge islamica mi sembra per lo meno ridicolo. Ma veniamo a quello che, con ogni probabilità, è causa di maggiore fastidio. Mi riferisco al fatto che l’Islam politico, il quale in non pochi casi agisce in perfetta sintonia e unità di intenti con tutte quelle forze laiche e progressiste non subalterne alle logiche sioniste e imperialiste, ha conquistato una notevole influenza morale ancora prima che religiosa e politica in molti ambiti metropolitani e in particolare nei quartieri popolari, riuscendo a dare dignità alle vite di molti e costruendo legami solidali tra le varie popolazioni senza alcuna distinzione anche se, per lo più, sono gli arabi e i neri a risultare maggiormente sensibili a questo tipo di lavoro.

In pratica di che cosa si sta parlando?

Come sanno tutti, dagli uomini di governo, alla polizia, ai giornalisti, agli intellettuali, in banlieue, vi è una situazione sociale ed economica molto dura e pesante. Una situazione che colpisce i giovani ma anche tutta quella generazione di cinquantenni, per lo più operai espulsi dalla produzione, che favorisce il proliferare di condotte e stili di vita moralmente riprovevoli. Il facile ricorso all’alcol, all’uso di droga, alla ricerca di reddito in attività di tipo micro illegale, alla sopraffazione dei propri fratelli e al non rispetto delle donne. Tutti atteggiamenti tipici di una situazione di esclusione sociale, di difficoltà economica e, perché questo è un po’ il nocciolo della questione, di isolamento individuale che induce ad affrontare la propria condizione non in termini collettivi ma individuali. All’interno di questo scenario è facile assistere alla messa in atto di risposte assolutamente individualiste che, nel fratello o nella sorella che vive condizioni simili alle tue, porta a vedere un nemico invece di un tuo naturale alleato. Il proliferare dell’uso indiscriminato di alcol e droga è il primo passo verso l’affermazione di uno stile di vita di questo tipo. Ed è qua che interviene quello che, giornalisti e scrittori asserviti al potere imperialista, chiamano il diffondersi o, come in molti casi questi palesemente alludono, l’imposizione della legge coranica. Vale la pena di vedere concretamente di che cosa si tratta. Il problema centrale, per tutte le forze che si oppongono alla dominazione degli imperialismi occidentali e a quello statunitense in particolare, è la costruzione di una solida rete di resistenza ovunque. Perché ciò sia effettivamente possibile occorre, non troppo diversamente da quanto accade direttamente nei territori di guerra, che la propria popolazione si riconosca in una dimensione collettiva, che condivida una serie di valori, che guardi il proprio vicino di casa come a una sorella e a un fratello, che collabori attivamente all’elaborazione di un progetto e a una pratica di resistenza in perfetta sintonia con il proprio popolo. Se una persona non fa altro che bere e drogarsi dalla mattina alla sera e l’unica sua preoccupazione è procurarsi, con qualunque mezzo, il denaro che gli serve per sprofondare nel vizio, se per farlo picchia la madre, sfrutta la sorella, aggredisce il suo vicino di casa com’è possibile che contribuisca alla causa della resistenza? Se la sua vita è dominata dal demone dell’individualismo e per questo è disposto a calpestare ogni cosa com’è possibile che la sua vita si metta al servizio della causa comune? Ovviamente non è possibile. Ed è esattamente questa condizione che gli strateghi della contro - guerriglia vogliono perpetuare.

Tornando a Hamas da parte tua vi è anche un discorso critico. Ne potresti parlare?

È molto semplice. Mi sembra che, anche se ovviamente non bisogna perdere di vista la drammatica situazione in cui si è venuto a trovare specialmente a Gaza, Hamas stia correndo il rischio di ripiegare su se stesso non comprendendo che, nella situazione attuale, non basta chiudersi a riccio ma è necessario soprattutto rompere l’isolamento e l’accerchiamento. In questo senso, Hamas, sconta i limiti che la sua dimensione eccessivamente locale finisce con imporgli. Cresciuto e radicatosi prevalentemente grazie alla sua attività sociale e territoriale, ha trascurato la formazione di quadri politici complessivi in grado di giocare su tavoli dove le capacità necessarie sono diverse da quelle che sono richieste nei Territori. In poche parole la sua maggiore difficoltà è quella di svolgere un ruolo internazionale, la sua attività diplomatica ad esempio è praticamente nulla, e quindi il non essersi neppure posto il problema del peso che l’attività internazionale comporta. A differenza ad esempio di Hezbollah, che sotto questo aspetto rappresenta forse il punto più avanzato della resistenza, Hamas si mostra abbastanza lacunoso. C’è indubbiamente al suo interno un eccesso di localismo e anche, almeno nella fase attuale, il prevalere di figure la cui formazione politica e culturale non ha potuto usufruire di esperienze di maggiore complessità. Bisogna anche dire che molti dei quadri migliori sono stati assassinati dagli israeliani che, nei confronti di Hamas ma non solo, continuano a perpetuare una politica di sterminio, obiettivamente intelligente, che mira a decapitare il movimento della resistenza nei suoi punti più alti e rappresentativi. In questo modo, in molti casi, il peso dell’organizzazione è dovuto forzatamente ricadere su quadri politicamente meno preparati e cresciuti sostanzialmente all’interno di dinamiche locali. Questo spiega un certo grado d’impasse al quale Hamas è costretto. Costretto a dover sostituire velocemente i suoi quadri assassinati è stato obbligato a ricorrere a un personale che obiettivamente mostra dei limiti. Vi è grande volontà e determinazione ma poca conoscenza. Questo spiega l’isolamento politico/diplomatico in cui oggi ha un po’ finito con il trovarsi. Ad esempio sono pochi coloro che, attualmente, hanno studiato a fondo l’esperienza della guerra d’Algeria e la linea di condotta del FLN il quale, nell’azione internazionale, aveva costruito una parte non secondaria della sua vittoria.

C’è, infine, un punto non sciolto nel tuo discorso: la questione dello Stato. Non pensi che tra le cause principali dell’obiettivo fallimento a cui sono andate incontro le varie esperienze della decolonizzazione vi sia proprio l’aver assunto la forma statuale occidentale come cornice e contenitore delle rivoluzioni? Su questo non sembra esservi stata nessuna riflessione seria e radicale da parte dei vari movimenti che si muovono sul terreno della resistenza i quali, al contrario, sembrano fortemente decisi a considerare la forma statuale il punto centrale del loro programma?

È vero, sulla questione dello Stato non si è mai aperta una discussione vera all’interno di tutte le esperienze della resistenza anche se, movimenti come quello di Hamas per un verso o Hezzbollah per un altro, hanno dato vita a forme di potere che non possono certo essere considerate la semplice fotocopia dello Stato Occidentale tuttavia, la necessità di edificare lo Stato, è parte fondamentale e irrinunciabile dei movimenti della resistenza. Bisogna però, altrimenti si rischia di affrontare la questione al di fuori del contesto storico e reale in cui si pone, tenendo presente lo scenario in cui tale questione si pone. A cosa assistiamo oggi? Assistiamo al rafforzamento e potenziamento di alcuni Stati e, al contempo, alla dissoluzione di altri i quali vengono deprivati e depotenziati della loro legittimità politica per assumere l’innocua e in fondo esotica forma della struttura etnica, culturale, religiosa, semi tribale e così. Mentre gli Stati occidentali, pur con tutte le modifiche anche radicali alle quali si è assistito in questi ultimi anni, hanno dilatato a dismisura la loro funzione, molti altri sono stati frantumati e continuano a esserlo. Non ci vuole molto per capire che, il progetto strategico dell’imperialismo, prevede la dissoluzione di ogni realtà politica a lui non allineata e la costituzione, al loro posto, di grottesche entità di tipo etnico/culturale completamente subordinate ai suoi comandi. Le stesse realtà statuali ancora formalmente autonome, come ad esempio gli stati del Nord Africa, hanno da tempo perso qualunque tratto indipendente e sono diventati delle semplici appendici poliziesche e militari degli Stati Occidentali. Poliziesca perché sono in prima linea nella repressione e nell’annientamento delle forze della resistenza, operazioni che conducono sia all’interno di quelli che formalmente sono ancora chiamati confini nazionali, sia attraverso l’invio di forze di polizia e forze speciali nelle metropoli europei al fine di reprimere le lotte e le forme organizzative, attraverso metodi apertamente terroristici, dei connazionali immigrati. Militare perché, e il caso del Marocco che spara e uccide i migranti africani per proteggere i confini spagnoli come nel caso di Ceuta e Melilla ne rappresenta la migliore esemplificazione, al pari dell’appoggio fornito da questi governi alla missione Frontex, la guerra contro tutto ciò che, per motivi diversi, turba la pax occidentale è diventata la cifra del presente. Allora, in uno scenario simile, rivendicare la legittimità di edificare degli Stati non allineati al dominio imperialista, assume un carattere positivo anche se la tua obiezione iniziale, a proposito dei guasti che la riproduzione del modello statuale di tipo occidentale nelle esperienze della decolonizzazione, non può essere ignorata. Bisogna però tenere presente, quando si parla di Stato, della forma che questo sarà obbligato ad assumere nel contesto attuale. Non credo sia possibile una sua proposizione nelle vesti fino ad ora conosciute ossia quelle di uno Stato/Nazione inserito in un mondo di entità statuali simili. Questo, tra l’altro, è un altro dei limiti del pensiero politico – strategico che mi sembri caratterizzare gran parte del movimento di Hamas il quale, fossilizzandosi su tale aspetto, non sembra rendersi conto della sua inattualità e infondatezza.

Al termine di questa lunga intervista la domanda obbligatoria è la seguente: quanto, delle cose che tu hai esposto, è patrimonio diffuso nel mondo dei subalterni, dell’immigrazione e quanto, invece, è semplice appannaggio di un ceto politico e culturale che, non diversamente dalle classi agiate e assimilate del mondo arabo, conduce una vita a sé, senza rapporti di una qualche importanza con i mondi dei subalterni?

Il lavoro che la resistenza è in grado di svolgere tra coloro che, un tempo, erano i dannati della terra e oggi sono i dannati delle metropoli è molto avanzato. L’imperialismo e il colonialismo hanno un limite che oserei dire cognitivo: per loro il subalterno, il non occidentale, il nero, l’arabo, il musulmano è, per definizione, completamente incapace di pensiero politico e strategico. Nel corso della colonizzazione l’indigeno, nella migliore delle ipotesi, era qualcosa di simile all’animale domestico. Oggi, senza arrivare a tanto, il non assimilato, il subalterno e così via può solo essere un marginale, un criminale, un deviante, una subcultura. Tra lui e il mondo legittimo vi è uno scarto incolmabile. Questa non è solo vuota retorica ma una convinzione radicata tra gli imperialisti. Ma questa convinzione è anche la loro pietra tombale perché, ciò che ho brevemente esposto sopra, non è il frutto della riflessione di qualche piccolo circolo di un’elite non allineata ma priva di seguito. In maniera succinta ho semplicemente provato a descrivere e fotografare un dibattito che, pur con gradi e livelli di coscienza non omogenei, è presente in ampi settori di popolazione subalterna. Le narrazioni che l’imperialismo mette in circolo nei confronti delle popolazioni non occidentali e dei loro movimenti di resistenza, rappresentano soltanto un sogno: il modo come l’imperialismo immagina il suo avversario ma si tratta appunto di un sogno che, dall’Iraq, al Libano, dalla Palestina alla Nigeria e così via, diventa ogni giorno di più un incubo.

Il progetto
Français
English

Interviste e racconti
Africa
Europa
Nord America
Sud America
Australia
Asia

Politiche migratorie e dispositivi di controllo
Interviste e documenti
Cronologia

Immagini e Video
Video
Immagini

Links
scritture migranti
escrituras migrantes
Passaparole Milano

Iscriviti alla Newsletter

Parigi, X arrondissement (febbraio 2006)

Identités d’emprunt/Identità in prestito (Giulia Herzenstein, France, 2010)