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A chi importa? Gli effetti del memorandum Italia-Libia nelle parole di un ragazzo sopravvissuto per caso

Da un’intervista raccolta il 20 Settembre 2017, a Palermo, presso il Circolo Arci Porco Rosso.
Di Alessandra Sciurba- Università degli Studi di Bergamo

Introduzione di contesto

Mentre il Ministro degli interni italiano Marco Minniti annuncia la radicale diminuzione del numero degli sbarchi dalla Libia nei mesi estivi del 2017, collocando questo risultato “nell’ambito di un’organica strategia di intervento che il Governo in questi mesi ha cercato di portare avanti dall’altra parte del Mediterraneo” [1], poche voci, e per lo più ignorate, si ostinano a raccontare nei dettagli quale sia il reale prezzo di questo cambiamento.

Che l’attuazione del Memorandum d’intesa firmato a Roma nel febbraio del 2017 tra il Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il Presidente del Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia Fayez Mustafa Serraj comporti una pesante contropartita in termini di violazione dei diritti [2], sofferenze inflitte, morte, sembra del resto un “effetto collaterale” previsto e accettato a livello nazionale ed europeo.

Il messaggio condiviso dall’opinione pubblica in Europa - e al contempo performativo delle prassi militari, poliziesche e amministrative, e prima ancora delle politiche e della produzione legislativa - è infatti che le migrazioni vadano arrestate ‘a qualunque costo’, superando con circonvoluzioni più o meno acrobatiche anche i vincoli imposti dai dettati costituzionali o dalle convenzioni internazionali sui diritti umani.

A questo proposito, sarebbe interessante valutare il significato ultimo e l’applicazione concreta dell’articolo 5 del memorandum Italia-Libia, che recita come “Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte”.

Si tratta di accordi e obblighi cui sono soggetti entrambi i paesi? (Quindi non la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, ad esempio, che la Libia non ha mai firmato).

Significa che quel che accade in Libia, nonostante il ruolo innegabile delle politiche italiane sostenute dall’Unione europea, va giudicato secondo i parametri delle sole Convenzioni e dei soli accordi di cui la Libia è parte?

Problemi interpretativi simili sorgono anche quando si legge, all’art.2.2, che le Parti si impegnano ad adeguare e finanziare i “centri di accoglienza” [3] in Libia, “nel rispetto delle norme pertinenti”.
Quali norme? Norme pertinenti a cosa?

Dopo che è caduta nel vuoto la decisione della Corte d’appello di Tripoli che ha dichiarato illegittimo il memorandum [4], Chissà se un’altra Corte o un’altra istituzione titolata a farlo, magari in Europa, avrà modo prima o poi di pretendere delle risposte precise.

Testimonianze come quella riportata di seguito possono solo servire a registrare le conseguenze concrete e immediate delle affermazioni sibilline e vaghe di questo accordo, dal valore giuridico molto relativo, sulla vita delle persone.

Zeide in Libia

Zeide è arrivato a Palermo il 16 settembre del 2017 a bordo della nave Cantabria della marina militare spagnola. Insieme a lui si trovavano altre 409 persone, di cui 358 uomini, 52 donne (tra le quali 6 incinte), e 40 minori. Tra questi ultimi, anche un neonato di 2 giorni, nato proprio a bordo della nave.

Incontro Zeide al Circolo Arci Porco Rosso, nel cuore del centro storico palermitano, dove insieme a decine di compagni di viaggio ha trovato provvisorio riparo non avendo altro luogo dove essere accolto. Zeide è marocchino, e tutti i migranti di origine Nord Africana, a meno che non siano riconosciuti come minori, vengono infatti abbandonati a se stessi, dopo lo “sbarco”, con un decreto di respingimento differito in mano consegnato dalla Questura di Palermo.

Il riconoscimento sommario delle persone come “non richiedenti asilo” semplicemente sulla base della loro nazionalità è una procedura ormai consolidata, che ha trovato nuova legittimazione con il lancio del cosiddetto “approccio hotspot” definito dall’Agenda europea sulle migrazioni dell’aprile 2015, ed è divenuto principio assunto da tutti i decreti nazionali, gli accordi bilaterali coi paesi di origine o di transito, o le proposte di riforma delle direttive europee che compongono il cosiddetto Sistema Comune di Asilo (CEAS).

Intervisto Zeide, grazie all’aiuto di un amico che traduce dall’arabo, ma gli altri sono intorno, confermano la sua storia, intervengono suffragando le sue affermazioni con le esperienze che essi stessi hanno vissuto. Riporto la storia di Zeide come rappresentativa di decine di altre incontrate quel giorno e in altri momenti immediatamente precedenti e successivi.

Zeide ha 20 anni, ed è andato via dal Marocco per trovare i soldi necessari a curare la malattia di sua madre. In un certo senso, effettivamente, il suo progetto migratorio ha all’origine una ragione “economica”, di quelle di fronte alle quali molte Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato negherebbero ogni forma di protezione e quindi il diritto di restare in Italia, non esistendo più nessun altro canale di regolarizzazione possibile.

Le distinzioni di massa tra “migrazioni forzate” ed “economiche” sono state uno strumento retorico indispensabile per la legittimazione politica e mediatica di quel che sta accadendo. Già nell’aprile del 2016 il cosiddetto Migration Compact proposto dal governo Renzi all’Ue, prendendo a modello l’accordo tra Ue e Turchia, si riferiva ad esempio alle rotte del Mediterraneo centrale e orientale come “prevalentemente composte da migranti economici” che quindi potrebbero essere rimandati indietro senza violare alcuna norma. Sulla base di affermazioni come questa, pur senza fondamento dimostrabile, si è destituito l’ultimo baluardo all’attacco contro la mobilità umana dai tanti Sud verso i Nord del mondo, ovvero il diritto universale di chiedere asilo politico; diritto che presupporrebbe strutturalmente l’ingresso in uno Stato in cui sia realmente possibile avanzare tale richiesta.

Al di là di queste considerazioni generali, che meriterebbero ben altro approfondimento, quello che interessa di più ascoltare oggi dalla voce di Zeide è il racconto della Libia che si è appena trovato ad attraversare, come tappa obbligata verso l’Italia, esattamente nelle settimane in cui il memorandum Serraj-Gentiloni produceva i primi effetti operativi evidenti. La sua testimonianza e quella dei suoi compagni di viaggio è diventa in questo frangente più che mai preziosa: proprio la diminuzione degli “sbarchi” che, come dice il Ministro Minniti, è diretta conseguenza dell’accordo italo-libico, ha reso sempre più difficile incontrare testimoni diretti che abbiano appena conosciuto quello scenario.

In Libia Zeide è rimasto tre mesi, sempre tra campi e carceri più o meno governativi, in cui personale dell’esercito libico, uomini delle milizie armate e criminali comuni ma organizzatissimi si sono costantemente alternati nella gestione delle persone e degli spostamenti e nella perpetrazione delle violenze.

“Già dal viaggio in macchina fino al confine libico, i trafficanti avevano istruito le persone su cosa dire se forze militari o di polizia ci avessero fermati: state andando a trovare i vostri parenti in Libia. Ho visto i trafficanti pagare dei poliziotti per poter proseguire il viaggio. Ci hanno portato in un posto che non so definire: un edificio circondato da mura nel quale eravamo rinchiusi in più di 130”.

Zeide non sa esattamente dove si trovasse questo campo – l’ultimo tratto di strada è stato costretto a farlo con gli occhi bendati, come le altre 15 persone che erano sul pick-up con lui - né se fosse uno di quelli mappati come centri di detenzione “ufficiali”, o uno di quelli “invisibili” messi in piedi dalle milizie. Del resto, stando alle testimonianze di chi questi luoghi li ha attraversati, la differenza non è molta.

Chiedo se dove si trovava ci fossero anche donne.

“No, le donne le portano altrove, per poterle violentare tutte. Se lo facessero dove ci sono anche uomini qualcuno potrebbe reagire”.

Quando gli chiedo se in quel posto sia stato picchiato, abbassa gli occhi e sorride di fronte a una domanda troppo stupida.

“Sono stato torturato. Credo sia tortura quando ogni notte ti svegliano alle 4 e iniziano a colpirti col calcio del fucile. E subito dopo ti fanno telefonare a tua madre malata, mentre ti puntano quello stesso fucile alla testa, per chiederle soldi e dirle che stai bene, che quei soldi servono ora, ma che stai già costruendoti le possibilità di un lavoro e di un futuro migliore. Io pensavo di avare pagato tutto il viaggio all’inizio, già in Marocco, ma poi mi hanno sempre costretto a chiamare a casa. Ogni tanto diventavo un ostaggio per cui chiedere un riscatto. Alla fine si sono presi in tutto circa 3.500 euro.

Poi i guardiani del campo bevevano sempre, si ubriacavano, litigavano tra loro, e a volte ci sparavano addosso. Ci ordinavano di uscire, ci obbligavano a prendere le parti degli uni contro gli altri, e poi ci sparavano di sopra per farci rientrare. Qualcuno di noi è morto così. Dal campo entravano e uscivano militari libici, proprio con la divisa e le scritte ufficiali.

A volte succedeva che qualche libico arrivasse a chiedere se era disponibile un manovale, o un muratore. Qualcuno di noi era allora obbligato a seguirlo e a lavorare in maniera forzata. Il compenso veniva tutto intascato da chi gestiva il campo".

Gli chiedo se avesse idea, prima di partire, del tipo di viaggio che avrebbe dovuto affrontare.

“Non ho mai immaginato, quando aveva deciso di partire, che le cose sarebbero andate così. Le reti criminali sono organizzate. Ci sono complici in Marocco che raccontano una realtà molto diversa, e tu hai voglia di crederci. Pensavo di poter attraversare la Libia in una settimana e poi arrivare in Italia”.

C’erano invece voluti tre tentativi prima di partire davvero prendendo il mare.

“Ci hanno portati fino alla costa dentro un camion frigo di quelli per la carne, stipati fino a soffocare”.

La prima volta li avevano obbligati in più di 100 a salire su un gommone evidentemente inabile a ogni tipo di traversata, anche breve.

“Eravamo quasi tutti arabi, c’erano anche molti siriani. C’erano donne e bambini anche molto piccoli, che ho visto per la prima volta quando abbiamo raggiunto la spiaggia: erano già lì. Un ragazzo subsahariano è stato costretto a mettersi ai comandi perché lo minacciavano con un fucile”.

Mentre Zeide racconta i dettagli di questa scena penso a tutti i procedimenti aperti contro i cosiddetti “scafisti” in Italia, e alle pene altissime comminate il più delle volte a persone che, come questo improvvisato pilota della barca su cui era Zeide, sono sostanzialmente vittime di tratta poiché forzate dalla loro posizione di vulnerabilità ad acconsentire al compito di condurre i natanti.

“Poco dopo avere preso il largo, il ragazzo subsahariano ha deciso di tornare indietro: in pochi metri di navigazione avevamo già imbarcato decine di centimetri d’acqua. Non potevamo farcela. Gli uomini che ci avevano fatto partire non si sono arrabbiati troppo quando siamo tornati questa prima volta, forse è previsto che una volta si possa tornare indietro. Qualcuno si è messo ad aggiustare il gommone e l’indomani siamo stati tutti di nuovo imbarcati. Era notte.

Stavolta, però, come pilota c’era un libico che dopo pochi metri di mare si è fermato e ha sparato una specie di razzo per le segnalazioni. Quasi subito è arrivata una nave della marina libica e tre militari sono venuti a bordo del nostro gommone. Hanno iniziato a picchiarci tutti, poi ci hanno detto di dargli tutto quello che avevamo addosso: soldi, telefoni, documenti. Solo a un certo punto si sono fermati perché un drone è passato proprio sopra le imbarcazioni affiancate e si è fermato proprio a filmare la scena. Quando se n’è andato hanno ricominciato. E poi il gommone è stato riportato indietro fino alla riva, sempre con noi sopra, e siamo stati tutti messi in una prigione. Nei momenti in cui ci obbligavano a ritornare indietro c’era un uomo sulla nave libica che filmava tutto, me lo ricordo bene. Era nella penombra, in piedi, con la telecamera in mano.

In prigione questa volta c’erano tanti militari, soprattutto loro. Ma c’erano anche i trafficanti che entravano e uscivano come volevano per chiederci il riscatto. Ci hanno chiesto l’equivalente di 500 euro per uscire. Sono andati direttamente a prenderli, tramite i loro complici, dalla mia famiglia in Marocco dopo avermi obbligato a chiamarla. Sono rimasto lì una settimana, e tutti i giorni ci picchiavano e ci umiliavano. Ci davano solo un bicchiere di latte la mattina e un pezzo di pane la sera. Hanno smesso di picchiarci solo per poco quando a un certo punto sono arrivati dei giornalisti internazionali. Allora i trafficanti sono scomparsi e i militari hanno fatto finta di trattarci bene, di comportarsi civilmente.

Quando sono riuscito a pagare mi hanno scarcerato insieme ad altri che avevano potuto fare la stessa cosa. Non avevano più veramente niente da togliermi e altri erano nelle mie condizioni. A quel punto mi hanno rimesso di forza sullo stesso gommone che si era rotto la prima volta, lo stesso che la marina libica aveva fermato la seconda volta. Guidava di nuovo un subsahariano. E stavolta ci hanno detto chiaro: ‘qualunque cosa succeda, non tornate indietro. Se tornate indietro vi spariamo addosso dalla costa e morite lo stesso’.

Zeide e gli altri sono sopravvissuti e oggi possono raccontarmi la loro storia. Ma gli oltre cento migranti dispersi nel naufragio del 17 settembre, il giorno dopo l’arrivo in Italia di Zeide, avevano probabilmente ricevuto una minaccia simile. A darne notizia [5] la stessa marina libica che aveva “salvato” anche Zeide, al suo secondo tentativo di partenza verso l’Italia, come ha “salvato” altre 14.000 persone circa nei tre mesi precedenti: di almeno 7.000 di queste, per ammissione del personale dell’OIM attivo in Libia, si sono perse le tracce.

Conclusioni transitorie.

La storia che Zeide ha raccontato si concentra soprattutto sulla frontiera Nord della Libia, che ci sta immediatamente di fronte. L’esternalizzazione e la delega mercificata del controllo sui corpi dei migranti ha già stravolto però anche molte altre frontiere, a partire da quella tra la Libia e il Niger, dove ghetti e prigioni continuano a moltiplicarsi per contenere migranti che oggi è più remunerativo bloccare o fare scomparire piuttosto che fare passare (verrebbe da chiedersi, senza neppure troppa ironia, se il memorandum non si riferisca a questo tipo di inversione quando parla di “iniziative di job creating adeguate”, da promuovere nelle zone colpite dall’immigrazione illegale “(…) in funzione di “sostituzione del reddito”).

Formalmente, l’Italia manda in Libia procuratori nazionali antimafia e antiterrorismo, tratta con la rete dei sindaci del paese africano, non ha contatti diretti con mafia locale e reti criminali (ma li ha con Khalifa Haftar), mentre Oim e Unhcr già si impegnano a vegliare sul rispetto dei diritti umani nel caotico contesto libico.

Il 20 luglio del 2017, a Berlino, in un convegno intitolato “Libertà e sicurezza – Come affrontare la criminalità organizzata in Europa?”, Marco Minniti dichiarava che “dobbiamo costruire insieme in Europa una strategia per sconfiggere il traffico degli esseri umani (…). Se mi chiedessero se è più pericoloso un terrorista dell’Isis o un trafficante, la domanda mi metterebbe in difficoltà. Direi che entrambi non hanno alcuna cura del valore della vita umana".

Eppure, dopo avere sgomberato il Mediterraneo dalle navi delle Ong con la sola accusa, mai dimostrata, di avere avuto contatti coi trafficanti per salvare la vita a quanti più migranti possibile, a quegli stessi trafficanti è stato demandato il ruolo di fermarla, questa vita umana, a qualunque costo.

Esiste un video breve e intenso in cui la presidente di Medicins sans frontiere, Joanne Liu [6], conclude con queste parole la sua testimonianza:

“Sapendo quello che sappiamo, andiamo avanti nella costruzione di politiche che stanno intrappolando degli individui in questa specie di ambiente da incubo. Ogni nazione, ogni governo che sta facilitando il ritorno indietro delle persone in Libia, o il loro contenimento in Libia, si sta rendendo complice di gravissimi, gravissimi abusi sugli esseri umani”

Quasi negli stessi giorni, l’Unione europea dichiara che attraverso le nuove politiche con la Libia, “L’Italia ha difeso l’onore dell’Europa” [7] .

Viene da chiedersi quale sarà tra queste due voci opposte quella che tra qualche decennio qualcuno riporterà alla luce per raccontare questo pezzo di storia contemporanea. Quale sta prevalendo adesso, e quale narrazione dell’Europa ne derivi, è cosa che invece appare sempre più chiara.

1. Ministero dell’interno, Sensibile riduzione degli sbarchi dalla Libia, http://www.interno.gov.it/it/notizi.... Visitato il 25 settembre 2017.

2. Cfr., ad esempio, le testimonianze e le prese di posizione di Medici Senza Frontiere, http://www.medicisenzafrontiere.it/.... Visitato il 23 settembre 2017. Vedi anche il video prodotto dalla stessa organizzazione: 5 motivi per non bloccare migranti e rifugiati in Libia, 11 settembre 2017 - http://www.medicisenzafrontiere.it/.... Visitato il 23 settembre 2017. Cfr. anche Mannocchi, F., La costa dei lager, L’Espresso, 3 settembre 2017.

3. Come spiega Nancy Porsia, i centri di accoglienza in Libia non esistono: “questi famosi campi non sono mai stati un’opzione reale, e quello su cui si sta lavorando è piuttosto il miglioramento dell’assistenza dei migranti nel contesto del sistema di detenzione già esistente”. Cfr. Quattro domande cruciali sulla Libia a Nancy Porsia, Open Migration, 11 agosto 2017.

4. Court ruling blocks Libya-Italy MoU on stemming illegal immigration, The Lybia Observer, https://www.libyaobserver.ly/news/c.... Visitato il 3 ottobre 2017.

5. http://www.repubblica.it/cronaca/20.... Visitato il 29 settembre 2017.

6. https://www.youtube.com/watch?v=Zyu.... Visitato il 3 Ottobre 2017.

7. Mi riferisco al discorso del Presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker tenuto a Starsburgo il 13 settembre 2017, https://video.repubblica.it/mondo/i.... Visitato il 2 ottobre 2017.

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