Nella stessa rubrica

The illegalization and deportation of refugees in Tunisia (by Debora Del Pistoia, Glenda Garelli, Martina Tazzioli) (november 2015)

Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione (dossier a cura di Glenda Garelli, Federica Sossi, Martina Tazzioli, aprile 2015)

Migrants in Tunisia: Detained and Deported (dossier by Glenda Garelli, Federica Sossi, Martina Tazzioli, April 2015)

Réfugiés en Tunisie: entre détention et déportation (dossier établi par Glenda Garelli, Federica Sossi, Martina Tazzioli, avril 2015)

"UNHCR told us, the refugee from Choucha, to come back to Libya. They protect only our body flesh, but not our lives", Interview with a refugee from Choucha camp (Tunisa, July 2014)

"On n’a que Choucha comme espace", Interview avec Amidou (Tunisie, juillet 2014)

Questa non è una vita. Reportage su Choucha/Cela n’est pas une vie. Reportage de Choucha. (Tunisia agosto 2013/Tunisie août 2013, reportage et vidéos)

Tunisi, 6 settembre 2013/Tunis, 6 septembre 2013.

Ridateci indietro le nostre vite. Choucha, manifestazioni dei rifugiati (Tunisia, aprile 2013)

We are refugees of Choucha camp. We are in An open hunger strike خامس ايام الاعتصام واليوم الثاني للاضراب جوعا

Questa non è una vita. Reportage su Choucha/Cela n’est pas une vie. Reportage de Choucha. (Tunisia agosto 2013/Tunisie août 2013, reportage et vidéos)

Questa non è una vita. Reportage su Choucha

1. Giugno 2013. L’Unhcr e il governo tunisino annunciano la chiusura del campo di Choucha con un accordo sugli ultimi rifugiati rimasti al campo a due anni e mezzo dalla sua apertura: 600 persone, circa, anche se stabilire il numero esatto non è possibile. Non è difficile immaginare quanti contatti siano stati necessari per giungere a negoziare tale accordo, reso pubblico il 17 luglio 2013.
In base a quanto reso noto sulla stampa, il governo tunisino riconosce la possibilità di rimanere sul proprio territorio sia ai rifugiati riconosciuti dall’Unhcr, ma esclusi dal programma di reinstallazione in altri paesi, sia ai richiedenti asilo a cui l’Unhcr non aveva riconosciuto lo status di rifugiato. Nello stesso contesto, ma con un’ambiguità che non permette di capire se anche il secondo gruppo sia incluso, il ministro degli affari sociali annuncia che i rifugiati avranno diritto a un alloggio e a un lavoro.

2. Tra il primo e l’8 luglio 2013 il campo viene chiuso, senza una grande risonanza sulla stampa. Lo si capisce, invece, dagli scambi mail del mondo associativo, da cui si riesce a sapere anche che alcuni rifugiati di Choucha sono ancora lì a protestare contro la chiusura del campo e contro l’accordo concluso tra il governo tunisino e l’Unhcr.
Conoscendo le condizioni di vita dei rifugiati tra le tende e il deserto di Choucha dalle immagini diffuse durante i due anni trascorsi dalla sua apertura, nel febbraio del 2011, si sarebbe potuti rimanere stupiti di questa stravagante lotta contro la chiusura del campo. Ma conoscendo meglio quello che era successo nei due anni di gestione del campo non c’era, in realtà, nulla di cui stupirsi. La lotta dei rifugiati permetteva di far vedere ancora una volta le scelte politiche dell’Unhcr a loro proposito.
Una volta terminato il programma di rimpatrio di centinaia di migliaia di migranti arrivati nel 2011, dopo l’inizio delle prime fasi di rivolta in Libia, e in seguito con la guerra contro Gheddafi condotta dalla “coalizione dei volenterosi”, a Choucha erano rimasti solo i richiedenti asilo, 3000, 4000 persone. E’ in questo momento che l’Unhcr inizia un lungo processo di categorizzazione, stabilendo diverse categorie, per pervenire, dopo un lungo lavoro di selezione, alla categoria dei rifugiati da reinstallare in altri paesi e a un “resto”. Un “resto” composto dalle persone rigettate, i “rifugiati rifiutati”, e, in secondo luogo, dalle persone appartenenti alla categoria dei rifugiati riconosciuti ma non aventi diritto alla reinstallazione perché arrivati in ritardo: ossia, attraverso un piccolo trucco da parte dell’Unhcr, tutti i rifugiati arrivati a Choucha dopo il dicembre 2011.
Perché questa scelta politica adottata dall’Unhcr, quando sarebbe stato così semplice riconoscere come rifugiati tutti i richiedenti asilo di Choucha che hanno cercato di sopportare questa vita di tende in una zona quasi desertica della Tunisia a causa della guerra in Libia? “Fuggiamo tutti dalla Libia a causa della guerra. Nessuno di noi, altrimenti, avrebbe mai avuto l’idea di venire in Tunisia”, è stata la loro rivendicazione per più di due anni. Perché non riconoscerla?
In realtà, si trattava, da un lato, di un gioco relativo alla cosiddetta “transizione democratica” tunisina dopo la rivoluzione. Evidentemente, tra i criteri per valutare lo stato di democrazia di un qualsiasi paese c’è anche quello di una legge sull’asilo politico, non importa poi quanto rispettata. Dall’altra parte, si trattava di un gioco un po’ più sottile, ben noto in Europa alle politiche migratorie dei paesi di “democrazia avanzata”: quello di esternalizzare al massimo tutte le possibilità di asilo scaricandole ai paesi in “transizione democratica” o semplicemente non democratici. Per raggiungere questo doppio obiettivo in un paese interessato nella sua fase di transizione democratica a risolvere ben altri problemi, bisognava però avere un elemento a partire dal quale costringerlo ad accordare un po’ di attenzione anche a questo “piccolo dettaglio” della “democrazia”: quello dell’asilo politico. Poco importava che questo elemento fossero degli uomini, delle donne e dei bambini: i “rifugiati-rifiutati” così come i rifugiati riconosciuti ma non aventi diritto ai programmi di reinstallazione in altri paesi perché arrivati in ritardo.
Da questo punto di vista, bisogna riconoscere alla Tunisia la sua disponibilità a rispondere tanto ai criteri democratici dell’asilo quanto a quelli dell’esternalizzazione stabiliti dalle “democrazie avanzate”. Ma bisogna riconoscerle anche la sua disponibilità a dimostrarsi capace di giocare sull’ambiguità delle parole nei suoi comunicati al fine di poter esercitare la legge suprema dell’arbitrio così cara alle “democrazie avanzate”: i rifugiati-rifiutati avrebbero avuto diritto all’alloggio e alle offerte di lavoro come gli altri rifugiati? Era una domanda che rimaneva senza risposta, mentre non c’era alcun dubbio sul fatto che, proprio come gli altri, anche loro dovevano presentarsi ai posti di polizia per l’identificazione.

3. Luglio-agosto 2013. Nessuna notizia, o quasi, sulla stampa. Il silenzio sulla « vita oltre la vita » del campo di Choucha viene interrotto soltanto da qualche mail tra le associazioni. Grazie ad esse, si può intuire che la lotta dei rifugiati-rifiutati e dei rifugiati-non-reinstallati continua in modo più discreto e sotterraneo. Sono lì, nella loro vita di tende a cui sono già abituati da più di due anni. Ma questa volta sono lì, nella loro vita di tende, senza acqua, senza elettricità, senza cibo. Una vita di nulla, nemmeno di vere tende perché la maggior parte di esse sono state smantellate dall’Unhcr alla chiusura del campo. Quando leggiamo le mail, si può cercare di immaginare la loro condizione, ma il tutto resta nel mondo dell’immaginario.

4. 30 agosto 2013. La strada per arrivare a Choucha è sempre la stessa: una lunga zona quasi desertica alla frontiera con la Libia. Ma prima ancora di parcheggiare, la nostra macchina, questa volta, viene presa quasi d’assalto. Una fila di donne e bambini che domandano acqua e un po’ di cibo alle automobili di passaggio. L’immaginario costruito grazie alla lettura delle mail è subito spezzato, siamo nella realtà del campo di Choucha a due mesi dalla sua chiusura. “Benvenuti nella realtà del nuovo campo di Choucha”, come ci dice qualcuno dei suoi attuali abitanti.
Una realtà difesa dai rifugiati-rifiutati e dai rifugiati-non-reinstallati che all’inizio ci impedisco di prendere immagini della loro condizione di non-vita. Nella lunga discussione con loro e fra loro sull’inutilità delle immagini, “questa non è una vita” è una delle frasi più ricorrenti e su cui tutti sono d’accordo. Per accorgersene, basta in effetti scendere dall’automobile e gettare un colpo d’occhio dai bordi del campo. Nessun bisogno di immagini, nessun bisogno di filmare, né di parlare. Si parla, comunque, o meglio, si continua una lunga discussione sull’inutilità delle immagini e sulla loro delusione rispetto al lavoro dei giornalisti e degli attivisti delle organizzazioni e delle associazioni che, per quanto abbiano fatto il loro lavoro di informazione, non hanno saputo evitare la loro attuale situazione. E durante la discussione cominciano ad emergere alcuni elementi di che cosa significhi “questa non è una vita”.
Una donna con un lungo mantello nero e uno scialle sulle spalle che nasconde un neonato. Dalle automobili di passaggio, forse non attende soltanto qualche bottiglia d’acqua ma anche un po’ di latte. Un uomo che aspetta la propria moglie e il proprio figlio senza poterli cercare: sono usciti dal campo un mattino e non vi hanno fatto ritorno, impossibile per lui cominciare la loro ricerca perché è un rifugiato-rifiutato. “Qui la gente diventa pazza”, “siamo tutti pazzi”. Ce lo dicono varie volte, ma quando passiamo davanti a una tenda ci sono evidentemente “pazzi più pazzi degli altri”, dal momento che ci domandano di fare veloce perché la nostra presenza potrebbe infastidirli. Ecco qualche immagine di “questa non è una vita”.
E, tuttavia, vivere questa “vita” è una “scelta” degli abitanti del campo di Choucha dopo la sua chiusura. Una resistenza di fronte all’accordo tra l’Unhcr e la Tunisia che a loro avviso non rappresenta una soluzione. Anche in questo caso, e soprattutto dopo aver visto la realtà del campo che spezza il nostro immaginario, si potrebbe rimanere sorpresi. Come? Perché scegliere questa “vita” quando ti offrono un alloggio e persino un lavoro se sei un rifugiato-non-reinstallato e comunque perlomeno un titolo di soggiorno temporaneo se sei un rifugiato-rifiutato, secondo il comunicato del ministero degli affari sociali?
Vivere questa « vita » è, in realtà, una strana forma di resistenza, forse la sola resistenza possibile per opporsi alla “vita di rinvio” negoziata sulla loro pelle. Una soluzione, o una non soluzione, o ancora una soluzione-rinvio che permetterebbe ai differenti attori implicati nella gestione delle loro “vite umanitarie” di uscirsene degnamente e “democraticamente” pur avendoli prodotti come “resti” del campo di Choucha.
Una soluzione rinvio: qualche mese ancora di “presa in carico” con due uniche possibilità. Quella, innanzitutto, di accettare di vivere tra le case-rovine delle due città designate dalla Tunisia come loro luogo di installazione sul territorio tunisino; oppure, quella di scegliere di utilizzare la piccola somma data dall’Unhcr a chi accetta l’integrazione in Tunisia per inventare invece il proprio modo reinstallarsi all’estero attraversando la frontiera con la Libia e prendendo il largo verso Lampedusa. In base a queste due possibilità, ci si potrebbe allora ritrovare a vivere una vita di rinvio a Medenine o a Ben Guerdane, due delle città con il più alto tasso di disoccupazione della Tunisia, o essere bloccati in alto mare dalla polizia tunisina.
Dinanzi a ciò, allora, scegliere di vivere una vita che non è una vita significa da parte loro sfidare la scelta politica che li ha prodotti come “resti”: rimanere nella discarica del campo chiuso e vivere una vita-discarica, dire “siamo qui, siamo la vostra discarica e non potrete cancellarci degnamente o democraticamente, nemmeno in una transizione democratica”. O ancora, sfidare questo gioco politico scegliendo di vivere l’invisibilità ma un’invisibilità che fa problema perché qualcuno dovrà occuparsene, rilevando la loro presenza e, al limite, espellendoli dal campo chiuso di Choucha.
Al contrario, accettare la vita-rinvio che gli viene proposta permetterebbe ai differenti attori di giocare sino in fondo il loro gioco di discarica senza assumersi alcuna responsabilità. Permetterebbe, infatti, al governo tunisino di apparire “democratico” per il lasso di tempo di un permesso di soggiorno temporaneo a breve scadenza e all’Unhcr di apparire come l’istanza che ha saputo negoziare un permesso per i rifugiati, e dunque “democratizzare” la Tunisia pur esternalizzando di nascosto la politica d’asilo. Ma permetterebbe anche ai differenti stati deputati alla reinstallazione dei rifugiati di non apparire come i responsabili dell’aver creato le non-vite di Choucha attraverso la loro guerra in Libia.

Wafema Hilali

Cela n’est pas une vie. Reportage de Choucha.

1. Juin 2013. L’UNHCR et le gouvernement tunisien ont annoncé la fermeture du camp de Choucha avec un accord sur les derniers réfugiés restés au camp après deux ans et demi de son ouverture: 600 personnes, à-peu-près. On peut imaginer combien de contacts ont été nécessaires pour parvenir à négocier cet accord rendu public le 17 juillet 2013. Le gouvernement tunisien reconnait la possibilité de rester sur son territoire aux réfugiés reconnus par l’UNHCR mais exclus du programme de réinstallation dans d’autres pays ainsi que aux demandeurs d’asile auxquels l’UNHCR n’a pas reconnu le statut de réfugiés. D’une façon ambiguë, ne permettant guère de comprendre si aussi le second groups est concerné, le ministère des affaires sociales annonce, dans le même contexte, que les réfugiés auront droit à l’hébergement et à l’emploi.

2. Entre le premier et le huit juillet 2013, le camp a été fermé sans que l’acte soit suffisamment médiatisé sur la presse. On le sait, par contre, via les échanges mail dans le cadre du monde associatif. Et on arrive à savoir aussi que certains réfugiés de Choucha sont encore là à protester contre la fermeture du camp et contre l’accord conclu entre le gouvernement tunisien et l’UNHCR.
En connaissant les conditions de vie des réfugiés dans les tentes et le désert de Choucha via les images diffusées pendant les deux ans écoulés, ou encore à travers le contact direct, on aurait pu s’étonner face à cette extravagante lutte contre la fermeture du camp. Mais en prenant connaissance de ce qui s’est réellement passé pendant les deux ans de gestion du camp, il n’y avait rien d’étonnant. La lutte des réfugiés permettait de faire voire encore une fois la politique suivie par l’UNHCR à leur sujet.
Une fois terminé le programme de rapatriement des centaines de milliers de migrants arrivés en 2011, après l’éclatement de la révolte et de la guerre en Libye, à Choucha sont restés seulement les demandeurs d’asile, 3000, 4000 personnes. C’est à ce moment que l’UNHCR a commencé un long processus de catégorisation. Différentes catégories ont été établies pour parvenir, après un travail de triage, à la catégorie des réfugiés à réinstaller dans différents pays et à un «reste». Un «reste» composé par les personnes rejetées, les «réfugiés refusés», et, en second lieu, par les personnes appartenant à la catégorie des réfugiés reconnus mais n’ayant pas droit à la réinstallation parce que arrivés en retard : c’est-à-dire, grâce à un petit jeu malicieux de l’UNHCR, tous les réfugiés arrivés à Choucha après décembre 2011.
Pourquoi ce choix politique adopté par l’UNHCR, quand il aurait été tellement simple de reconnaitre comme réfugiés tous les demandeurs d’asile de Choucha qui ont essayé de supporter cette vie de tentes dans une zone quasi désertique à cause de la guerre en Lybie? «Nous tous on vient de la Lybie, nous sommes là à cause de la guerre. Aucun de nous n’aurait jamais eu l’idée de venir en Tunisie», était leur revendication pendant plus de deux ans. Pourquoi ne pas les reconnaitre?
Il s’agissait, d’un côté, d’un jeu relatif à la soi-disant «transition démocratique» tunisienne après la révolution. Evidemment, parmi les critères pour évaluer une démocratie dans un pays quelconque, il faut qu’il y est aussi une loi sur l’asile, peu importe le degré de son respect. De l’autre côté, il s’agissait d’un jeu plus subtil, bien connu en Europe par les politiques migratoires des pays à «démocratie avancée». C’est le fait d’externaliser à leur maximum toutes les possibilités d’asile en les déchargeant aux pays en «transition démocratique», ou tout simplement non démocratique.
Pour atteindre cet objectif chez un pays intéressé dans sa phase de « transition démocratique » à résoudre beaucoup d’autres problèmes, il fallait avoir un élément à partir duquel le contraindre à accorder de l’attention aussi à ce «petit détail» de la «démocratie», celui de l’asile politique. Malheureusement cet élément étaient des hommes, des femmes, des enfants: des « réfugiés-refusés» et des réfugiés reconnus mais n’ayant pas droit à la réinstallation parce qu’arrivés en retard.
De ce point de vue il faut reconnaitre à la Tunisie sa disponibilité à répondre aux critères démocratiques de l’asile ainsi que au critère de l’externalisation établi par les «démocraties avancées». Mais il lui faut reconnaitre également sa disponibilité à se démontrer apte aussi à jouer sur l’ambiguïté des mots dans ses communiqués pour pouvoir exercer la loi suprême de l’arbitre si chère aux «démocraties avancées»: est-ce que les réfugiés-refusés auraient eu droit à l’hébergement et aux offres d’emploi comme les autres réfugiés? Cela était une question qui restait sans réponse, tandis qu’il n’y avait aucun doute par rapport au fait que, tout juste comme les autres, aussi les réfugiés-refusés devaient se présenter au poste de police pour l’identification.

3. Juillet-aout 2013. Aucune nouvelle dans la presse. Le silence sur la «vie autre la vie» du camp de Choucha est une pratique courante, rarement interrompue par un mail inter-associatif. Grace à ces mails on s’aperçoit que la lutte des réfugiés-refusés et des réfugiés-non-réinstallés continue d’une façon plus discrète et souterraine. Ils sont là, dans leur vie de tentes à laquelle ils sont déjà habitués depuis deux ans et demi. Mais cette fois-ci il sont là sans eau, sans électricité, sans nourriture. Une vie de rien, même pas des vraies tentes parce que la pluparts d’elles ont été démantelées par l’UNHCR. Quand nous recevons les mails, on peut essayer d’imaginer leur condition, même si cela reste du côté du virtuel.

4. 30 aout 2013. La route est toujours la même: une longue zone quasi désertique à la frontière avec la Lybie. Mais avant de pouvoir l’égarer, notre voiture, cette fois-là, est presque prise d’assaut. Un long défilé de femmes et d’enfants demandant de l’eau aux voitures de passage, de la nourriture.
L’imaginaire construit suite à la lecture des mails est tout de suite brisé, on est dans la réalité du camp de Choucha à deux mois de sa fermeture. «Bienvenue dans la réalité du nouveau camp de Choucha», comme disait une personne parmi ses actuels habitants.
Une réalité défendue par les réfugiés-refusés et les réfugiés-non-réinstallés qui nous empêchent au début de prendre des images de leur condition de non-vie. Dans la longue discussion avec eux et entre eux sur l’inutilité des images, «cela n’est pas une vie» c’est une des phrases les plus récurrentes et sur laquelle tout le monde est d’accord.
Il suffit de descendre de la voiture et jeter un coup d’œil à partir du bord du camp pour s’en apercevoir. Pas besoin d’images, pas besoin de filmer, pas besoin d’en parler. On parle, quand même, ou mieux on continue une discussion sur l’inutilité des images et sur leur déception par rapport au travail des journalistes et des activistes des organisations et des associations qui, même si ils avaient fait un travail d’information, ils n’ont pas su empêcher leur actuelle condition. Pendant cette discussion commencent à émerger quelques éléments de ce que signifie «cela n’est pas une vie».
Une femme avec un long manteau noir et un châle sur ses épaules cachant un bébé. Des voitures de passage, elle n’attend peut-être pas seulement de l’eau mais aussi un peu de lait. Un homme en attente de sa femme et son enfant sans pouvoir les chercher: ils sont sortis du camp un matin et ils ne sont plus rentrés, impossible pour lui de commencer leurs recherche en étant un refugié-refusé. «Ici les gens deviennent fous». «Tout le monde est fou». On nous le dit plusieurs fois, mais quand on passe devant une tente il y a évidemment des «fous plus fous que les autres», vu qu’on nous demande de faire vite parce que notre présence pourrait les embêter. Voilà quelque images de «cela n’est pas une vie».
Et pourtant, vivre cette «vie» est un «choix» des habitants du camp de Choucha après sa fermeture. Une résistance face à l’accord entre l’UNHCR et la Tunisie qui n’est pas une solution pour ces parties prenantes. Là aussi et surtout après avoir vu la réalité du camp qui brise notre imaginaire on pourrait être surpris. Comment? Pourquoi rester dans cette «vie» quand on vous offre un hébergement et même un emploi si vous êtes réfugié-non-réinstallé et au moins un titre de séjour temporaire si vous êtes réfugié-refusé, selon le communiqué du ministère des affaires sociaux?
Vivre cette «vie» est en réalité, une étrange forme de résistance, peut-être la seule résistance possible pour eux face au sursis négocié sur leur propre peau. Une solution, ou une non solution, ou encore une solution-sursis qui permettrait aux différents acteurs impliqués dans la gestion de leurs «vies humanitaires» de s’en sortir dignement et «démocratiquement», tout en les ayant produit comme «restes» du camp de Choucha.
Une solution sursis: quelque mois encore de «prise en charge» avec deux seules possibilités. D’abord celle d’accepter de vivre parmi les maisons-ruines de deux villes désignées par la Tunisie comme leur lieu d’installation sur le territoire tunisien ou choisir d’utiliser la petite somme donnée par l’UNHCR pour inventer sa propre façon de se réinstaller à l’étranger en traversant la frontière avec la Lybie et en prenant le large vers Lampedusa. Selon le cas, on pourrait alors se retrouver à vivre une vie de sursis à Médenine ou à Ben Guerdane, deux des villes avec le plus haut taux de chômage de la Tunisie, ou se trouver arrêté en haute mer par la police tunisienne.
Face à cela, alors, choisir de vivre une vie qui n’est pas une vie signifie pour eux défier le choix politique que les a produit comme «restes»: rester dans la poubelle du camp fermé et vivre une vie-poubelle, dire «nous voilà, nous sommes votre décharge et vous ne pourrait pas nous effacer dignement ou démocratiquement, même pas dans une transition démocratique». Ou encore défier ce jeu politique en choisissant de vivre l’invisibilité mais une invisibilité qui fait problème parce que quelqu’un devra s’en occuper, en relevant leur présence et à la limite en devant les expulser même du camp fermé de Choucha.
Au contraire, accepter le sursis permettrait que les différents acteurs jouent leur jeu de décharge sans responsabilité jusqu’au bout. Cela permettrait, en effet, au gouvernement tunisien d’apparaitre «démocrate» pour le peu de temps d’un permis de séjour à brève échéance et à l’UNHCR d’apparaitre comme l’instance qui a su négocier un permis pour les réfugiés, et donc qui a «démocratisé» la Tunisie tout en externalisant en cachette la politique d’asile. En plus, cela permettrait aussi aux différents Etats députés pour la réinstallation des réfugiés de ne pas apparaitre comme les responsables d’avoir créé les non-vies de Choucha par leur guerre en Lybie.

Wafema Hilali

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"Repenser les migrations : pour une libre circulation dans l’espace méditerranéen", actes de colloque de Tunis 30 septembre/1 octobre 2011; "Ripensare le migrazioni: per una libera circolazione nello spazio mediterraneo", atti del convegno di Tunisi 30 settembre/1 ottobre 2011.

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