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1. Progetto storie migranti

1. Progetto storie migranti

“Questo non è un libro di storia. (…) E’ un’antologia di esistenze. Vite di qualche riga o di qualche pagina, di innumerevoli avventure e sventure, riunite in un pugno di parole. Vite brevi, incontrate per caso tra libri e documenti”. Scriveva così Michel Foucault nel 1977, nell’introduzione al suo progetto di un’antologia della Vita degli uomini infami. Non una storia, compiuta, dispiegata, necessaria, ma un lavoro di raccolta, un po’ casuale, di una casualità dettata da un lato dal gusto, il piacere, il riso, la sorpresa del curatore dell’antologia, ma dall’altro da una necessità intrinseca. La vita di questi uomini e donne che nelle poche e intensissime pagine dedicate a loro Foucault chiama “infami”, perché non si conciliano con nessun tipo di gloria, la possiamo conoscere, infatti, solo dalle pochissime parole che essi hanno scambiato con il potere e che il potere ha fatto dire loro nel momento in cui li ha catturati. Non si tratterà allora, nel lavoro dello storico-antologico, di cercare al di là delle parole-scontro una parola originaria, una possibile storia di vita vera che ce li restituisca nella loro autenticità; si tratterà, invece, solo di scegliere con il proprio gusto e con il proprio piacere tra i frammenti di vita archiviati casualmente dal potere e di “ricopiarli” per darli in lettura a noi lettori a qualche secolo di distanza.

Una strana idea di storia, che non ricostruisce, non interpreta, non va oltre al frammento archiviato, alla traccia, ma riporta semplicemente quello che l’archivio di un tempo ha archiviato. Inizia, infatti, in quell’arco di anni, non più di un secolo, tra la seconda metà del 1600 e la seconda metà del 1700, ed è questo forse il punto fondamentale sviluppato da Foucault nella sua introduzione a un progetto che poi non realizzerà, un immenso lavoro di archiviazione, dapprima frammentario, casuale, per tratti, per brevi parole, poi sempre più esteso e comprensivo, delle vite e delle storie degli uomini e delle donne qualunque, biografie grigie, fatte di piccoli nulla, di quotidianità insensate, e di cui nessun gesto, nessuna parola, nessun evento ha l’intrinseca necessità di essere ricordato. Inizia, insomma, quella che Foucault, in queste e altre pagine chiamerà la “storia documentale”, correlato indispensabile di quel potere disciplinare che, in un continuo lavorio di osservazione e annotazione, vuole e pretende tutta la vita di tutti gli individui per controllarla, normarla o normalizzarla e disciplinarla.

Il progetto di costruire un archivio delle storie migranti parte da questa riflessione di Foucault, e soprattutto da due parole chiave contenute in essa, quelle di casualità e di antologia, riattualizzandola nel nostro presente. Non più soltanto disciplinari, le nostre società hanno sviluppato altre forme di osservazione e controllo, aggiungendo alla forma documentale e biografica degli archivi, una modalità per così dire “segnaletica” più adeguata ad osservare e a controllare i soggetti in un periodo che presenta l’essere in movimento, il continuo spostarsi, come uno dei suoi tratti essenziali. Frammenti non più di parole sulle proprie vite, ma di corpi o silhouettes in movimento, frammenti di consumi e di “credibilità”, frammenti di viaggi autostradali o aerei, frammenti di navigazioni virtuali, sono le tracce che, non più gli “individui”, ma i corpi in movimento lasciano dietro di sé negli archivi dell’attuale: video sorveglianze, database sulle cui segnalazioni o brevi immagini di passaggio dovrebbe lavorare l’antologico del futuro nel caso in cui volesse riportare non le biografie ma gli itinerari degli uomini e delle donne del presente. Insomma, un archivio scarno, come scarno era l’archivio delle vite qualunque nel suo momento di inizio, non più fatto però di quelle parole-poema che poi via via nel XIX e nel XX secolo si sono fatte parole-racconto, ma di segni e di grafici. In questo archivio segnaletico rientrano, ovviamente, anche quegli uomini e quelle donne che nei loro spostamenti seguono o vorrebbero seguire unicamente la direzione dell’andata, senza programmare sin dall’inizio anche il movimento del ritorno. I “vagabondi” li ha chiamati in un suo libro Bauman, per differenziarli dalla massa dei “turisti”, più adeguati ed inclusi rispetto al mondo globalizzato. Immigrati/emigrati, li si dovrebbe chiamare se si volesse dar conto di loro considerandoli rispetto agli stati di arrivo e agli stati di provenienza. O migranti, nel caso in cui si volesse sottolineare non tanto le loro soggettività rispetto ai luoghi e alle istituzioni statuali, ma rispetto alle loro progettualità iniziali, alle loro scelte migratorie, che spesso si scontrano, tra l’altro, con le barriere poste sul loro cammino, spazi di confinamento in cui a prevalere non è certamente l’idea di un luogo d’arrivo. La scrittura segnaletica che caratterizza l’archivio del presente si fa, nel loro caso, ancor più essenziale e scarna, impronte digitali, per i permessi di soggiorno o per i fogli di via, e frammenti di immagini catturati dai sistemi di video sorveglianza posti lungo le linee di quei confini sempre più illocalizzabili e in espansione con cui una parte del mondo vigila sui loro movimenti. E un archivio che, talvolta, si scontra con la simulazione, la simulazione di un nome e un cognome, la simulazione di un luogo di provenienza, la propria storia-fammento raccontata come storia di un altro, strategie di esistenza e di persistenza messe in atto dai migranti per rimanere nei luoghi dei loro arrivi. Dall’archivio del presente, un archivio che tende in generale alla disarchiviazione delle storie e delle biografie di tutti, nel caso dei migranti sfuggono, a volte, persino questi tratti segnaletici, o si confondono tra loro. Una distesa di mare o un luogo di sepoltura da cui non si può ricostruire o riportare nemmeno il numero dei morti è forse l’immagine più significativa di questo movimento che tende a una totale disarchiviazione.

Nell’immaginare e nel tentare di costruire un “archivio delle storie migranti” non si tratterà, però, di riportare banalmente al documentale ciò che gli sfugge, dal momento che l’archiviazione delle biografie che ha permesso al sapere storico di diventare documentale è intrinsecamente intrecciata all’osservazione del potere, in questo caso nella sua forma disciplinare. Si tratterà, invece, di provare a rispettare anche nella scrittura o nell’oralità delle storie raccolte, in una modalità necessariamente casuale, quello spazio di ambiguità e di simulazione di sé che forse oggi è uno dei tratti essenziali delle esistenze migranti, ascoltando quest’altra modalità della soggettivazione rispetto alla soggettivazione identitaria e cercando di inventare una storia che rispetti i soggetti che si ribellano alla possibilità della storia.

Un lavoro di archiviazione del brusio delle storie migranti è possibile solo se si pensa a uno spazio, necessariamente virtuale, in cui iniziare a far confluire tutte le storie già raccontate, in vari luoghi del mondo, e poi, via via, quelle che si progetterà di andare ad ascoltare. E solo se c’è un’équipe di persone che in parte direttamente, in parte indirettamente, progetterà il lavoro di ascolto, di raccolta e di archiviazione.

Questo sito dedicato all’“Archivio delle storie migranti” è, dunque, il tassello indispensabile da cui partire, affinché la nostra équipe possa avvalersi della collaborazione e del lavoro di altri docenti, dottorandi, studenti, di altri ascoltatori di storie o del lavoro diretto di racconto e di raccolta delle storie da parte degli stessi migranti, protagonisti dell’archivio. Un archivio che non ha alcuna pretesa di continuità, che non si propone di raccontare una storia, di proporre una trama lineare delle migrazioni del presente. Che registra, piuttosto, attimi di racconto, frammenti di vite, che rimarranno tali, una pluralità di storie che non cercheremo di ricomporre in unità, consapevoli che tali frammenti non spezzano nulla, perché non c’è alcun racconto lineare da spezzare.

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